Beh sì, qualcosa la si può sapere, però magari non serve a nulla nel lenire il dolore. Ad esempio si sa che un oggetto di ferro può galleggiare sull'acqua, prima questo magari non lo si conosceva, si pensava magari che dovessero affondare tutti, che il galleggiamento non dipendesse anche dalla forma ma dal materiale, che una barca dovesse esser fatta di legno.
I fallimenti miei son simili a questo: tirare una palla, avere intenzione di farla arrivare da qualche parte, e vedere poi che la palla va da un'altra parte

. Il dolore psicologico per me è dato da una discrepanza tra ciò che avviene nell'esperienza, e ciò che si desidera davvero che avvenga in questa esperienza. Anche per questo sono scettico nei confronti di chi dice che esser sempre più consapevoli di qualcosa che avviene, fa star meglio.
L'inquietudine di non sapere? Io non ce l'ho, non conosco tante cose e probabilmente non potrò sapere come stanno, ma spesso son come donne insignificanti, le donne non è che le si voglia "possedere" tutte, le "brutte" poi conviene proprio evitarle, tali restano tanto, non possono che peggiorare col passare del tempo.
Il sapere e pure la verità per me è uno strumento tra gli altri, non so se può rendermi più felice. Non possedere tutta la verità non mi preoccupa affatto; non sapere il momento esatto in cui sparirà tutto, per esempio, così come è venuto fuori, dato che sembra che tutto faccia sempre questa fine, non mi fa preoccupare molto; mi preoccupa un po' il non possedere quel poco di verità che mi permetterebbe di essere più felice nel frattempo. Certo che poi se per arrivare a saper qualcosa che fa aumentare per un verso la felicità si deve faticare spostandosi verso l'infelicità, poi bisogna vedere se il gioco vale la candela. Insomma se la cosa che desideri sta in alto come l'uva della volpe, non è mica detto che si neghi di desiderarla, ma poi bisogna mettere in conto che ci si dovrebbe arrampicare sull'albero, e la prospettiva non è delle più liete, quindi quella che viene a mancare come "verità" in questi casi, non è nemmeno il sapere che l'uva è sull'albero e la si desidera, ma quella conoscenza che permetterebbe di gustare quell'uva (che può essere anche metaforicamente una forma di conoscenza che aumenta la propria felicità) senza dover salire sull'albero.
Quella che manca è una
verità di potenza (potenza ovviamente nel senso di potere, non Potenza quella della Basilicata

), altro che
volontà... Se non si può avere questa e si sostiene di sapere già che non si può avere, si è fregati.
Un problema affine a queste cose è che uno psicoanalista quando interpreta quel che gli racconto poi arriva a sostenere che c'è sempre una volontà da qualche parte, in me adesso, di fare certe cose che chissà perché non viene fuori, perché ora in fin dei conti 'ste cose non le faccio, ma non ci sono impedimenti. Ora gli posso pure dare ragione, dire sì è così (per farlo contento) a parole, ma poi se si aspetta che rispetto a quel che sostiene lui, che io voglia fare, segua qualche mia azione coerente all'interpretazione di quel che voglio fare "in realtà", se lo può scordare! E' ovvio che se sono convinto che è così davvero come dice l'analista agirò di conseguenza, ma non è che poi devo esser convinto per forza.
Analogamente pure io posso andare da una donna che mi piace e dirle "guarda io sono un esperto della psiche, e so che inconsciamente sei innamorata di me, ll vero problema è che non lo sai, nascondi a te stessa questa "verità" perché hai paura, se analizziamo bene tutto vedrai che è così". A furia di ripeterglielo, che ci sia davvero un autoinganno, se la riesco a convincere di questa cosa, vincendo le sue "resistenze" a riconoscerlo, non è che ho reso cosciente qualcosa di inconscio e le ho mostrato che si autoingannava allargando la sua autocoscienza, facendo emergere la Verità con la V maiuscola che cercano certe persone. L'ho convinta che è innamorata di me davvero con uno stratagemma, modificando il suo comportamento ed atteggiamento nei miei confronti.
Questa è persuasione, non s'analizza nulla, non si scopre nulla, si mette in mezzo un oggetto fittizio (un sé accessibile allo psicoanalista) per incat(en)are una persona all'idea che possa scoprire qualcosa di sé che non sapeva e una volta convinta agirà di conseguenza. La verità con la v minuscola, quella a cui mi riferisco, può darsi che non produca alcun cambiamento significativo in tal senso, se sono questi qua i cambiamenti significativi verso cui punta uno psicoterapeuta.
Poi se esiste una verità positiva in mezzo a quelle con la v minuscola che permette di risolvere davvero certi problemi senza ammazzarsi di fatica, è questa che mi interesserebbe conoscere, una Verità che sia
capace di forzare al cambiamento coatto qualcuno, non mi interessa nemmeno sapere quale sia.
Un saluto