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  1. #211
    fiona774
    Ospite non registrato

    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da ludovicamaria Visualizza messaggio
    E poi imporsi di mettere da parte paure e dubbi è sforzo di volontà ma alcune volte le paure e i dubbi sono fuori dal nostro controllo e chi non ci riesce non è certo uno che non ha volontà ma che ha problemi seri che non dipendono evidentemente da questa
    Non ho capito.. intendi dire che ti trovi d'accordo con me?
    Bene.

    Palazzoli Selvini?
    Forse allora c'è stato un qui pro quo.
    Se parli di Sistemica posso anche immaginare che uno psicoterapeuta sistemico sia direttivo e inviti una paziente a lasciare casa perché è un luogo poco "sano".

    Nella psicanalisi vige la regola di evitare di entrare nel merito delle scelte del paziente.

    Ogni orientamento psicoterapeutico ha giustamente i suoi strumenti di lavoro. L'importante è l'obiettivo, cioè il benessere del paziente.

    ciao ciao

  2. #212
    Partecipante Assiduo L'avatar di ludovicamaria
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da fiona774 Visualizza messaggio
    Non ho capito.. intendi dire che ti trovi d'accordo con me?
    Bene.

    Palazzoli Selvini?
    Forse allora c'è stato un qui pro quo.
    Se parli di Sistemica posso anche immaginare che uno psicoterapeuta sistemico sia direttivo e inviti una paziente a lasciare casa perché è un luogo poco "sano".

    Nella psicanalisi vige la regola di evitare di entrare nel merito delle scelte del paziente.

    Ogni orientamento psicoterapeutico ha giustamente i suoi strumenti di lavoro. L'importante è l'obiettivo, cioè il benessere del paziente.

    ciao ciao
    Certo il benessere del paziente in fondo il "fine giustifica i mezzi"... Ti scrivo gli psicoanalisti che tu conosci già Frieda Fromm Reichman che parla della teoria della madre schizofregenica... e di S. Freud in Compedio di psicoanalisi 1938 dove in alcuni punti parla proprio dei conflitti che le figure genitoriali possono contribuire a sviluppare.

  3. #213
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da ludovicamaria Visualizza messaggio
    La psicoanalisi spesso da la "colpa ai genitori" o meglio la responsabilità dei problemi del paziente. Creando una "separazione" fatta alcune volte di rancore e "sano" egoismo. Purtroppo non è vero che da adulti si può scegliere di stare male o stare bene... nessuno sceglie la strada della malattia psichica per proprio volere, anche se i terapeuti dicono che la responsabilità della "guarigione" è del paziente e se lui non migliora è perchè ha delle "resistenze" e non vuole cambiare. Cioè alla fine sembra che dopo tutto quel percorso terapeutico durato anni, la volontà sia l'unico modo per uscire dal disagio psichico.
    Se c'è una cosa estranea alla psicoanalisi è il concetto di "colpa".
    Veramente, c'è da arrabbiarsi leggendo castronerie di questo tipo!

    Per la psicoanalisi (perlomeno, per la psicoanalisi che conosco io), esiste un "senso di colpa", ma non esistono "colpe". Questo per il semplice motivo che la psicoanalisi considera gli esseri umani come "determinati" da forze non coscienti. E, ovviamente, senza libertà non si dà colpa.
    Se qualcuno vuole approfondire la questione, consiglio l'ottimo "Colpa", di Roberto Speziale-Bagliacca.

    E' vero, invece, che la psicoanalisi restituisce al soggetto la sua responsabilità. Per chi volesse approfondire: Massimo Recalcati "Elogio dell'inconscio"

    Buona vita
    Guglielmo

    P.S.: La visione della psicoanalisi si è modificata moltissimo negli ultimi anni. Al punto che Bromberg ("L'ombra dello tsunami", Cortina Editore) fa tranquillamente a meno del concetto stesso di "resistenza".
    Mi limito a considerare che parlare oggi della psicoanalisi degli anni '50 è come parlare oggi della fisica di Newton

    Sono due pianeti affatto differenti.
    Ultima modifica di willy61 : 16-09-2012 alle ore 10.55.08
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  4. #214
    Johnny
    Ospite non registrato

    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da ludovicamaria Visualizza messaggio
    Certo il benessere del paziente in fondo il "fine giustifica i mezzi"... Ti scrivo gli psicoanalisti che tu conosci già Frieda Fromm Reichman che parla della teoria della madre schizofregenica... e di S. Freud in Compedio di psicoanalisi 1938 dove in alcuni punti parla proprio dei conflitti che le figure genitoriali possono contribuire a sviluppare.
    che i genitori possano avere un ruolo nell'insorgenza di alcune patologie penso sia assodato al giorno d'oggi.

    due esempi a caso:
    -avere una madre schizofrenica non è come averne una che non ha problemi;
    -sappiamo benissimo che alcune fobie sono trasmesse non geneticamente ma per via "culturale" tramite l'educazione (non lo dice la psicoanalisi ma la psicologia in generale)...ad esempio se la madre ha una forte fobia sociale, in modo più o meno consapevole insegnerà al figlio che il mondo è pericoloso e anch'esso potrà sviluppare una fobia sociale...

    poi sicuramente esiste anche un fattore di resilienza e vari fattori che intervengono, ma nei primi del Novecento non si sapeva ancora...

  5. #215
    Partecipante Assiduo L'avatar di ludovicamaria
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Se c'è una cosa estranea alla psicoanalisi è il concetto di "colpa".
    Veramente, c'è da arrabbiarsi leggendo castronerie di questo tipo!

    Per la psicoanalisi (perlomeno, per la psicoanalisi che conosco io), esiste un "senso di colpa", ma non esistono "colpe". Questo per il semplice motivo che la psicoanalisi considera gli esseri umani come "determinati" da forze non coscienti. E, ovviamente, senza libertà non si dà colpa.
    Se qualcuno vuole approfondire la questione, consiglio l'ottimo "Colpa", di Roberto Speziale-Bagliacca.

    E' vero, invece, che la psicoanalisi restituisce al soggetto la sua responsabilità. Per chi volesse approfondire: Massimo Recalcati "Elogio dell'inconscio"

    Buona vita
    Guglielmo

    P.S.: La visione della psicoanalisi si è modificata moltissimo negli ultimi anni. Al punto che Bromberg ("L'ombra dello tsunami", Cortina Editore) fa tranquillamente a meno del concetto stesso di "resistenza".
    Mi limito a considerare che parlare oggi della psicoanalisi degli anni '50 è come parlare oggi della fisica di Newton

    Sono due pianeti affatto differenti.
    Mi dispiace dell'arrabbiatura, ma castronerie di questo tipo vengono fatte purtroppo dagli psicoanalisti, certo M.Recalcati e altri non le farebbero, ma i più cadono in questo errore. C'è da dire che una cosa è scrivere libri interessanti e l'altra come al solito è metterli in pratica. La psicoanalisi lavora su teorie e significati che sono alcune volte dei paradossi, si cerca comunque una causa del malessere la "responsabilità" (la parola giusta spero) con la speranza che sia vera e si lavora su questa . Non si danno giudizi? No non credo, neanche l'analista lo fa, non si da una colpa diretta ma si prende una scorciatoia si parla di "responsabilità. .... Comunque bentornato!

  6. #216
    Partecipante Assiduo L'avatar di ludovicamaria
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Se c'è una cosa estranea alla psicoanalisi è il concetto di "colpa".
    Veramente, c'è da arrabbiarsi leggendo castronerie di questo tipo!

    Per la psicoanalisi (perlomeno, per la psicoanalisi che conosco io), esiste un "senso di colpa", ma non esistono "colpe". Questo per il semplice motivo che la psicoanalisi considera gli esseri umani come "determinati" da forze non coscienti. E, ovviamente, senza libertà non si dà colpa.
    Se qualcuno vuole approfondire la questione, consiglio l'ottimo "Colpa", di Roberto Speziale-Bagliacca.

    E' vero, invece, che la psicoanalisi restituisce al soggetto la sua responsabilità. Per chi volesse approfondire: Massimo Recalcati "Elogio dell'inconscio"

    Buona vita
    Guglielmo

    P.S.: La visione della psicoanalisi si è modificata moltissimo negli ultimi anni. Al punto che Bromberg ("L'ombra dello tsunami", Cortina Editore) fa tranquillamente a meno del concetto stesso di "resistenza".
    Mi limito a considerare che parlare oggi della psicoanalisi degli anni '50 è come parlare oggi della fisica di Newton

    Sono due pianeti affatto differenti.
    Mi dispiace dell'arrabbiatura, ma castronerie di questo tipo vengono fatte purtroppo dagli psicoanalisti, certo M.Recalcati e altri non le farebbero, ma i più cadono in questo errore. C'è da dire che una cosa è scrivere libri interessanti e l'altra come al solito è metterli in pratica. La psicoanalisi lavora su teorie e significati che sono alcune volte dei paradossi, si cerca comunque una causa del malessere la "responsabilità" (la parola giusta spero) con la speranza che sia vera e si lavora su questa . Non si danno giudizi? No non credo, neanche l'analista lo fa, non si da una colpa diretta ma si prende una scorciatoia si parla di "responsabilità. .... Comunque bentornato!

  7. #217
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Grazie

    Vorrei comprendere meglio cosa intendi con "non si da una colpa diretta ma si prende una scorciatoia si parla di "responsabilità. ....".
    Vedi, a me i giri di parole non piacciono. L'ostilità verso l'una o l'altra teoria o pratica non mi preoccupa, dato che per mestiere non faccio il prete, il giudice o l'avvocato (le uniche categorie per le quali il concetto di colpa sia essenziale).

    Certo, immagino avrai la tua base di dati cui attingere. Ma mi pare comunque assai improbabile che tu sappia cosa fanno "gli psicoanalisti". Al massimo penso tu possa saperne qualcosa di come lavorano uno o due di loro (una psicoanalisi richiede tempo; tu non hai ottant'anni: ergo, non penso tu abbia potuto passare più di dieci o vent'anni in analisi. Il che restringe la tua conoscenza diretta a uno o due psicoanalisti).

    Andiamo avanti. Se un vaso di fiori, cadendo perché spinto dal vento, fracassa il cranio del disgraziato che passa per strada, possiamo dire che la "causa" sia il vaso (alcuni preferirebbero rivolgersi alla gravità...), ma non ci sogneremmo mai e poi mai di assegnare al vaso (o al vento, o alle forze fondamentali dell'universo) né responsabilità, né colpa.
    E non vedo perché le cose dovrebbero essere differenti nel caso degli esseri umani.
    Quindi, no anche in questo caso. Si cerca di comprendere cosa stia accadendo.

    Buona vita
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  8. #218
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Giusto per chiarire un po' la distinzione tra colpa e responsabilità:

    Massimo Recalcati. "Elogio dell'inconscio". Capitolo 4: Una responsabilità radicale

    Quarto argomento
    Una responsabilità radicale
    Cosa significa essere responsabili dopo Freud, dopo l’invenzione dell’inconscio? Come posso essere responsabile di ciò che non governo? L’inconscio diventa un alibi o radicalizza la mia responsabilità?

    L’inconscio freudiano dimette il soggetto da ogni ideale di padronanza, ma non per questo lo sottrae alla re sponsabilità etica nei confronti dei suoi atti. Ma se l’io non è nemmeno «padrone in casa propria» che senso ha il richiamo della psicoanalisi alla responsabilità? Se l’inconscio è “più forte”, potrebbero continuare i suoi detrattori, quale spazio resterebbe alla libertà del soggetto, alle sue capacità di autodeterminazione? Siamo seri: l’esistenza dell’inconscio non finisce forse per giustificare i crimini più efferati? Quelli in cui, per esempio, il delitto si consuma nella forma del passaggio all’atto impetuoso o quelli più seriali che esaltano la tipologia del “mostro”. Oppure quelli più quotidiani: voglio fare una cosa e invece ne faccio un’altra che danneggia “casualmente” il mio nemico. Ebbene: non sono stato io! È stato l’Es, cioè lui, l’Altro, l’inconscio appunto!
    Il punto che non si può aggirare è che se la sovversione freudiana obbliga a un decentramento dell’io riducendo le sue ambizioni narcisistiche, l’etica che ne deriva non potrà più sostenersi su di un fondamento granitico, assoluto, universale. Al contrario, il solo fondamento possibile diventerà quello singolare e contingente del soggetto. Anche in questo senso la psicoanalisi vuole essere una scienza del particolare, prendendo partito contro ogni etica dell’universale. Ciò che conta non è l’adeguamento delle nostre azioni a un codice trascendente che definirebbe in termini assoluti cosa è bene e cosa è male, ma se esse sono coerenti o meno con il nostro desiderio inconscio. Un regime sociale che vorrebbe governare la misura particolare del desiderio inconscio imponendogliene una uguale per tutti, universale appunto, che, in altre parole, non sappia tener conto delle differenze e delle particolarità, è destinato a evolvere fatalmente in forme di convivenza totalitarie.
    Dobbiamo però precisare che l’esistenza dell’inconscio non agisce come un deus ex machina, come una nuova divinità che impone i suoi capricci a un soggetto ridotto a marionetta di un copione già scritto. Piuttosto, con l’invenzione freudiana dell’inconscio si apre una questione eticamente vertiginosa: se il soggetto non è nemmeno padrone in casa propria che ne sarà del concetto etico di responsabilità? L’inconscio diventerà un alibi che solleverà la coscienza morale dal peso delle sue responsabilità? Se in effetti l’inconscio è questo Altro che abita il soggetto e sul quale il soggetto non ha potere di governo, sembrerebbe logico attendersi una deresponsabilizzazione etica del soggetto stesso. L’etica verrebbe declinata solo paranoicamente: il colpevole, il maligno, il cattivo, l’impuro è sempre l’Altro (il proprio corpo vissuto come nemico o minaccia, lo straniero lontano, lo sconosciuto vicino, l’ignoto)!
    Indubbiamente la psicoanalisi e gli psicoanalisti corrono questo rischio; corrono il rischio di autorizzare l’inconscio come ciò che determina passivamente le scelte di un soggetto. In questo caso l’etica della psicoanalisi non sarebbe altro che il prolungamento laicizzato del servo arbitrio, darebbe luogo a un vero e proprio determinismo. Era questa indubbiamente una possibilità immanente alla dottrina freudiana. Ci ritorneremo. Per il momento soffermiamoci ancora un po’ sul punto che ci interessa: il rischio di assimilare l’inconscio a una volontà trascendente che s’impone dall’alto e che può giustificare una deresponsabilizzazione etica del soggetto. L’esistenza dell’inconscio diventa ciò che mi libera dal peso delle mie scelte e dei miei atti. È l’alibi che giustifica la mia inettitudine o la mia violenza. Infatti, se il soggetto dipende dall’inconscio, ne consegue che non gli si possa imputare alcuna responsabilità. Tuttavia, il vero passo compiuto da Freud consiste nel tenere insieme una nozione indebolita di soggetto (che non è mai padrone nemmeno in casa propria) con una radicalizzazione della sua responsabilità etica. Ed è proprio in questo passo paradossale che dobbiamo reperire un punto di straordinaria forza dell’inconscio freudiano e che giustifica il mio quarto elogio.
    Tra gli esempi che possiamo citare per illustrare meglio ciò di cui stiamo discorrendo, possiamo riferirci a uno utilizzato da Freud stesso. È l’esempio dei nostri sogni, i quali, come la psicoanalisi insegna, sono manifestazioni cifrate dei nostri desideri inconsci. Dunque anche dei nostri desideri meno civili, più scabrosi, refrattari all’educazione culturale e al principio di realtà. Ebbene, giunge a chiedersi Freud, siamo noi davvero responsabili di questi desideri? Più precisamente, siamo noi responsabili del contenuto inconscio dei nostri sogni, siamo responsabili del nostro inconscio?
    La risposta di Freud è che nei sogni, nel loro contenuto latente, si manifesta una verità che nella dimensione ordinaria della nostra vita diurna non assumiamo come qualcosa che ci concerne. Questa verità dalla quale ci allontaniamo – che è legata a doppio filo con il desiderio inconscio – ritorna in forme simboliche, dunque cifrate, nei nostri sogni. Il ragionamento di Freud procede definendo implicitamente un primo livello di responsabilità del sognatore: riconoscere o meno il valore di verità dei propri sogni. Un primo livello di responsabilità concerne dunque la nostra volontà di sapere: vogliamo, o meno, sapere qualcosa di questa verità rimossa che ritorna? Vogliamo sapere il significato dei nostri sogni, la loro posta in gioco, cosa c’è in essi che ci riguarda? Oppure scegliamo la via della scissione, della non integrazione, dell’«ipocrisia», insomma, del rigetto fuori di noi stessi di ciò che del sogno ci riguarda?
    Ecco allora definirsi un secondo livello di responsabilità; presa la decisione di voler sapere il senso dei miei sogni, di escludere la via della scissione preferendole quella dell’integrazione, del riconoscimento che ciò di cui il sogno parla mi concerne, c’è un secondo passo da compiere: cosa me ne faccio della verità dei miei sogni? Voglio, o meno, assumere ciò che nel sogno, pur manifestandosi in modo bizzarro e apparentemente scombinato, è qualcosa che mi concerne radicalmente? Quella verità che ora ho conosciuto e che mi rivela qualcosa di significativo sul mio desiderio più particolare, voglio davvero riconoscerla come mia, voglio davvero assumermi la responsabilità di riconoscerla, oppure decido di separarmene come se riguardasse qualcun altro? La prima via – quella dell’assunzione soggettiva della verità rimossa – è quella indicata dall’analisi, la seconda riguarderebbe invece quell’ipocrisia che mantiene distinto l’io dal suo inconscio e che anziché assumere la verità inconscia tende ad abolirla, a negarne l’esistenza, a misconoscerla, a rifiutarla.
    Questo esempio chiarisce come la psicoanalisi non alimenti affatto l’idea dell’inconscio come alibi, ma, al contrario, operi un’estensione del concetto di responsabilità sino a implicare in esso l’esistenza stessa dell’inconscio, il quale, da questo punto di vista, non è tanto una riserva selvaggia di immoralità, ma pone il problema di un’etica dove la responsabilità è confrontata con il suo limite più pungente. Non si tratta dunque di scegliere tra la moralità ipocrita di chi misconosce l’appartenenza dell’io all’inconscio o lo scatenamento immorale e trasgressivo dell’inconscio, ma di spingerci a toccare le parti più scabrose di noi stessi, a riconoscerle come proprie, a tenerne conto nei nostri comportamenti e nelle nostre scelte. Da questo punto di vista il movimento che la psicoanalisi promuove intorno al concetto di responsabilità mi pare analogo a quello che realizza nei confronti della ragione: non si discredita la ragione in quanto tale, ma la si invita ad aggiornare i suoi limiti per ampliare la sua funzione. Lo stesso vale per la categoria di responsabilità; se, infatti, l’inconscio non è solo il luogo “privato” del soggetto, ma anche il luogo in cui il soggetto si è inscritto simbolicamente, il luogo dell’Altro, il contesto familiare, sociale e storico in cui si è cresciuti, un luogo, insomma, fatto dai significanti che hanno fabbricato la mia esistenza, allora la responsabilità si dilata, giunge al suo punto più estremo: sono responsabile non solo in rapporto alla mia coscienza, ma di tutto ciò che l’Altro ha fatto di me stesso, o più precisamente sarò responsabile di aver fatto o meno qualcosa di ciò che l’Altro ha voluto fare di me stesso. Ecco perché Lacan potrà affermare che con l’invenzione freudiana dell’inconscio anziché trovare un alibi il soggetto sarà costretto a riconoscersi come sempre responsabile. Qui il nostro elogio dell’inconscio freudiano diventa veramente appassionato perché in questa radicalizzazione della responsabilità che esso comporta possiamo cogliere il carattere fortemente dissonante della proposta psicoanalitica nei confronti della tendenza paranoica che l’etica nel nostro tempo sta assumendo. L’etica della psicoanalisi – questa etica che include nella figura della responsabilità l’esistenza stessa dell’inconscio – sfida provocatoriamente la tendenza paranoica della morale contemporanea, la quale tende, in ogni campo, ad attribuire all’Altro le responsabilità del proprio male. Infatti, lo stile politico della paranoia si fonda sulla proiezione all’esterno di ciò che di se stesso il soggetto non è in grado di sopportare. Mentre questo stile consiste in un irrigidimento della strategia difensiva dell’io e in un’espulsione difensiva verso l’Altro di ciò che il soggetto non riesce ad accettare di se stesso, quello psicoanalitico sospinge invece verso il riconoscimento delle nostre parti più scabrose e più divergenti rispetto all’immagine ideale di noi stessi, che invece il nostro narcisismo coltiva appassionatamente. Contro la deriva paranoica della morale contemporanea la psicoanalisi si offre come un punto di resistenza formidabile: anziché imputare all’Altro il male ed elevarmi allo stato di una innocenza rivendicativa, tipica dell’atteggiamento paranoico, essa mi conduce a sapere che cosa in me favorisce, alimenta o genera il male che mi affligge, in che cosa veramente ciò che di impuro vedo nell’Altro in realtà mi concerne: insomma, chi è veramente quell’io che credo di essere. Mi obbliga a confrontarmi innanzitutto con la mia “impurità” pulsionale.
    L’assunzione della propria responsabilità, se vuole impegnare anche il soggetto dell’inconscio, si mantiene così in controtendenza rispetto a ogni simmetria immaginaria propria dello schema amico-nemico, per dare luogo invece a un’etica in grado di fare esperienza del perdono o, se si vuole utilizzare una categoria centrale nell’insegnamento di Melanie Klein, della gratitudine. Non c’è infatti gratitudine possibile, né perdono, senza una preliminare assunzione soggettiva della propria mancanza. Uno degli insegnamenti capitali dell’esperienza analitica è che solo l’“impuro” sa genuinamente perdonare e provare autentica gratitudine perché può saper disgiungere la gratitudine e il perdono da ogni forma di giudizio morale in quanto ha conosciuto, nella sua analisi, il reale del male come una parte di sé. I “puri” sono invece tendenzialmente supponenti, tendono a rigettare l’impuro nell’Altro, preferiscono difendere l’identità preziosa della propria persona anziché contaminarsi con l’esperienza del desiderio. A volte però queste figure appaiono clamorosamente protagoniste di passaggi all’atto imprevedibili – come nel caso del bravo ragazzo che improvvisamente diventa un feroce assassino – che rivelano l’assenza di una mediazione simbolica tra il soggetto e il suo desiderio. Fintanto che la difesa proiettiva dal reale pulsionale rigetta sull’Altro il Male identificando il soggetto con il Bene, non c’è possibilità di rendere flessibili e convergenti i confini tra l’io e il desiderio inconscio e al posto di questa mediazione appare uno sdoppiamento effettivo del soggetto, un suo essere imbalsamato in un’immagine falsa e stereotipata di se stesso (ciò che Winnicott definiva come «falso Sé»), che può generare, sul lato opposto, scompensazioni brusche, passaggi all’atto, apparizioni sregolate della pulsione, come espressioni di un mondo soggettivo caotico. In questi casi non c’è alcun contatto del soggetto con il proprio inconscio, ma scissione, differenziazione rigida, proiezione difensiva. Per questo nei passaggi all’atto violenti può riemergere in modo brutale il soggetto dell’inconscio al quale non si è mai voluto dare parola.
    Il puro ha dunque necessità dell’esistenza dell’impuro per solidificare la propria immagine ideale. Il principio paranoico che sostiene questa necessità implica condanna, non integrazione ma scissione, segregazione, rigetto dello straniero. Lo stile politico della paranoia esige che il demone dell’inconscio, anziché apparire nei nostri sogni, nei nostri lapsus e nei nostri sintomi, si incarni nel nemico rivale, nell’altra Civiltà, nell’altra religione, nell’Altro diverso da noi. In opposizione a questa deriva segregativa della paranoia, lo stile politico della psicoanalisi, anziché attribuire all’Altro le ragioni del mio fallimento, della mia infelicità, del mio smarrimento o del mio isolamento, anziché alimentare l’attesa di una giustizia che non sarà mai abbastanza o, ancora, anziché vivere in un risentimento lamentoso cronico, appesi a un risarcimento che non potrà mai avvenire, ebbene, in alternativa a questa morale della delega e dell’attesa, la psicoanalisi insiste nel sostenere un’etica della responsabilità soggettiva: voglio sapere che cosa in me, in quel me che non conosco e che mi sfugge, in quel me straniero a me stesso, partecipa ad alimentare i miei disastri, quello che nella mia vita non va e mi fa male e, soprattutto, qual è il mio godimento in tutto questo, in che modo ciò che mi fa così soffrire mi fa in realtà anche così godere al punto da non poterne fare a meno.
    Il fondamento dell’etica della psicoanalisi non può che essere borgesiano: il traditore non è fuori di me, diverso da me, altro da me, ma un aspetto di me, un mio modo d’essere, una mia inclinazione, una mia parte. Il bene e il male, il puro e l’impuro, la verità e la menzogna, la barbarie e la Civiltà non sono in una antitesi rigida ma annodati in maniera spiraliforme. Per questo Freud riconosceva nell’ambivalenza affettiva non tanto una patologia degli affetti ma una legge, se si vuole dire così, della vita affettiva. Il fatto che l’amato sia sempre un po’ odiato e viceversa, evidenzia che non c’è mai discontinuità fra i contrari, non c’è mai una separazione rigida, ma piuttosto inversioni, ribaltamenti, ambivalenze, appunto, che rivelano una loro perturbante continuità: la barbarie non è estranea alla Civiltà, ma la sua punta più interna, l’inconscio non è l’antiragione ma il cuore della ragione, lo straniero non è altrove ma al cuore del mio stesso essere.
    In questo annodamento dei contrari – che il concetto di ambivalenza oppone alla tendenza paranoica a liquidare proiettivamente il proprio contrario nell’Altro – possiamo recuperare una delle definizioni freudiane più efficaci di inconscio: «territorio straniero interno». Dunque qualcosa che pur essendo in me, interno a me stesso, mi eccede costantemente, essendo esterno, straniero, a me stesso. Esso non viene descritto semplicemente come il più intimo di me stesso, come la mia interiorità intima, ma come un’esperienza dell’ignoto e dell’estraneità che si scava proprio al centro di me stesso. È da qui, da questa doppiezza costitutiva dell’inconscio freudiano, che Lacan ha potuto coniare il neologismo extimité per indicare, appunto, che la caratteristica più saliente dell’inconscio è quella di essere una realtà interna, intima ma, al tempo stesso, esteriore, irriducibile all’intimità; un’intimità straniera, un’esteriorità interna.
    Ebbene, è proprio l’esistenza dell’inconscio come estimità che impone un ampliamento della nozione di responsabilità. Se la morale paranoica della contemporaneità suggerisce di porre nello straniero l’elemento insopportabile che mi costituisce, quella della psicoanalisi favorisce l’idea che sia il soggetto come tale a essere innanzitutto straniero a se stesso. In fondo l’inconscio non parla forse una lingua che non intendiamo, una lingua straniera? E una psicoanalisi non è forse il modo per imparare a decifrare quella lingua? Non è un modo per conoscere lo straniero che siamo a noi stessi? È ancora una volta la nozione di confine che qui si problematizza fortemente. Il confine non separa esteriormente ciò che è morale da ciò che è immorale, come se vi fosse una linea visibile, chiara e netta di demarcazione. Da questo punto di vista l’avversario più radicale della psicoanalisi è, come ho già detto, il pensiero paranoico che esteriorizza nell’Altro maligno quella parte di sé di cui non intende assumersi la responsabilità. La paranoia è profondamente antipsicoanalitica perché si fonda sull’assioma dell’innocenza del soggetto, perché pone il bene come coincidente con il proprio io (inevitabilmente megalomanico, insegna l’esperienza clinica) e il male come coincidente con l’Altro. La furia razzista dell’hitlerismo è un esempio ancora incandescente di cosa può la potenza nera del pensiero paranoico. In fondo, è in nome della purezza biologica della razza e della conseguente angoscia collettiva per la contaminazione con l’impuro che si è scatenato il disastro dell’Olocausto.
    Alla proiezione paranoica, che non tollera di fare i conti con lo straniero che abita in noi, l’etica della psicoanalisi oppone il movimento dell’introiezione o, se si preferisce, della soggettivazione. In un mondo dove si autorizza sempre più la ricerca del colpevole, al di fuori dei confini del soggetto, la psicoanalisi rivendica l’assenza di un “fuori”. Non perché, come si è scritto, sposi uno sciocco idealismo che tende a negare l’impatto crudo con la realtà cosiddetta “esterna”, ma perché riconosce che i grandi passaggi della vita implicano necessariamente una assunzione del proprio peggio senza ricercare sconti né giustificazioni. L’etica della psicoanalisi impone di lasciare alle nostre spalle la morale della recriminazione. Il lamento, da questo punto di vista, è, insieme all’innocenza paranoica, l’altra grande alternativa all’assunzione etica della propria responsabilità. Con il lamento il soggetto imputa – come accade anche nella paranoia – costantemente all’Altro (sino nella forma del destino avverso) e alla sua inadeguatezza l’origine del Male. Il soggetto si mantiene in una posizione passiva che lo identifica a quella della vittima. La sua vita si consuma nell’attesa di un risarcimento che non avverrà mai perché niente sarà mai sufficiente a lenire l’astio rivendicativo verso l’Altro. L’esistenza dell’inconscio può invece rendere possibile il perdono e la gratitudine perché nell’inconscio possiamo vedere che la nostra faccia in ombra non è in realtà tanto diversa da quella che imputiamo all’Altro. Il che non significa che non vi siano differenze tra Adolf Hitler e san Francesco d’Assisi. Certamente, le differenze esistono, ma quella maggiore è che il secondo è riuscito a trattare la tentazione e il peccato come parti di sé, in un movimento soggettivo di ascesi, mentre il primo le ha scaraventate proiettivamente sull’Altro senza alcuna interiorizzazione. Per questo il primo non conosce il perdono e il senso di colpa, né la gratitudine o l’amore. Mentre per il secondo il Bene è un’aspirazione a cui votarsi nel proprio desiderio, per il primo è solo uno stato dell’essere. Perché lui è il medico della grande Germania, lui ha il compito di risanarla, sterminando il nemico, l’impuro e lo straniero, in nome del Bene naturalmente, in nome della sua identificazione delirante con il Bene. In effetti non c’è più alcun limite al Male se il Male stesso viene fatto in nome del Bene.

    Buona vita
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  9. #219
    fiona774
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da ludovicamaria Visualizza messaggio
    Certo il benessere del paziente in fondo il "fine giustifica i mezzi"... Ti scrivo gli psicoanalisti che tu conosci già Frieda Fromm Reichman che parla della teoria della madre schizofregenica... e di S. Freud in Compedio di psicoanalisi 1938 dove in alcuni punti parla proprio dei conflitti che le figure genitoriali possono contribuire a sviluppare.
    Scusa ma un po' sorrido:"madre schizofrenogena" e' un termine dell'anteguerra che in clinica non viene piú usato da 60 anni in quanto e' un concetto inesatto. Non esistono genitori che conducono alla patologia psichiatrica grave.
    E' importante dirlo e non fare disinformazione, altrimenti si va dicendo che la psicananlisi condanna i genitori e cosi non aiutiamo nessuno.
    Se tu lavorassi con le giovani mamme e tutte le loro paure capiresti quanto sia importante lavorare su certe errate convinzioni di essere la causa di qualsiasi malessere dei figli, senza cogliere il fatto che i figli non sono appendici dei genitori, ma individui a se stanti con le loro caratteristiche.
    Inoltre tutti i genitori hanno diritto a sbagliare, senza per questo dover essere messi al rogo ogni volta.
    Credo che da parte tua ci siano un po' di pregiudizi nei confronti della psicanalisi a fronte di una scarsa conoscenza e teorica e tecnica.
    Ciao ciao

  10. #220
    Partecipante Assiduo L'avatar di ludovicamaria
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da fiona774 Visualizza messaggio
    Scusa ma un po' sorrido:"madre schizofrenogena" e' un termine dell'anteguerra che in clinica non viene piú usato da 60 anni in quanto e' un concetto inesatto. Non esistono genitori che conducono alla patologia psichiatrica grave.
    E' importante dirlo e non fare disinformazione, altrimenti si va dicendo che la psicananlisi condanna i genitori e cosi non aiutiamo nessuno.
    Se tu lavorassi con le giovani mamme e tutte le loro paure capiresti quanto sia importante lavorare su certe errate convinzioni di essere la causa di qualsiasi malessere dei figli, senza cogliere il fatto che i figli non sono appendici dei genitori, ma individui a se stanti con le loro caratteristiche.
    Inoltre tutti i genitori hanno diritto a sbagliare, senza per questo dover essere messi al rogo ogni volta.
    Credo che da parte tua ci siano un po' di pregiudizi nei confronti della psicanalisi a fronte di una scarsa conoscenza e teorica e tecnica.
    Ciao ciao
    Questo spero sia un concetto che venga tenuto ben presente perchè ancora si parla di genitori che favoriscono la psicosi, di traumi infantili e responsabilità del paziente a non voler migliorare e peggio ancora di volontà, mentre la malattia mentale è ben altro. Secondo punto .. per quanto riguarda le giovani mamme che sembra tu abbia molta esperienza non vorrei predicarti la mia piccolissima e insignificante esperienza perchè qui non è lo spazio giusto e poi non voglio farlo. Terzo punto....E' vero non ho conoscenza teorica e tecnica come hai tu ma sono qui per imparare e discutere sui concetti che ho appreso con l'esperienza diretta stando dall'altra parte. Per quanto riguarda i pregiudizi nei confronti della psicoanalisi... non saprei altrimenti non sarei qui a parlarne.. nonostante sia un metodo per me affascinante non credo che possa servire a far stare meglio ( e non dico guarire perchè è alquanto improbabile) persone con grave disagio. Per Willy61 ... non ho ancora letto bene il tuo post (mancanza di tempo) ma mi pare alla prima occhiata interessente visto che hai citato M. Recalcati.
    Ultima modifica di ludovicamaria : 17-09-2012 alle ore 17.08.11

  11. #221
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da ludovicamaria Visualizza messaggio
    Questo spero sia un concetto che venga tenuto ben presente perchè ancora si parla di genitori che favoriscono la psicosi, di traumi infantili e responsabilità del paziente a non voler migliorare e peggio ancora di volontà, mentre la malattia mentale è ben altro.
    Può essere vero che "la malattia mentale è ben altro". Io sono psicologo, non medico; di conseguenza, non parlo in termini di "malattie". Anche perché una malattia si può definire tale quando se ne conoscono le cause, mentre - nel caso dei disturbi della mente e della psiche - delle cause non sappiamo nulla, e abbiamo a disposizione solamente delle teorie e delle correlazioni.

    Però è anche vero che esistono comportamenti genitoriali che favoriscono la psicosi, come è vero che il trauma esiste ed è una cosa talmente seria da potere spezzare una vita. Ritengo per questo i genitori colpevoli? No. Hanno fatto quel che sapevano e potevano fare, vista la loro storia, la loro biologia e la loro epoca. Ma restano, nondimeno, responsabili di aver inflitto danni ai loro figli.

    E, dato che il tempo scorre in una sola direzione, e non posso cambiare il passato, lasciami almeno tentare di modificare il futuro.

    Buona vita
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  12. #222
    fiona774
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    raumi infantili e responsabilità del paziente a non voler migliorare e peggio ancora di volontà, mentre la malattia mentale è ben altro. Secondo punto .. per quanto riguarda le giovani mamme che sembra tu abbia molta esperienza non vorrei predicarti la mia piccolissima e insignificante esperienza perchè qui non è lo spazio giusto e poi non voglio farlo. Terzo punto....E' vero non ho conoscenza teorica e tecnica come hai tu ma sono qui per imparare e discutere sui concetti che ho appreso con l'esperienza diretta stando dall'altra parte. Per quanto riguarda i pregiudizi nei confronti della psicoanalisi... non saprei altrimenti non sarei qui a parlarne.. nonostante sia un metodo per me affascinante non credo che possa servire a far stare meglio ( e non dico guarire perchè è alquanto improbabile) persone con grave disagio. Per Willy61 ... non ho ancora letto bene il tuo post (mancanza di tempo) ma mi pare alla prima occhiata interessente visto che hai citato M. Recalcati.[/QUOTE]

    Se vuoi puoi "predicarmi" che non mi offendo
    Vorrei chiarire il mio intervento: non ho detto che i genitori sono scevri da ciò che avviene ai figli, attenzione! E' importante ricordare che le relazioni che creiamo e il modo in cui le viviamo sono condizionanti.
    Quindi una patologia grave (credo tu intenda questo con "malattia mentale", correggimi se sbaglio) ha spesso tra le cause difficoltà profonde di relazione e deficit nelle cure, che il bambino ha ricevuto dagli adulti, già durante il primo anno di vita.

    Ma se parliamo di patologia grave, ci muoviamo su un territorio scivoloso, perché, ripeto, un conto è avere tratti psicotici, un conto è avere avuto un episodio psicotico, un conto è avere una forma di schizofrenia, un conto è dover seguire un trattamento farmacologico, un conto è non averne bisogno, un conto è avere un lavoro, una famiglia, un conto è avere difficoltà a mantenere una vita sociale, ecc.
    Insomma le variabili sono infinite, quindi ognuno a suo modo ha le sue risorse, ma non tutti sono in grado di metterle in atto.
    Quindi non si può dire che a priori un paziente è devastato da una patologia psichiatrica: altrimenti tutti i centri diurni, gli appartamenti protetti, le strutture riabilitative, rivolte a soggetti affetti da psicosi, potremmo anche chiuderli.
    E gettare la chiave.
    Attenzione è molto pericoloso quello che sostieni, perché il pensiero che la "malattia mentale" è totalmente invalidante ha generato solo paura e tabù e anni e anni di stigma sociale per tutti quei pazienti che invece vogliono stare meglio e lottano per il diritto ad una qualità di vita migliore.

    Esistono in Italia molte realtà ospedaliere e private dove associazioni e cooperative lavorano per creare progetti di reinserimento e sociale e lavorativo.
    E con successo.
    Quindi è importante l'informazione, mi raccomando, non lasciarti condizionare da "qualche esperienza".
    C'è un mondo la fuori che si occupa di curare il disagio psichiatrico grave, andiamo a vedere cosa fanno!
    Chiudersi è pericoloso.
    Ciao ciao

  13. #223
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    Riferimento: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da simone11 Visualizza messaggio
    Carissimi, leggendo l'intervista all'autore di questo libro, "perizia sulla validità dei processi psicoanalitici" sono rimasto colpito da un risposta che vi riporto :

    (.....)Può in alcuni casi la psicoanalisi essere dannosa?
    Come ho ribadito è incompleto parlare della psicoanalisi in senso generale. Essa non è dannosa, ma possono essere dannose alcune sue tecniche se utilizzate in contesti e in tempi sbagliati. Vi sono alcune patologie della sfera ansiosa in cui la tecnica dell’interpretazione non dovrebbe essere utilizzata, perché potrebbe rendersi inconsapevolmente complice della malattia stessa incrementandone la sua espressione. Ci sono patologie in cui la ricostruzione del passato non da alcun aiuto concreto così come la ricerca di eventuali dinamiche inconsce, che possono alimentare un sintomo, rischia addirittura di costruire un problema dal nulla. La stessa tecnica può quindi fornire una soluzione se applicata ad una malattia ma può peggiorarla se applicata ad un’altra (proprio come i farmaci). Non si può più considerare, come molti fanno , l’idea che, in un modo o nell’altro, essa non fa male. Parliamo di cura dei problemi psicologici quindi siamo all’interno di una sfera legata alla medicina e la medicina contempla sempre la possibilità di effetti collaterali e/o iatrogeni di una cura. Si offenderebbe un medico se gli si dicesse che gli antiinfiammatori non steroidei sono controindicati in caso di ulcera? Bene, non deve farlo nemmeno uno psicoanalista serio se gli si dice che una delle tecniche analitiche possono essere iatrogene per certe patologie. Ogni cura può avere effetti negativi e la psicoanalisi, se vuole proporsi come cura, non si sottrae di certo a questi rischi. Uno psicoanalista preparato deve saper correggere il tiro. E questo deve valere per ogni modello terapeutico.(...)

    fonte :
    intervista di Luca Manichelli del CICAP
    http://www.scetticamente.it/index.ph...d=42&Itemid=68

    in molte discussioni sulla psicoanalisi viene spesso fuori la tematica sulla possibilità di eventuali controindicazioni su di essa, che ne pensate? il paragone con la medicina, a mio avviso, sembra esserre azzeccato.
    Ovvio non c'è solo la psicoanalisi, ma tutta la psicoterapia è in ballo. in pratica il quesito è: la psicoterapia , analitica o comportamentale che sia può avere controndicazioni e/o effetti collaterali?
    In virtù di quanto scritto, gli psicoanalisti non fanno solo analisi, ossia stesa sul lettino con un minimo di sedute di 3 volte alla settimana, ma con particolari persone effettuano una psicoterapia ad orientamento analitico vis a vis una volta due a settimana, senza mascherare i processi inconsci o le origini.
    Per questo come in ogni professione occorre preparazione e principi etici.

  14. #224
    Matricola
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Io trovo colpevolizzante il fatto di far ricadere la responsabilità del disagio psichico sul paziente e sulla sua volontà: che "resiste" (con buona pace di Bromberg, che in questo non mi pare un esponente tipico della disciplina), che "fugge nella malattia", che cerca "risarcimenti", che "non vuole crescere", che "non è pronto" e altre amenità. Uno psichiatra americano, Richard Hunter, ha espresso il concetto in maniera secondo me cristallina: "Nessun'altra disciplina addossa la colpa della malattia - e del fallimento terapeutico - al paziente".

    Poi perdonami, ma a me pare non del tutto onesto zittire chi, come ludovicamaria, ha conosciuto la psicoanalisi per esperienza personale ma non ha "ottant'anni", quindi non conosce abbastanza psicoanalisti per formarsi un giudizio. Qual è il numero minimo? Io ne ho conosciuti tre e ho letto diversi libri, ma immagino che ancora non sia abbastanza... Con questo espediente si può fissare la soglia minima di conoscenza sempre al di fuori della portata del proprio interlocutore, e così squalificarne l'opinione. Mi convince poco anche l'argomento secondo cui gli psicoanalisti moderni e "illuminati" avrebbero superato i concetti qui denunciati. Chi? Quali? In che percentuale? Ci sono "direttive" in merito? Mi sa che ogni analista ha la "sua" psicoanalisi, più o meno aggiornata, più o meno efficace, tra ortodossi, riformatori ed eretici. E non mi sembra una buona notizia per i pazienti, che in mancanza di garanzie fanno bene a tenersi alla larga da questi lidi.

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Se c'è una cosa estranea alla psicoanalisi è il concetto di "colpa".
    Veramente, c'è da arrabbiarsi leggendo castronerie di questo tipo!

    Per la psicoanalisi (perlomeno, per la psicoanalisi che conosco io), esiste un "senso di colpa", ma non esistono "colpe". Questo per il semplice motivo che la psicoanalisi considera gli esseri umani come "determinati" da forze non coscienti. E, ovviamente, senza libertà non si dà colpa.
    Se qualcuno vuole approfondire la questione, consiglio l'ottimo "Colpa", di Roberto Speziale-Bagliacca.

    E' vero, invece, che la psicoanalisi restituisce al soggetto la sua responsabilità. Per chi volesse approfondire: Massimo Recalcati "Elogio dell'inconscio"

    Buona vita
    Guglielmo

    P.S.: La visione della psicoanalisi si è modificata moltissimo negli ultimi anni. Al punto che Bromberg ("L'ombra dello tsunami", Cortina Editore) fa tranquillamente a meno del concetto stesso di "resistenza".
    Mi limito a considerare che parlare oggi della psicoanalisi degli anni '50 è come parlare oggi della fisica di Newton

    Sono due pianeti affatto differenti.
    Ultima modifica di minimino : 20-09-2012 alle ore 20.45.32

  15. #225
    Matricola
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Che mattone..! Mi pare un'involuzione verbosa simil-filosofica e poco psicologica. E anche moralista: "risarcimento impossibile", "astio", "perdono", che mi rimandano più al catechismo che alle discipline della psiche. Ma è un'opinione personale. In tema di responsabilità trovo molto più utile e lineare distinguere tra pensiero e atto: dove il primo è scevro da responsabilità e giudizi, il secondo no. Che è poi la vera differenza tra Adolf e San Francesco. Bastavano due righe.

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Giusto per chiarire un po' la distinzione tra colpa e responsabilità:

    Massimo Recalcati. "Elogio dell'inconscio". Capitolo 4: Una responsabilità radicale

    Quarto argomento
    Una responsabilità radicale
    Cosa significa essere responsabili dopo Freud, dopo l’invenzione dell’inconscio? Come posso essere responsabile di ciò che non governo? L’inconscio diventa un alibi o radicalizza la mia responsabilità?

    L’inconscio freudiano dimette il soggetto da ogni ideale di padronanza, ma non per questo lo sottrae alla re sponsabilità etica nei confronti dei suoi atti. Ma se l’io non è nemmeno «padrone in casa propria» che senso ha il richiamo della psicoanalisi alla responsabilità? Se l’inconscio è “più forte”, potrebbero continuare i suoi detrattori, quale spazio resterebbe alla libertà del soggetto, alle sue capacità di autodeterminazione? Siamo seri: l’esistenza dell’inconscio non finisce forse per giustificare i crimini più efferati? Quelli in cui, per esempio, il delitto si consuma nella forma del passaggio all’atto impetuoso o quelli più seriali che esaltano la tipologia del “mostro”. Oppure quelli più quotidiani: voglio fare una cosa e invece ne faccio un’altra che danneggia “casualmente” il mio nemico. Ebbene: non sono stato io! È stato l’Es, cioè lui, l’Altro, l’inconscio appunto!
    Il punto che non si può aggirare è che se la sovversione freudiana obbliga a un decentramento dell’io riducendo le sue ambizioni narcisistiche, l’etica che ne deriva non potrà più sostenersi su di un fondamento granitico, assoluto, universale. Al contrario, il solo fondamento possibile diventerà quello singolare e contingente del soggetto. Anche in questo senso la psicoanalisi vuole essere una scienza del particolare, prendendo partito contro ogni etica dell’universale. Ciò che conta non è l’adeguamento delle nostre azioni a un codice trascendente che definirebbe in termini assoluti cosa è bene e cosa è male, ma se esse sono coerenti o meno con il nostro desiderio inconscio. Un regime sociale che vorrebbe governare la misura particolare del desiderio inconscio imponendogliene una uguale per tutti, universale appunto, che, in altre parole, non sappia tener conto delle differenze e delle particolarità, è destinato a evolvere fatalmente in forme di convivenza totalitarie.
    Dobbiamo però precisare che l’esistenza dell’inconscio non agisce come un deus ex machina, come una nuova divinità che impone i suoi capricci a un soggetto ridotto a marionetta di un copione già scritto. Piuttosto, con l’invenzione freudiana dell’inconscio si apre una questione eticamente vertiginosa: se il soggetto non è nemmeno padrone in casa propria che ne sarà del concetto etico di responsabilità? L’inconscio diventerà un alibi che solleverà la coscienza morale dal peso delle sue responsabilità? Se in effetti l’inconscio è questo Altro che abita il soggetto e sul quale il soggetto non ha potere di governo, sembrerebbe logico attendersi una deresponsabilizzazione etica del soggetto stesso. L’etica verrebbe declinata solo paranoicamente: il colpevole, il maligno, il cattivo, l’impuro è sempre l’Altro (il proprio corpo vissuto come nemico o minaccia, lo straniero lontano, lo sconosciuto vicino, l’ignoto)!
    Indubbiamente la psicoanalisi e gli psicoanalisti corrono questo rischio; corrono il rischio di autorizzare l’inconscio come ciò che determina passivamente le scelte di un soggetto. In questo caso l’etica della psicoanalisi non sarebbe altro che il prolungamento laicizzato del servo arbitrio, darebbe luogo a un vero e proprio determinismo. Era questa indubbiamente una possibilità immanente alla dottrina freudiana. Ci ritorneremo. Per il momento soffermiamoci ancora un po’ sul punto che ci interessa: il rischio di assimilare l’inconscio a una volontà trascendente che s’impone dall’alto e che può giustificare una deresponsabilizzazione etica del soggetto. L’esistenza dell’inconscio diventa ciò che mi libera dal peso delle mie scelte e dei miei atti. È l’alibi che giustifica la mia inettitudine o la mia violenza. Infatti, se il soggetto dipende dall’inconscio, ne consegue che non gli si possa imputare alcuna responsabilità. Tuttavia, il vero passo compiuto da Freud consiste nel tenere insieme una nozione indebolita di soggetto (che non è mai padrone nemmeno in casa propria) con una radicalizzazione della sua responsabilità etica. Ed è proprio in questo passo paradossale che dobbiamo reperire un punto di straordinaria forza dell’inconscio freudiano e che giustifica il mio quarto elogio.
    Tra gli esempi che possiamo citare per illustrare meglio ciò di cui stiamo discorrendo, possiamo riferirci a uno utilizzato da Freud stesso. È l’esempio dei nostri sogni, i quali, come la psicoanalisi insegna, sono manifestazioni cifrate dei nostri desideri inconsci. Dunque anche dei nostri desideri meno civili, più scabrosi, refrattari all’educazione culturale e al principio di realtà. Ebbene, giunge a chiedersi Freud, siamo noi davvero responsabili di questi desideri? Più precisamente, siamo noi responsabili del contenuto inconscio dei nostri sogni, siamo responsabili del nostro inconscio?
    La risposta di Freud è che nei sogni, nel loro contenuto latente, si manifesta una verità che nella dimensione ordinaria della nostra vita diurna non assumiamo come qualcosa che ci concerne. Questa verità dalla quale ci allontaniamo – che è legata a doppio filo con il desiderio inconscio – ritorna in forme simboliche, dunque cifrate, nei nostri sogni. Il ragionamento di Freud procede definendo implicitamente un primo livello di responsabilità del sognatore: riconoscere o meno il valore di verità dei propri sogni. Un primo livello di responsabilità concerne dunque la nostra volontà di sapere: vogliamo, o meno, sapere qualcosa di questa verità rimossa che ritorna? Vogliamo sapere il significato dei nostri sogni, la loro posta in gioco, cosa c’è in essi che ci riguarda? Oppure scegliamo la via della scissione, della non integrazione, dell’«ipocrisia», insomma, del rigetto fuori di noi stessi di ciò che del sogno ci riguarda?
    Ecco allora definirsi un secondo livello di responsabilità; presa la decisione di voler sapere il senso dei miei sogni, di escludere la via della scissione preferendole quella dell’integrazione, del riconoscimento che ciò di cui il sogno parla mi concerne, c’è un secondo passo da compiere: cosa me ne faccio della verità dei miei sogni? Voglio, o meno, assumere ciò che nel sogno, pur manifestandosi in modo bizzarro e apparentemente scombinato, è qualcosa che mi concerne radicalmente? Quella verità che ora ho conosciuto e che mi rivela qualcosa di significativo sul mio desiderio più particolare, voglio davvero riconoscerla come mia, voglio davvero assumermi la responsabilità di riconoscerla, oppure decido di separarmene come se riguardasse qualcun altro? La prima via – quella dell’assunzione soggettiva della verità rimossa – è quella indicata dall’analisi, la seconda riguarderebbe invece quell’ipocrisia che mantiene distinto l’io dal suo inconscio e che anziché assumere la verità inconscia tende ad abolirla, a negarne l’esistenza, a misconoscerla, a rifiutarla.
    Questo esempio chiarisce come la psicoanalisi non alimenti affatto l’idea dell’inconscio come alibi, ma, al contrario, operi un’estensione del concetto di responsabilità sino a implicare in esso l’esistenza stessa dell’inconscio, il quale, da questo punto di vista, non è tanto una riserva selvaggia di immoralità, ma pone il problema di un’etica dove la responsabilità è confrontata con il suo limite più pungente. Non si tratta dunque di scegliere tra la moralità ipocrita di chi misconosce l’appartenenza dell’io all’inconscio o lo scatenamento immorale e trasgressivo dell’inconscio, ma di spingerci a toccare le parti più scabrose di noi stessi, a riconoscerle come proprie, a tenerne conto nei nostri comportamenti e nelle nostre scelte. Da questo punto di vista il movimento che la psicoanalisi promuove intorno al concetto di responsabilità mi pare analogo a quello che realizza nei confronti della ragione: non si discredita la ragione in quanto tale, ma la si invita ad aggiornare i suoi limiti per ampliare la sua funzione. Lo stesso vale per la categoria di responsabilità; se, infatti, l’inconscio non è solo il luogo “privato” del soggetto, ma anche il luogo in cui il soggetto si è inscritto simbolicamente, il luogo dell’Altro, il contesto familiare, sociale e storico in cui si è cresciuti, un luogo, insomma, fatto dai significanti che hanno fabbricato la mia esistenza, allora la responsabilità si dilata, giunge al suo punto più estremo: sono responsabile non solo in rapporto alla mia coscienza, ma di tutto ciò che l’Altro ha fatto di me stesso, o più precisamente sarò responsabile di aver fatto o meno qualcosa di ciò che l’Altro ha voluto fare di me stesso. Ecco perché Lacan potrà affermare che con l’invenzione freudiana dell’inconscio anziché trovare un alibi il soggetto sarà costretto a riconoscersi come sempre responsabile. Qui il nostro elogio dell’inconscio freudiano diventa veramente appassionato perché in questa radicalizzazione della responsabilità che esso comporta possiamo cogliere il carattere fortemente dissonante della proposta psicoanalitica nei confronti della tendenza paranoica che l’etica nel nostro tempo sta assumendo. L’etica della psicoanalisi – questa etica che include nella figura della responsabilità l’esistenza stessa dell’inconscio – sfida provocatoriamente la tendenza paranoica della morale contemporanea, la quale tende, in ogni campo, ad attribuire all’Altro le responsabilità del proprio male. Infatti, lo stile politico della paranoia si fonda sulla proiezione all’esterno di ciò che di se stesso il soggetto non è in grado di sopportare. Mentre questo stile consiste in un irrigidimento della strategia difensiva dell’io e in un’espulsione difensiva verso l’Altro di ciò che il soggetto non riesce ad accettare di se stesso, quello psicoanalitico sospinge invece verso il riconoscimento delle nostre parti più scabrose e più divergenti rispetto all’immagine ideale di noi stessi, che invece il nostro narcisismo coltiva appassionatamente. Contro la deriva paranoica della morale contemporanea la psicoanalisi si offre come un punto di resistenza formidabile: anziché imputare all’Altro il male ed elevarmi allo stato di una innocenza rivendicativa, tipica dell’atteggiamento paranoico, essa mi conduce a sapere che cosa in me favorisce, alimenta o genera il male che mi affligge, in che cosa veramente ciò che di impuro vedo nell’Altro in realtà mi concerne: insomma, chi è veramente quell’io che credo di essere. Mi obbliga a confrontarmi innanzitutto con la mia “impurità” pulsionale.
    L’assunzione della propria responsabilità, se vuole impegnare anche il soggetto dell’inconscio, si mantiene così in controtendenza rispetto a ogni simmetria immaginaria propria dello schema amico-nemico, per dare luogo invece a un’etica in grado di fare esperienza del perdono o, se si vuole utilizzare una categoria centrale nell’insegnamento di Melanie Klein, della gratitudine. Non c’è infatti gratitudine possibile, né perdono, senza una preliminare assunzione soggettiva della propria mancanza. Uno degli insegnamenti capitali dell’esperienza analitica è che solo l’“impuro” sa genuinamente perdonare e provare autentica gratitudine perché può saper disgiungere la gratitudine e il perdono da ogni forma di giudizio morale in quanto ha conosciuto, nella sua analisi, il reale del male come una parte di sé. I “puri” sono invece tendenzialmente supponenti, tendono a rigettare l’impuro nell’Altro, preferiscono difendere l’identità preziosa della propria persona anziché contaminarsi con l’esperienza del desiderio. A volte però queste figure appaiono clamorosamente protagoniste di passaggi all’atto imprevedibili – come nel caso del bravo ragazzo che improvvisamente diventa un feroce assassino – che rivelano l’assenza di una mediazione simbolica tra il soggetto e il suo desiderio. Fintanto che la difesa proiettiva dal reale pulsionale rigetta sull’Altro il Male identificando il soggetto con il Bene, non c’è possibilità di rendere flessibili e convergenti i confini tra l’io e il desiderio inconscio e al posto di questa mediazione appare uno sdoppiamento effettivo del soggetto, un suo essere imbalsamato in un’immagine falsa e stereotipata di se stesso (ciò che Winnicott definiva come «falso Sé»), che può generare, sul lato opposto, scompensazioni brusche, passaggi all’atto, apparizioni sregolate della pulsione, come espressioni di un mondo soggettivo caotico. In questi casi non c’è alcun contatto del soggetto con il proprio inconscio, ma scissione, differenziazione rigida, proiezione difensiva. Per questo nei passaggi all’atto violenti può riemergere in modo brutale il soggetto dell’inconscio al quale non si è mai voluto dare parola.
    Il puro ha dunque necessità dell’esistenza dell’impuro per solidificare la propria immagine ideale. Il principio paranoico che sostiene questa necessità implica condanna, non integrazione ma scissione, segregazione, rigetto dello straniero. Lo stile politico della paranoia esige che il demone dell’inconscio, anziché apparire nei nostri sogni, nei nostri lapsus e nei nostri sintomi, si incarni nel nemico rivale, nell’altra Civiltà, nell’altra religione, nell’Altro diverso da noi. In opposizione a questa deriva segregativa della paranoia, lo stile politico della psicoanalisi, anziché attribuire all’Altro le ragioni del mio fallimento, della mia infelicità, del mio smarrimento o del mio isolamento, anziché alimentare l’attesa di una giustizia che non sarà mai abbastanza o, ancora, anziché vivere in un risentimento lamentoso cronico, appesi a un risarcimento che non potrà mai avvenire, ebbene, in alternativa a questa morale della delega e dell’attesa, la psicoanalisi insiste nel sostenere un’etica della responsabilità soggettiva: voglio sapere che cosa in me, in quel me che non conosco e che mi sfugge, in quel me straniero a me stesso, partecipa ad alimentare i miei disastri, quello che nella mia vita non va e mi fa male e, soprattutto, qual è il mio godimento in tutto questo, in che modo ciò che mi fa così soffrire mi fa in realtà anche così godere al punto da non poterne fare a meno.
    Il fondamento dell’etica della psicoanalisi non può che essere borgesiano: il traditore non è fuori di me, diverso da me, altro da me, ma un aspetto di me, un mio modo d’essere, una mia inclinazione, una mia parte. Il bene e il male, il puro e l’impuro, la verità e la menzogna, la barbarie e la Civiltà non sono in una antitesi rigida ma annodati in maniera spiraliforme. Per questo Freud riconosceva nell’ambivalenza affettiva non tanto una patologia degli affetti ma una legge, se si vuole dire così, della vita affettiva. Il fatto che l’amato sia sempre un po’ odiato e viceversa, evidenzia che non c’è mai discontinuità fra i contrari, non c’è mai una separazione rigida, ma piuttosto inversioni, ribaltamenti, ambivalenze, appunto, che rivelano una loro perturbante continuità: la barbarie non è estranea alla Civiltà, ma la sua punta più interna, l’inconscio non è l’antiragione ma il cuore della ragione, lo straniero non è altrove ma al cuore del mio stesso essere.
    In questo annodamento dei contrari – che il concetto di ambivalenza oppone alla tendenza paranoica a liquidare proiettivamente il proprio contrario nell’Altro – possiamo recuperare una delle definizioni freudiane più efficaci di inconscio: «territorio straniero interno». Dunque qualcosa che pur essendo in me, interno a me stesso, mi eccede costantemente, essendo esterno, straniero, a me stesso. Esso non viene descritto semplicemente come il più intimo di me stesso, come la mia interiorità intima, ma come un’esperienza dell’ignoto e dell’estraneità che si scava proprio al centro di me stesso. È da qui, da questa doppiezza costitutiva dell’inconscio freudiano, che Lacan ha potuto coniare il neologismo extimité per indicare, appunto, che la caratteristica più saliente dell’inconscio è quella di essere una realtà interna, intima ma, al tempo stesso, esteriore, irriducibile all’intimità; un’intimità straniera, un’esteriorità interna.
    Ebbene, è proprio l’esistenza dell’inconscio come estimità che impone un ampliamento della nozione di responsabilità. Se la morale paranoica della contemporaneità suggerisce di porre nello straniero l’elemento insopportabile che mi costituisce, quella della psicoanalisi favorisce l’idea che sia il soggetto come tale a essere innanzitutto straniero a se stesso. In fondo l’inconscio non parla forse una lingua che non intendiamo, una lingua straniera? E una psicoanalisi non è forse il modo per imparare a decifrare quella lingua? Non è un modo per conoscere lo straniero che siamo a noi stessi? È ancora una volta la nozione di confine che qui si problematizza fortemente. Il confine non separa esteriormente ciò che è morale da ciò che è immorale, come se vi fosse una linea visibile, chiara e netta di demarcazione. Da questo punto di vista l’avversario più radicale della psicoanalisi è, come ho già detto, il pensiero paranoico che esteriorizza nell’Altro maligno quella parte di sé di cui non intende assumersi la responsabilità. La paranoia è profondamente antipsicoanalitica perché si fonda sull’assioma dell’innocenza del soggetto, perché pone il bene come coincidente con il proprio io (inevitabilmente megalomanico, insegna l’esperienza clinica) e il male come coincidente con l’Altro. La furia razzista dell’hitlerismo è un esempio ancora incandescente di cosa può la potenza nera del pensiero paranoico. In fondo, è in nome della purezza biologica della razza e della conseguente angoscia collettiva per la contaminazione con l’impuro che si è scatenato il disastro dell’Olocausto.
    Alla proiezione paranoica, che non tollera di fare i conti con lo straniero che abita in noi, l’etica della psicoanalisi oppone il movimento dell’introiezione o, se si preferisce, della soggettivazione. In un mondo dove si autorizza sempre più la ricerca del colpevole, al di fuori dei confini del soggetto, la psicoanalisi rivendica l’assenza di un “fuori”. Non perché, come si è scritto, sposi uno sciocco idealismo che tende a negare l’impatto crudo con la realtà cosiddetta “esterna”, ma perché riconosce che i grandi passaggi della vita implicano necessariamente una assunzione del proprio peggio senza ricercare sconti né giustificazioni. L’etica della psicoanalisi impone di lasciare alle nostre spalle la morale della recriminazione. Il lamento, da questo punto di vista, è, insieme all’innocenza paranoica, l’altra grande alternativa all’assunzione etica della propria responsabilità. Con il lamento il soggetto imputa – come accade anche nella paranoia – costantemente all’Altro (sino nella forma del destino avverso) e alla sua inadeguatezza l’origine del Male. Il soggetto si mantiene in una posizione passiva che lo identifica a quella della vittima. La sua vita si consuma nell’attesa di un risarcimento che non avverrà mai perché niente sarà mai sufficiente a lenire l’astio rivendicativo verso l’Altro. L’esistenza dell’inconscio può invece rendere possibile il perdono e la gratitudine perché nell’inconscio possiamo vedere che la nostra faccia in ombra non è in realtà tanto diversa da quella che imputiamo all’Altro. Il che non significa che non vi siano differenze tra Adolf Hitler e san Francesco d’Assisi. Certamente, le differenze esistono, ma quella maggiore è che il secondo è riuscito a trattare la tentazione e il peccato come parti di sé, in un movimento soggettivo di ascesi, mentre il primo le ha scaraventate proiettivamente sull’Altro senza alcuna interiorizzazione. Per questo il primo non conosce il perdono e il senso di colpa, né la gratitudine o l’amore. Mentre per il secondo il Bene è un’aspirazione a cui votarsi nel proprio desiderio, per il primo è solo uno stato dell’essere. Perché lui è il medico della grande Germania, lui ha il compito di risanarla, sterminando il nemico, l’impuro e lo straniero, in nome del Bene naturalmente, in nome della sua identificazione delirante con il Bene. In effetti non c’è più alcun limite al Male se il Male stesso viene fatto in nome del Bene.

    Buona vita

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