
Originalmente inviato da
willy61
Giusto per chiarire un po' la distinzione tra colpa e responsabilità:
Massimo Recalcati. "Elogio dell'inconscio". Capitolo 4: Una responsabilità radicale
Quarto argomento
Una responsabilità radicale
Cosa significa essere responsabili dopo Freud, dopo l’invenzione dell’inconscio? Come posso essere responsabile di ciò che non governo? L’inconscio diventa un alibi o radicalizza la mia responsabilità?
L’inconscio freudiano dimette il soggetto da ogni ideale di padronanza, ma non per questo lo sottrae alla re sponsabilità etica nei confronti dei suoi atti. Ma se l’io non è nemmeno «padrone in casa propria» che senso ha il richiamo della psicoanalisi alla responsabilità? Se l’inconscio è “più forte”, potrebbero continuare i suoi detrattori, quale spazio resterebbe alla libertà del soggetto, alle sue capacità di autodeterminazione? Siamo seri: l’esistenza dell’inconscio non finisce forse per giustificare i crimini più efferati? Quelli in cui, per esempio, il delitto si consuma nella forma del passaggio all’atto impetuoso o quelli più seriali che esaltano la tipologia del “mostro”. Oppure quelli più quotidiani: voglio fare una cosa e invece ne faccio un’altra che danneggia “casualmente” il mio nemico. Ebbene: non sono stato io! È stato l’Es, cioè lui, l’Altro, l’inconscio appunto!
Il punto che non si può aggirare è che se la sovversione freudiana obbliga a un decentramento dell’io riducendo le sue ambizioni narcisistiche, l’etica che ne deriva non potrà più sostenersi su di un fondamento granitico, assoluto, universale. Al contrario, il solo fondamento possibile diventerà quello singolare e contingente del soggetto. Anche in questo senso la psicoanalisi vuole essere una scienza del particolare, prendendo partito contro ogni etica dell’universale. Ciò che conta non è l’adeguamento delle nostre azioni a un codice trascendente che definirebbe in termini assoluti cosa è bene e cosa è male, ma se esse sono coerenti o meno con il nostro desiderio inconscio. Un regime sociale che vorrebbe governare la misura particolare del desiderio inconscio imponendogliene una uguale per tutti, universale appunto, che, in altre parole, non sappia tener conto delle differenze e delle particolarità, è destinato a evolvere fatalmente in forme di convivenza totalitarie.
Dobbiamo però precisare che l’esistenza dell’inconscio non agisce come un deus ex machina, come una nuova divinità che impone i suoi capricci a un soggetto ridotto a marionetta di un copione già scritto. Piuttosto, con l’invenzione freudiana dell’inconscio si apre una questione eticamente vertiginosa: se il soggetto non è nemmeno padrone in casa propria che ne sarà del concetto etico di responsabilità? L’inconscio diventerà un alibi che solleverà la coscienza morale dal peso delle sue responsabilità? Se in effetti l’inconscio è questo Altro che abita il soggetto e sul quale il soggetto non ha potere di governo, sembrerebbe logico attendersi una deresponsabilizzazione etica del soggetto stesso. L’etica verrebbe declinata solo paranoicamente: il colpevole, il maligno, il cattivo, l’impuro è sempre l’Altro (il proprio corpo vissuto come nemico o minaccia, lo straniero lontano, lo sconosciuto vicino, l’ignoto)!
Indubbiamente la psicoanalisi e gli psicoanalisti corrono questo rischio; corrono il rischio di autorizzare l’inconscio come ciò che determina passivamente le scelte di un soggetto. In questo caso l’etica della psicoanalisi non sarebbe altro che il prolungamento laicizzato del servo arbitrio, darebbe luogo a un vero e proprio determinismo. Era questa indubbiamente una possibilità immanente alla dottrina freudiana. Ci ritorneremo. Per il momento soffermiamoci ancora un po’ sul punto che ci interessa: il rischio di assimilare l’inconscio a una volontà trascendente che s’impone dall’alto e che può giustificare una deresponsabilizzazione etica del soggetto. L’esistenza dell’inconscio diventa ciò che mi libera dal peso delle mie scelte e dei miei atti. È l’alibi che giustifica la mia inettitudine o la mia violenza. Infatti, se il soggetto dipende dall’inconscio, ne consegue che non gli si possa imputare alcuna responsabilità. Tuttavia, il vero passo compiuto da Freud consiste nel tenere insieme una nozione indebolita di soggetto (che non è mai padrone nemmeno in casa propria) con una radicalizzazione della sua responsabilità etica. Ed è proprio in questo passo paradossale che dobbiamo reperire un punto di straordinaria forza dell’inconscio freudiano e che giustifica il mio quarto elogio.
Tra gli esempi che possiamo citare per illustrare meglio ciò di cui stiamo discorrendo, possiamo riferirci a uno utilizzato da Freud stesso. È l’esempio dei nostri sogni, i quali, come la psicoanalisi insegna, sono manifestazioni cifrate dei nostri desideri inconsci. Dunque anche dei nostri desideri meno civili, più scabrosi, refrattari all’educazione culturale e al principio di realtà. Ebbene, giunge a chiedersi Freud, siamo noi davvero responsabili di questi desideri? Più precisamente, siamo noi responsabili del contenuto inconscio dei nostri sogni, siamo responsabili del nostro inconscio?
La risposta di Freud è che nei sogni, nel loro contenuto latente, si manifesta una verità che nella dimensione ordinaria della nostra vita diurna non assumiamo come qualcosa che ci concerne. Questa verità dalla quale ci allontaniamo – che è legata a doppio filo con il desiderio inconscio – ritorna in forme simboliche, dunque cifrate, nei nostri sogni. Il ragionamento di Freud procede definendo implicitamente un primo livello di responsabilità del sognatore: riconoscere o meno il valore di verità dei propri sogni. Un primo livello di responsabilità concerne dunque la nostra volontà di sapere: vogliamo, o meno, sapere qualcosa di questa verità rimossa che ritorna? Vogliamo sapere il significato dei nostri sogni, la loro posta in gioco, cosa c’è in essi che ci riguarda? Oppure scegliamo la via della scissione, della non integrazione, dell’«ipocrisia», insomma, del rigetto fuori di noi stessi di ciò che del sogno ci riguarda?
Ecco allora definirsi un secondo livello di responsabilità; presa la decisione di voler sapere il senso dei miei sogni, di escludere la via della scissione preferendole quella dell’integrazione, del riconoscimento che ciò di cui il sogno parla mi concerne, c’è un secondo passo da compiere: cosa me ne faccio della verità dei miei sogni? Voglio, o meno, assumere ciò che nel sogno, pur manifestandosi in modo bizzarro e apparentemente scombinato, è qualcosa che mi concerne radicalmente? Quella verità che ora ho conosciuto e che mi rivela qualcosa di significativo sul mio desiderio più particolare, voglio davvero riconoscerla come mia, voglio davvero assumermi la responsabilità di riconoscerla, oppure decido di separarmene come se riguardasse qualcun altro? La prima via – quella dell’assunzione soggettiva della verità rimossa – è quella indicata dall’analisi, la seconda riguarderebbe invece quell’ipocrisia che mantiene distinto l’io dal suo inconscio e che anziché assumere la verità inconscia tende ad abolirla, a negarne l’esistenza, a misconoscerla, a rifiutarla.
Questo esempio chiarisce come la psicoanalisi non alimenti affatto l’idea dell’inconscio come alibi, ma, al contrario, operi un’estensione del concetto di responsabilità sino a implicare in esso l’esistenza stessa dell’inconscio, il quale, da questo punto di vista, non è tanto una riserva selvaggia di immoralità, ma pone il problema di un’etica dove la responsabilità è confrontata con il suo limite più pungente. Non si tratta dunque di scegliere tra la moralità ipocrita di chi misconosce l’appartenenza dell’io all’inconscio o lo scatenamento immorale e trasgressivo dell’inconscio, ma di spingerci a toccare le parti più scabrose di noi stessi, a riconoscerle come proprie, a tenerne conto nei nostri comportamenti e nelle nostre scelte. Da questo punto di vista il movimento che la psicoanalisi promuove intorno al concetto di responsabilità mi pare analogo a quello che realizza nei confronti della ragione: non si discredita la ragione in quanto tale, ma la si invita ad aggiornare i suoi limiti per ampliare la sua funzione. Lo stesso vale per la categoria di responsabilità; se, infatti, l’inconscio non è solo il luogo “privato” del soggetto, ma anche il luogo in cui il soggetto si è inscritto simbolicamente, il luogo dell’Altro, il contesto familiare, sociale e storico in cui si è cresciuti, un luogo, insomma, fatto dai significanti che hanno fabbricato la mia esistenza, allora la responsabilità si dilata, giunge al suo punto più estremo: sono responsabile non solo in rapporto alla mia coscienza, ma di tutto ciò che l’Altro ha fatto di me stesso, o più precisamente sarò responsabile di aver fatto o meno qualcosa di ciò che l’Altro ha voluto fare di me stesso. Ecco perché Lacan potrà affermare che con l’invenzione freudiana dell’inconscio anziché trovare un alibi il soggetto sarà costretto a riconoscersi come sempre responsabile. Qui il nostro elogio dell’inconscio freudiano diventa veramente appassionato perché in questa radicalizzazione della responsabilità che esso comporta possiamo cogliere il carattere fortemente dissonante della proposta psicoanalitica nei confronti della tendenza paranoica che l’etica nel nostro tempo sta assumendo. L’etica della psicoanalisi – questa etica che include nella figura della responsabilità l’esistenza stessa dell’inconscio – sfida provocatoriamente la tendenza paranoica della morale contemporanea, la quale tende, in ogni campo, ad attribuire all’Altro le responsabilità del proprio male. Infatti, lo stile politico della paranoia si fonda sulla proiezione all’esterno di ciò che di se stesso il soggetto non è in grado di sopportare. Mentre questo stile consiste in un irrigidimento della strategia difensiva dell’io e in un’espulsione difensiva verso l’Altro di ciò che il soggetto non riesce ad accettare di se stesso, quello psicoanalitico sospinge invece verso il riconoscimento delle nostre parti più scabrose e più divergenti rispetto all’immagine ideale di noi stessi, che invece il nostro narcisismo coltiva appassionatamente. Contro la deriva paranoica della morale contemporanea la psicoanalisi si offre come un punto di resistenza formidabile: anziché imputare all’Altro il male ed elevarmi allo stato di una innocenza rivendicativa, tipica dell’atteggiamento paranoico, essa mi conduce a sapere che cosa in me favorisce, alimenta o genera il male che mi affligge, in che cosa veramente ciò che di impuro vedo nell’Altro in realtà mi concerne: insomma, chi è veramente quell’io che credo di essere. Mi obbliga a confrontarmi innanzitutto con la mia “impurità” pulsionale.
L’assunzione della propria responsabilità, se vuole impegnare anche il soggetto dell’inconscio, si mantiene così in controtendenza rispetto a ogni simmetria immaginaria propria dello schema amico-nemico, per dare luogo invece a un’etica in grado di fare esperienza del perdono o, se si vuole utilizzare una categoria centrale nell’insegnamento di Melanie Klein, della gratitudine. Non c’è infatti gratitudine possibile, né perdono, senza una preliminare assunzione soggettiva della propria mancanza. Uno degli insegnamenti capitali dell’esperienza analitica è che solo l’“impuro” sa genuinamente perdonare e provare autentica gratitudine perché può saper disgiungere la gratitudine e il perdono da ogni forma di giudizio morale in quanto ha conosciuto, nella sua analisi, il reale del male come una parte di sé. I “puri” sono invece tendenzialmente supponenti, tendono a rigettare l’impuro nell’Altro, preferiscono difendere l’identità preziosa della propria persona anziché contaminarsi con l’esperienza del desiderio. A volte però queste figure appaiono clamorosamente protagoniste di passaggi all’atto imprevedibili – come nel caso del bravo ragazzo che improvvisamente diventa un feroce assassino – che rivelano l’assenza di una mediazione simbolica tra il soggetto e il suo desiderio. Fintanto che la difesa proiettiva dal reale pulsionale rigetta sull’Altro il Male identificando il soggetto con il Bene, non c’è possibilità di rendere flessibili e convergenti i confini tra l’io e il desiderio inconscio e al posto di questa mediazione appare uno sdoppiamento effettivo del soggetto, un suo essere imbalsamato in un’immagine falsa e stereotipata di se stesso (ciò che Winnicott definiva come «falso Sé»), che può generare, sul lato opposto, scompensazioni brusche, passaggi all’atto, apparizioni sregolate della pulsione, come espressioni di un mondo soggettivo caotico. In questi casi non c’è alcun contatto del soggetto con il proprio inconscio, ma scissione, differenziazione rigida, proiezione difensiva. Per questo nei passaggi all’atto violenti può riemergere in modo brutale il soggetto dell’inconscio al quale non si è mai voluto dare parola.
Il puro ha dunque necessità dell’esistenza dell’impuro per solidificare la propria immagine ideale. Il principio paranoico che sostiene questa necessità implica condanna, non integrazione ma scissione, segregazione, rigetto dello straniero. Lo stile politico della paranoia esige che il demone dell’inconscio, anziché apparire nei nostri sogni, nei nostri lapsus e nei nostri sintomi, si incarni nel nemico rivale, nell’altra Civiltà, nell’altra religione, nell’Altro diverso da noi. In opposizione a questa deriva segregativa della paranoia, lo stile politico della psicoanalisi, anziché attribuire all’Altro le ragioni del mio fallimento, della mia infelicità, del mio smarrimento o del mio isolamento, anziché alimentare l’attesa di una giustizia che non sarà mai abbastanza o, ancora, anziché vivere in un risentimento lamentoso cronico, appesi a un risarcimento che non potrà mai avvenire, ebbene, in alternativa a questa morale della delega e dell’attesa, la psicoanalisi insiste nel sostenere un’etica della responsabilità soggettiva: voglio sapere che cosa in me, in quel me che non conosco e che mi sfugge, in quel me straniero a me stesso, partecipa ad alimentare i miei disastri, quello che nella mia vita non va e mi fa male e, soprattutto, qual è il mio godimento in tutto questo, in che modo ciò che mi fa così soffrire mi fa in realtà anche così godere al punto da non poterne fare a meno.
Il fondamento dell’etica della psicoanalisi non può che essere borgesiano: il traditore non è fuori di me, diverso da me, altro da me, ma un aspetto di me, un mio modo d’essere, una mia inclinazione, una mia parte. Il bene e il male, il puro e l’impuro, la verità e la menzogna, la barbarie e la Civiltà non sono in una antitesi rigida ma annodati in maniera spiraliforme. Per questo Freud riconosceva nell’ambivalenza affettiva non tanto una patologia degli affetti ma una legge, se si vuole dire così, della vita affettiva. Il fatto che l’amato sia sempre un po’ odiato e viceversa, evidenzia che non c’è mai discontinuità fra i contrari, non c’è mai una separazione rigida, ma piuttosto inversioni, ribaltamenti, ambivalenze, appunto, che rivelano una loro perturbante continuità: la barbarie non è estranea alla Civiltà, ma la sua punta più interna, l’inconscio non è l’antiragione ma il cuore della ragione, lo straniero non è altrove ma al cuore del mio stesso essere.
In questo annodamento dei contrari – che il concetto di ambivalenza oppone alla tendenza paranoica a liquidare proiettivamente il proprio contrario nell’Altro – possiamo recuperare una delle definizioni freudiane più efficaci di inconscio: «territorio straniero interno». Dunque qualcosa che pur essendo in me, interno a me stesso, mi eccede costantemente, essendo esterno, straniero, a me stesso. Esso non viene descritto semplicemente come il più intimo di me stesso, come la mia interiorità intima, ma come un’esperienza dell’ignoto e dell’estraneità che si scava proprio al centro di me stesso. È da qui, da questa doppiezza costitutiva dell’inconscio freudiano, che Lacan ha potuto coniare il neologismo extimité per indicare, appunto, che la caratteristica più saliente dell’inconscio è quella di essere una realtà interna, intima ma, al tempo stesso, esteriore, irriducibile all’intimità; un’intimità straniera, un’esteriorità interna.
Ebbene, è proprio l’esistenza dell’inconscio come estimità che impone un ampliamento della nozione di responsabilità. Se la morale paranoica della contemporaneità suggerisce di porre nello straniero l’elemento insopportabile che mi costituisce, quella della psicoanalisi favorisce l’idea che sia il soggetto come tale a essere innanzitutto straniero a se stesso. In fondo l’inconscio non parla forse una lingua che non intendiamo, una lingua straniera? E una psicoanalisi non è forse il modo per imparare a decifrare quella lingua? Non è un modo per conoscere lo straniero che siamo a noi stessi? È ancora una volta la nozione di confine che qui si problematizza fortemente. Il confine non separa esteriormente ciò che è morale da ciò che è immorale, come se vi fosse una linea visibile, chiara e netta di demarcazione. Da questo punto di vista l’avversario più radicale della psicoanalisi è, come ho già detto, il pensiero paranoico che esteriorizza nell’Altro maligno quella parte di sé di cui non intende assumersi la responsabilità. La paranoia è profondamente antipsicoanalitica perché si fonda sull’assioma dell’innocenza del soggetto, perché pone il bene come coincidente con il proprio io (inevitabilmente megalomanico, insegna l’esperienza clinica) e il male come coincidente con l’Altro. La furia razzista dell’hitlerismo è un esempio ancora incandescente di cosa può la potenza nera del pensiero paranoico. In fondo, è in nome della purezza biologica della razza e della conseguente angoscia collettiva per la contaminazione con l’impuro che si è scatenato il disastro dell’Olocausto.
Alla proiezione paranoica, che non tollera di fare i conti con lo straniero che abita in noi, l’etica della psicoanalisi oppone il movimento dell’introiezione o, se si preferisce, della soggettivazione. In un mondo dove si autorizza sempre più la ricerca del colpevole, al di fuori dei confini del soggetto, la psicoanalisi rivendica l’assenza di un “fuori”. Non perché, come si è scritto, sposi uno sciocco idealismo che tende a negare l’impatto crudo con la realtà cosiddetta “esterna”, ma perché riconosce che i grandi passaggi della vita implicano necessariamente una assunzione del proprio peggio senza ricercare sconti né giustificazioni. L’etica della psicoanalisi impone di lasciare alle nostre spalle la morale della recriminazione. Il lamento, da questo punto di vista, è, insieme all’innocenza paranoica, l’altra grande alternativa all’assunzione etica della propria responsabilità. Con il lamento il soggetto imputa – come accade anche nella paranoia – costantemente all’Altro (sino nella forma del destino avverso) e alla sua inadeguatezza l’origine del Male. Il soggetto si mantiene in una posizione passiva che lo identifica a quella della vittima. La sua vita si consuma nell’attesa di un risarcimento che non avverrà mai perché niente sarà mai sufficiente a lenire l’astio rivendicativo verso l’Altro. L’esistenza dell’inconscio può invece rendere possibile il perdono e la gratitudine perché nell’inconscio possiamo vedere che la nostra faccia in ombra non è in realtà tanto diversa da quella che imputiamo all’Altro. Il che non significa che non vi siano differenze tra Adolf Hitler e san Francesco d’Assisi. Certamente, le differenze esistono, ma quella maggiore è che il secondo è riuscito a trattare la tentazione e il peccato come parti di sé, in un movimento soggettivo di ascesi, mentre il primo le ha scaraventate proiettivamente sull’Altro senza alcuna interiorizzazione. Per questo il primo non conosce il perdono e il senso di colpa, né la gratitudine o l’amore. Mentre per il secondo il Bene è un’aspirazione a cui votarsi nel proprio desiderio, per il primo è solo uno stato dell’essere. Perché lui è il medico della grande Germania, lui ha il compito di risanarla, sterminando il nemico, l’impuro e lo straniero, in nome del Bene naturalmente, in nome della sua identificazione delirante con il Bene. In effetti non c’è più alcun limite al Male se il Male stesso viene fatto in nome del Bene.
Buona vita