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  1. #226
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da minimino Visualizza messaggio
    Io trovo colpevolizzante il fatto di far ricadere la responsabilità del disagio psichico sul paziente e sulla sua volontà: che "resiste" (con buona pace di Bromberg, che in questo non mi pare un esponente tipico della disciplina)
    E quali sarebbero, di grazia, gli "esponenti tipici" di una forma terapeutica che si declina al plurale (le psicoanalisi) e non al singolare, ormai da più di 50 anni?
    O lo decidi tu, chi è "tipico" e chi non lo è?
    O l'Alanson White Institute di Mitchell (sui cui testi mi sono formato ormai 10 anni fa) è "atipico"?

    Citazione Originalmente inviato da minimino Visualizza messaggio
    , che "fugge nella malattia", che cerca "risarcimenti", che "non vuole crescere", che "non è pronto" e altre amenità. Uno psichiatra americano, Richard Hunter, ha espresso il concetto in maniera secondo me cristallina: "Nessun'altra disciplina addossa la colpa della malattia - e del fallimento terapeutico - al paziente".
    Questo Richard Hunter mi è nuovo. Google non me lo trova. Riesci a mandarmi qualche riferimento?



    Citazione Originalmente inviato da minimino Visualizza messaggio
    Poi perdonami, ma a me pare non del tutto onesto zittire chi, come ludovicamaria, ha conosciuto la psicoanalisi per esperienza personale ma non ha "ottant'anni", quindi non conosce abbastanza psicoanalisti per formarsi un giudizio. Qual è il numero minimo? Io ne ho conosciuti tre e ho letto diversi libri, ma immagino che ancora non sia abbastanza... Con questo espediente si può fissare la soglia minima di conoscenza sempre al di fuori della portata del proprio interlocutore, e così squalificarne l'opinione. Mi convince poco anche l'argomento secondo cui gli psicoanalisti moderni e "illuminati" avrebbero superato i concetti qui denunciati. Chi? Quali? In che percentuale? Ci sono "direttive" in merito? Mi sa che ogni analista ha la "sua" psicoanalisi, più o meno aggiornata, più o meno efficace, tra ortodossi, riformatori ed eretici. E non mi sembra una buona notizia per i pazienti, che in mancanza di garanzie fanno bene a tenersi alla larga da questi lidi.
    Intanto, a me non interessa zittire nessuno. A me interessa discutere.
    E se, come dici tu, "ogni analista ha la sua psicoanalisi", che senso ha prendersela con "la" psicoanalisi, invece che con "quell(o)/(a)" analista?
    E i pazienti fanno quel che gli pare e piace, fortunatamente, senza bisogno di persone che dicano loro quel che devono o non devono fare. O solo quelli che scelgono il tuo tipo di terapia preferito hanno diritto di parola?

    Buona vita
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  2. #227
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    Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da minimino Visualizza messaggio
    Che mattone..! Mi pare un'involuzione verbosa simil-filosofica e poco psicologica. E anche moralista: "risarcimento impossibile", "astio", "perdono", che mi rimandano più al catechismo che alle discipline della psiche. Ma è un'opinione personale. In tema di responsabilità trovo molto più utile e lineare distinguere tra pensiero e atto: dove il primo è scevro da responsabilità e giudizi, il secondo no. Che è poi la vera differenza tra Adolf e San Francesco. Bastavano due righe.
    Interessante. Ma l'atto, in psicoanalisi, ha la stessa valenza del pensiero. E viceversa.
    Con gli "atti mancati" è nata la psicoanalisi, no?
    E perché mai uno non può essere responsabile di se stesso, anche di quelle parti di se stesso che ignora, respinge o disapprova?

    Buona vita

    P.S.: Se posso, cerca di curare meglio l'ordine delle parole. Altrimenti, a prima vista, uno capisce che Hitler è scevro da responsabilità e giudizi, e S.Francesco no.
    Ultima modifica di willy61 : 20-09-2012 alle ore 22.22.14
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  3. #228
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    Re: Riferimento: Re: Perizia sulla psicoanalisi.

    Secondo me tutta questa discussione potrebbe essere tradotta nel seguente modo: a volte si crede che la propria esperienza personale sia rappresentativa di una realtà generale e si può cadere nell'errore logico di usarla come esempio per dimostrare e argomentare una teoria. Ho conosciuto psicologi di dubbia moralità, gente che aveva per prima gravi squilibri psichici e difficoltà interpersonali, persone narcisiste che sono state capaci di compiere atti illegali pur di arrivare ai loro scopi. Il mondo non è fatto di categorie, ma di persone... sono forse giustificata a considerarli rappresentativi della popolazione degli psicologi e a cadere nell'errore che tutti coloro che appartengono alla stessa categoria professionale sono squilibrati? Punto di domanda.
    Prima di iniziare il mio percorso analitico che ora porto avanti con la specializzazione ho conosciuto terapeuti di diversi orientamenti, ho fatto molte sedute con loro e vissuto sulla mia pelle la diversità dei loro approcci alla ricerca di un metodo migliore e ho capito un fondamento di questa professione: non ci sono categorie, scuole e tecniche che tengano, esistono le persone che sanno o non sanno lavorare. Non è la laurea e l'abilitazione che ti rendono psicologo, anche se a molti piacerebbe, e non è una specializzazione in psicoterapia che necessariamente ti rende psicoterapeuta. E' la persona che sei insieme ad un'ottima preparazione a fare il professionista, non le teorie, i libri di Freud e le tecniche apprese. Nessuno ti insegna a dare le colpe e se anche fosse scritto in alcuni libri, poi è la persona con la sua testa a lavorare in terapia con quello specifico paziente e non la dottrina. Prima di dire che tutti sono in un modo solo perchè si è conosciuta una o anche venti persone appartenenti alla stessa categoria, pensiamo a non compiere questo errore logico grossolano.

  4. #229
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    Riferimento: Perizia sulla psicoanalisi.

    Carissimi, mi scuso per il tono un po' aggressivo degli interventi che ha però forse avuto il merito di stimolare il dibattito su aspetti che a me sembrano non di dettaglio in un'esperienza di psicoterapia. Rispondo con ordine perché in questi giorni non lavoro

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    E quali sarebbero, di grazia, gli "esponenti tipici" di una forma terapeutica che si declina al plurale (le psicoanalisi) e non al singolare, ormai da più di 50 anni?
    O lo decidi tu, chi è "tipico" e chi non lo è?
    O l'Alanson White Institute di Mitchell (sui cui testi mi sono formato ormai 10 anni fa) è "atipico"?
    Che il concetto di resistenza (Widerstand), che io trovo abominevole, sia uno dei capisaldi "tipici" della psicoanalisi è insegnato in tutti i manuali. Poi chiaro: nelle diverse parrocchie che citi (e non solo negli ultimi 50 anni, ma anche prima) ci sarà pure chi ne può fare tranquillamente a meno, come c'è chi ha cestinato il mito edipico e altri gingilli onanistici del vecchio Sigmund. Noto peraltro che l'Alanson White Institute di Mitchell prevede ancora l'"analisi delle resistenze" nel programma del training 2011-2012 (http://www.wawhite.org/uploads/Bulle...2Revision).pdf, pagg. 34, 38, 46) per cui forse tu sei "atipico" anche nella tua formazione…

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Questo Richard Hunter mi è nuovo.
    Non è così nuovo, anzi dubito che sia ancora in vita È autore di vari testi di psichiatria e neurologia, ma soprattutto ricordato per le sue opere di storia della psichiatria (il più famoso è Three Hundred Years of Psychiatry, 1535-1860, che consiglio). Altro non so, ma mi interessava la citazione più del personaggio.

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    che senso ha prendersela con "la" psicoanalisi, invece che con "quell(o)/(a)" analista?
    Questa la trovo una china un po' scivolosa e disonesta. Se infatti non ha senso attaccare la psicoanalisi, allora non ha senso nemmeno difenderla. E se esistono tante psicoanalisi quanti sono gli analisti (ma secondo me anche di più!), allora la psicoanalisi non esiste in quanto non esiste un corpus scientifico condiviso. Allora perché gli psicoanalisti insistono a definirsi tali? Questa difesa "liquida" per sgusciare tra le mani degli avversari rischia insomma di ritorcersi contro chi la utilizza (come del resto altre strategie psicoanalitiche, resistenza in primis).

    In quanto ai pazienti, non mi sognavo di dare loro delle direttive, ma giustificavo quelli che si tengono alla larga da una disciplina che in questa sua "liquidità" non può dare alcuna garanzia, non dico di successo (che un altro brutto film), ma nemmeno di metodo.

    Del resto anche tu parli di psicoanalisi in senso generale ("l'atto, in psicoanalisi…", "la psicoanalisi moderna…" ecc. faresti allora meglio per coerenza a dire semplicemente "IO…").

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Interessante. Ma l'atto, in psicoanalisi, ha la stessa valenza del pensiero. E viceversa.
    Questo è purtroppo un aspetto che trovo profondamente ANTI-TERAPEUTICO e iatrogeno. E lo dico anche per esperienza personale.

    Citazione Originalmente inviato da Psichedelic Visualizza messaggio
    Secondo me tutta questa discussione potrebbe essere tradotta nel seguente modo: a volte si crede che la propria esperienza personale sia rappresentativa di una realtà generale e si può cadere nell'errore logico di usarla come esempio per dimostrare e argomentare una teoria.
    Questo mi pare molto saggio. Ma resto dell'idea che una teoria che si presenta formalmente sotto lo stesso "cappello" (la psicoanalisi) debba fornire delle garanzie di metodo e non nascondersi dietro una liquidità che disorienta e rende difficile (se non impossibile) il confronto teorico. Poi esistono anche tanti pessimi psicologi a prescindere dall'orientamento, e anche questo è un problema serio secondo me non abbastanza presidiato dagli ordini e dalle autorità sanitarie.

  5. #230
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    Riferimento: Perizia sulla psicoanalisi.

    Discuto volentieri. Ma con una domanda posta "a priori": pensi di riuscire ad accantonare la tua esperienza personale nel corso della discussione?
    Questo per un motivo preciso: se intendi discutere a partire dalla tua esperienza personale non ho nulla in contrario, ma non posso fare altro che accettare la tua posizione e non discutere. Non si discute un'esperienza, la si vive.
    Se, invece, riesci a "decentrarti" dalla tua storia personale e discutere dei pro e dei contro di una disciplina scientifica e di un orientamento terapeutico, allora continuiamo su questa linea.

    Fammi sapere

    Buona vita
    Guglielmo
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  6. #231
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    Re: Riferimento: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Discuto volentieri. Ma con una domanda posta "a priori": pensi di riuscire ad accantonare la tua esperienza personale nel corso della discussione?
    Questo per un motivo preciso: se intendi discutere a partire dalla tua esperienza personale non ho nulla in contrario, ma non posso fare altro che accettare la tua posizione e non discutere. Non si discute un'esperienza, la si vive.
    Se, invece, riesci a "decentrarti" dalla tua storia personale e discutere dei pro e dei contro di una disciplina scientifica e di un orientamento terapeutico, allora continuiamo su questa linea.

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    Buona vita
    Guglielmo
    Willy, se mi consenti di introdurmi e creare ulteriore confusione nella discussione in corso, vorrei chiederti cosa ne pensi di un determinato aspetto della terapia psicoanalitica. Molti analisi sono rigidi riguardo al pagamento delle sedute mancate, ovvero se si fissa un impegno di 3 volte a settimana e per qualunque motivo, serio o no, non si può venire ad una seduta pretendono comunque il pagamento. Inoltre ho notato nella mia esperienza che è l'analista a scegliere le vacanze e, se per puro caso non coincidono con le tue, alla fine ti trovo costretto a pagare delle sedute "platoniche". Ora, voglio chiederti cosa ne pensi di questa modalità e come credi possa contribuire al rapporto terapeutico di fiducia e sul percorso analitico.

  7. #232
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    Riferimento: Perizia sulla psicoanalisi.

    Caro Willy, io metto nelle mie considerazioni la mia esperienza esattamente nella misura in cui tu metti la tua, dove tutto è incluso: formazione, istruzione, esperienze di vita e famigliari, letture, amicizie e inimicizie ecc. La conoscenza possibile è pragmatica e limitata dall'esperienza personale (nella definizione più ampia che ho descritto), quindi nessuno di noi può "accantonare" la propria esperienza, altrimenti saremmo muta materia minerale, senza memoria. Tu del resto non hai poco fa citato la tua esperienza formativa? Comunque ti rassicuro: la mia esperienza terapeutica - se come credo è quella a cui ti riferisci - è solo un tassello del mio bagaglio, e ormai anche piuttosto lontano nel tempo. Se l'ho citata è per onestà bibliografica, che impone sempre di denunciare le fonti

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Discuto volentieri. Ma con una domanda posta "a priori": pensi di riuscire ad accantonare la tua esperienza personale nel corso della discussione?
    Questo per un motivo preciso: se intendi discutere a partire dalla tua esperienza personale non ho nulla in contrario, ma non posso fare altro che accettare la tua posizione e non discutere. Non si discute un'esperienza, la si vive.
    Se, invece, riesci a "decentrarti" dalla tua storia personale e discutere dei pro e dei contro di una disciplina scientifica e di un orientamento terapeutico, allora continuiamo su questa linea.

    Fammi sapere

    Buona vita
    Guglielmo

  8. #233
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    Riferimento: Re: Riferimento: Perizia sulla psicoanalisi.

    Benché non interpellato, ti dico come la penso: si tratta di un abuso professionale sotto il profilo giuridico e deontologico e di un abuso di potere sotto il profilo psicologico. Le argomentazioni a sostegno di questa pratica abusiva sono talmente deboli che persino Paolo Migone, in un suo articolo che ti può essere utile (http://www.osservatoriopsicologia.it...-paolo-migone/) le mette in discussione, peraltro invocando altrettanto improbabili motivazioni di ordine storico e "culturale".

    Ti segnalo sul tema anche gli atti di un convegno veneziano di un paio d'anni fa: http://www.psychomedia.it/pm-proc/de...ia09/index.htm.

    Citazione Originalmente inviato da Psichedelic Visualizza messaggio
    Willy, se mi consenti di introdurmi e creare ulteriore confusione nella discussione in corso, vorrei chiederti cosa ne pensi di un determinato aspetto della terapia psicoanalitica. Molti analisi sono rigidi riguardo al pagamento delle sedute mancate, ovvero se si fissa un impegno di 3 volte a settimana e per qualunque motivo, serio o no, non si può venire ad una seduta pretendono comunque il pagamento. Inoltre ho notato nella mia esperienza che è l'analista a scegliere le vacanze e, se per puro caso non coincidono con le tue, alla fine ti trovo costretto a pagare delle sedute "platoniche". Ora, voglio chiederti cosa ne pensi di questa modalità e come credi possa contribuire al rapporto terapeutico di fiducia e sul percorso analitico.
    Ultima modifica di minimino : 21-09-2012 alle ore 16.45.36

  9. #234
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    Riferimento: Re: Riferimento: Perizia sulla psicoanalisi.

    Sono molto meno drastico di minimino, sull'argomento del pagamento sedute saltate.
    La mia analista, se avvertivo il giorno prima - o se si trattava di un'emergenza - non mi faceva pagare le sedute saltate. Accadde una volta che mi "dimenticai" la seduta e me ne ricordai mezz'ora dopo l'orario stabilito. Presi la bicicletta, andai dalla mia analista, feci 8 minuti di seduta e pagai. Giudicatelo come volete, per me fu un'esperienza responsabilizzante e utile.

    Da un punto di vista teorico, secondo me, non ci sono ragioni per far pagare le sedute saltate. Non trovo indicazioni e vedo molte controindicazioni. Tranne nel caso in cui il saltare la seduta sia una manifestazione di ostilità del paziente (e non venitemi a raccontare che i pazienti non provano odio, rabbia, invidia e antagonismo nei confronti dei terapeuti, per cortesia. Siamo tutti esseri umani e abbiamo tutti a disposizione un'intera gamma di emozioni e sentimenti).

    Da un punto di vista pratico, occorre ricordare che lo psicoterapeuta vive del suo lavoro con i pazienti. Se i pazienti non lo pagano lui/lei non mangia (e non paga le tasse, l'albo e la previdenza). Quindi la regola è nata probabilmente più per ragioni economiche che teoriche e, da questo punto di vista, avrebbe anche un senso.

    Completamente diverso è il discorso delle ferie. Come ogni professionista e ogni azienda, anche i terapeuti vanno in ferie. E, ovviamente, ci vanno quando vogliono loro. Prova a cercare un idraulico in agosto, o un componente meccanico raro. Poi mi saprai dire se i terapeuti sono gli unici a comportarsi in questo modo. L'azienda è mia e decido io quando l'azienda chiude. Punto.

    La mia prassi è che i miei pazienti non pagano le sedute saltate, ma io mi riservo tranquillamente lo stesso diritto (cioè, se non posso essere in studio, avviso e propongo un'altra data).
    Per le ferie, ovviamente, decido io quando e per quanto tempo ci vado. Su questo non vedo la possibilità di obiezioni di sorta.

    Buona vita
    Guglielmo

    P.S.: Immagina di essere un analista che, per lavorare, ha affittato uno studio in una città differente da quella in cui vive. Ovviamente, in questo caso, far pagare le sedute saltate ha un senso - economico, non teorico. Le spese dello studio, del trasferimento e della permanenza l'analista le deve sostenere comunque. E, se il paziente non si presenta e lui è andato lì per quell'unico paziente, il costo può essere elevato.
    Spesso si tende a pensare che il lavoro degli psicoterapeuti sia una specie di missione religiosa motivata da chissà quali nobili sentimenti. E' un lavoro, onesto e difficile ma un lavoro. E, come ogni lavoro, viene retribuito.
    Prova a chiamare un qualsiasi artigiano, farlo venire a casa tua e non farti trovare. Il viaggio e la trasferta glie li paghi di sicuro. E giustamente, perché lui ha perso tempo e soldi, e non vive d'aria.
    Ultima modifica di willy61 : 21-09-2012 alle ore 21.45.18
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  10. #235
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da minimino Visualizza messaggio
    Che il concetto di resistenza (Widerstand), che io trovo abominevole, sia uno dei capisaldi "tipici" della psicoanalisi è insegnato in tutti i manuali. Poi chiaro: nelle diverse parrocchie che citi (e non solo negli ultimi 50 anni, ma anche prima) ci sarà pure chi ne può fare tranquillamente a meno, come c'è chi ha cestinato il mito edipico e altri gingilli onanistici del vecchio Sigmund. Noto peraltro che l'Alanson White Institute di Mitchell prevede ancora l'"analisi delle resistenze" nel programma del training 2011-2012 (http://www.wawhite.org/uploads/Bulle...2Revision).pdf, pagg. 34, 38, 46) per cui forse tu sei "atipico" anche nella tua formazione…
    .

    Può essere. Non mi sono mai chiesto se la mia formazione (psicoanalitica e bioenergetica) sia tipica o meno.
    Da un punto di vista teorico, il concetto di resistenza ha senso (e ha senso utilizzarlo) se ci troviamo di fronte ad una struttura nevrotica. In una struttura psichica di questo tipo, il concetto di resistenza non solo è valido, ma è utile. E l'analisi delle resistenze (merito di Reich, non di Freud - va ricordato) è una tecnica assai utile in questi casi.
    La questione è che, man mano che le conoscenze (anche neurologiche) si sono accumulate e costruite, ci si è accorti che a fianco delle strutture caratteriali individuate dalla psicoanalisi classica, c'è tutto il campo delle strutture traumatiche. Freud riteneva, correttamente, che la psicoanalisi (la sua psicoanalisi) non servisse a nulla in questi casi (le "nevrosi attuali" come le chiamava). E aveva ragione, perché nei casi di scissione o dissociazione dovuti a traumi rivolgersi all'inconscio dinamico non ha senso, dato che il problema è nell'inconscio procedurale.
    Con il tempo, anche gli psicoanalisti hanno costruito tecniche e metodi per occuparsi delle persone colpite da traumi (la guerra del Vietnam fu un punto di svolta, in quest'ambito), integrando sempre più tecniche derivate da tradizioni e metodologie assai diverse (psicoterapia corporea, meditazione, filosofie orientali, arti marziali), ottenendo ottimi risultati.
    Quando Bromberg propone di "fare a meno" del concetto di resistenza, si riferisce proprio alle tecniche da utilizzare per pazienti traumatizzati. Con loro non hanno senso interpretazione, analisi delle resistenze e cose del genere, perché non ci si rivolge all'inconscio dinamico di Freud, ma ad un inconscio differente, costruito su base procedurale.



    Citazione Originalmente inviato da minimino Visualizza messaggio
    Non è così nuovo, anzi dubito che sia ancora in vita È autore di vari testi di psichiatria e neurologia, ma soprattutto ricordato per le sue opere di storia della psichiatria (il più famoso è Three Hundred Years of Psychiatry, 1535-1860, che consiglio). Altro non so, ma mi interessava la citazione più del personaggio.
    Infatti non è più in vita. Cercherò di procurarmi quel suo testo (ho visto che è disponibile in e-book).
    Per quanto riguarda la citazione, dal mio punto di vista è semplicemente sbagliata. Trovami uno psicoanalista attuale (ma anche del passato) che sostenga che la colpa della sintomatologia è da far ricadere sul paziente. Parte della responsabilità, sì. Colpa, proprio no.
    E, indipendentemente da come la pensi, si tratta due cose diverse. Molto diverse.


    Citazione Originalmente inviato da minimino Visualizza messaggio
    Questa la trovo una china un po' scivolosa e disonesta. Se infatti non ha senso attaccare la psicoanalisi, allora non ha senso nemmeno difenderla. E se esistono tante psicoanalisi quanti sono gli analisti (ma secondo me anche di più!), allora la psicoanalisi non esiste in quanto non esiste un corpus scientifico condiviso. Allora perché gli psicoanalisti insistono a definirsi tali? Questa difesa "liquida" per sgusciare tra le mani degli avversari rischia insomma di ritorcersi contro chi la utilizza (come del resto altre strategie psicoanalitiche, resistenza in primis).
    In barba alle differenze, che sono molte, è possibile parlare di "psicoanalisi". Tutti gli psicoanalisti mantengono alcuni punti fermi:
    a) L'esistenza di un inconscio dinamico
    b) l'esistenza di una cosa chiamata "transfert" e la necessità della sua analisi (questa è la differenza fondamentale tra la psicoanalisi ed ogni altra forma di psicoterapia: la prima "analizza il transfert", le seconde "utilizzano il transfert")
    c) Il determinismo psichico (gli esseri umani sono determinati, non sono padroni delle loro azioni e le spiegazioni che forniscono delle azioni non sono che razionalizzazioni a posteriori; i moventi sono inconsci e l'inconscio non è conoscibile direttamente).

    Citazione Originalmente inviato da minimino Visualizza messaggio
    In quanto ai pazienti, non mi sognavo di dare loro delle direttive, ma giustificavo quelli che si tengono alla larga da una disciplina che in questa sua "liquidità" non può dare alcuna garanzia, non dico di successo (che un altro brutto film), ma nemmeno di metodo.

    Del resto anche tu parli di psicoanalisi in senso generale ("l'atto, in psicoanalisi…", "la psicoanalisi moderna…" ecc. faresti allora meglio per coerenza a dire semplicemente "IO…").
    Non so dirti. Io leggo i dati a disposizione e le ricerche esistenti (Shedler e Westen, soprattutto) che sembrano fornire basi empiriche solide ai risultati terapeutici delle psicoterapie psicodinamiche a lungo termine. E se trovi una qualsiasi forma di psicoterapia in grado di fornire garanzie di successo, sono disposto a pagarti una cena.



    Citazione Originalmente inviato da minimino Visualizza messaggio
    Questo è purtroppo un aspetto che trovo profondamente ANTI-TERAPEUTICO e iatrogeno. E lo dico anche per esperienza
    personale.
    A me non pare. Assegnare responsabilità per le proprie azioni e per i propri pensieri e sentimenti (che è anche logico, dal mio punto di vista; le azioni le compio IO, i pensieri e i sentimenti sono MIEI. Ergo, perché non dovrei esserne responsabile?) significa, dal mio punto di vista, favorire autonomia.
    Che tu viva una possibilità di assunzione di responsabilità (e quindi di libertà), come una colpevolizzazione, indica che il tuo analista ha sbagliato qualcosa, dal mio punto di vista.



    Citazione Originalmente inviato da minimino Visualizza messaggio
    Questo mi pare molto saggio. Ma resto dell'idea che una teoria che si presenta formalmente sotto lo stesso "cappello" (la psicoanalisi) debba fornire delle garanzie di metodo e non nascondersi dietro una liquidità che disorienta e rende difficile (se non impossibile) il confronto teorico. Poi esistono anche tanti pessimi psicologi a prescindere dall'orientamento, e anche questo è un problema serio secondo me non abbastanza presidiato dagli ordini e dalle autorità sanitarie.
    Per le garanzie di metodo, ti rimando agli articoli di Shedler.
    Per la presenza di pessimi psicologi, hai perfettamente ragione.

    Buona vita
    Guglielmo
    Ultima modifica di willy61 : 21-09-2012 alle ore 22.52.33
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  11. #236
    Matricola
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    Riferimento: Re: Riferimento: Perizia sulla psicoanalisi.

    Mah, non sei poi così "molto meno drastico di me", direi piuttosto più diplomatico. Anche tu, escludendo le ragioni teoriche, rigetti motivazioni legate alla "violazione del setting" quando non al fatto che le sedute saltate, laddove pagate, si svolgerebbero "a livello fantasmatico" e altre barzellette del genere. Mi riferisco a questo repertorio quando parlo di abuso. Al contrario anch'io, da libero professionista, sostengo le ragioni pratico-economiche che citi. È una questione di buon senso e mi sembra che siamo d'accordo sul punto.

    Per quanto riguarda invece le vacanze, vedo un'inclinazione all'asimmetria che mi dispiace. Ci mancherebbe, l'analista va in vacanza quando gli pare. Ma ANCHE IL PAZIENTE. E nessuno deve essere costretto a lavorare o a pagare durante le vacanze dell'altro. Non riesco proprio a vedere come si possa sviluppare una relazione di fiducia (e non di minorità) dove la parte più "forte" invoca per sé diritti che non è disposta a concedere all'altra.

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Sono molto meno drastico di minimino, sull'argomento del pagamento sedute saltate.
    La mia analista, se avvertivo il giorno prima - o se si trattava di un'emergenza - non mi faceva pagare le sedute saltate. Accadde una volta che mi "dimenticai" la seduta e me ne ricordai mezz'ora dopo l'orario stabilito. Presi la bicicletta, andai dalla mia analista, feci 8 minuti di seduta e pagai. Giudicatelo come volete, per me fu un'esperienza responsabilizzante e utile.

    Da un punto di vista teorico, secondo me, non ci sono ragioni per far pagare le sedute saltate. Non trovo indicazioni e vedo molte controindicazioni. Tranne nel caso in cui il saltare la seduta sia una manifestazione di ostilità del paziente (e non venitemi a raccontare che i pazienti non provano odio, rabbia, invidia e antagonismo nei confronti dei terapeuti, per cortesia. Siamo tutti esseri umani e abbiamo tutti a disposizione un'intera gamma di emozioni e sentimenti).

    Da un punto di vista pratico, occorre ricordare che lo psicoterapeuta vive del suo lavoro con i pazienti. Se i pazienti non lo pagano lui/lei non mangia (e non paga le tasse, l'albo e la previdenza). Quindi la regola è nata probabilmente più per ragioni economiche che teoriche e, da questo punto di vista, avrebbe anche un senso.

    Completamente diverso è il discorso delle ferie. Come ogni professionista e ogni azienda, anche i terapeuti vanno in ferie. E, ovviamente, ci vanno quando vogliono loro. Prova a cercare un idraulico in agosto, o un componente meccanico raro. Poi mi saprai dire se i terapeuti sono gli unici a comportarsi in questo modo. L'azienda è mia e decido io quando l'azienda chiude. Punto.

    La mia prassi è che i miei pazienti non pagano le sedute saltate, ma io mi riservo tranquillamente lo stesso diritto (cioè, se non posso essere in studio, avviso e propongo un'altra data).
    Per le ferie, ovviamente, decido io quando e per quanto tempo ci vado. Su questo non vedo la possibilità di obiezioni di sorta.

    Buona vita
    Guglielmo

    P.S.: Immagina di essere un analista che, per lavorare, ha affittato uno studio in una città differente da quella in cui vive. Ovviamente, in questo caso, far pagare le sedute saltate ha un senso - economico, non teorico. Le spese dello studio, del trasferimento e della permanenza l'analista le deve sostenere comunque. E, se il paziente non si presenta e lui è andato lì per quell'unico paziente, il costo può essere elevato.
    Spesso si tende a pensare che il lavoro degli psicoterapeuti sia una specie di missione religiosa motivata da chissà quali nobili sentimenti. E' un lavoro, onesto e difficile ma un lavoro. E, come ogni lavoro, viene retribuito.
    Prova a chiamare un qualsiasi artigiano, farlo venire a casa tua e non farti trovare. Il viaggio e la trasferta glie li paghi di sicuro. E giustamente, perché lui ha perso tempo e soldi, e non vive d'aria.

  12. #237
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    Riferimento: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio

    Da un punto di vista teorico, il concetto di resistenza ha senso (e ha senso utilizzarlo) se ci troviamo di fronte ad una struttura nevrotica. In una struttura psichica di questo tipo, il concetto di resistenza non solo è valido, ma è utile. E l'analisi delle resistenze (merito di Reich, non di Freud - va ricordato) è una tecnica assai utile in questi casi. La questione è che, man mano che le conoscenze (anche neurologiche) si sono accumulate e costruite, ci si è accorti che a fianco delle strutture caratteriali individuate dalla psicoanalisi classica, c'è tutto il campo delle strutture traumatiche. Freud riteneva, correttamente, che la psicoanalisi (la sua psicoanalisi) non servisse a nulla in questi casi (le "nevrosi attuali" come le chiamava). E aveva ragione, perché nei casi di scissione o dissociazione dovuti a traumi rivolgersi all'inconscio dinamico non ha senso, dato che il problema è nell'inconscio procedurale.
    Con il tempo, anche gli psicoanalisti hanno costruito tecniche e metodi per occuparsi delle persone colpite da traumi (la guerra del Vietnam fu un punto di svolta, in quest'ambito), integrando sempre più tecniche derivate da tradizioni e metodologie assai diverse (psicoterapia corporea, meditazione, filosofie orientali, arti marziali), ottenendo ottimi risultati.
    Quando Bromberg propone di "fare a meno" del concetto di resistenza, si riferisce proprio alle tecniche da utilizzare per pazienti traumatizzati. Con loro non hanno senso interpretazione, analisi delle resistenze e cose del genere, perché non ci si rivolge all'inconscio dinamico di Freud, ma ad un inconscio differente, costruito su base procedurale.
    Questa è però una risposta autoreferenziale che posso solo ricevere a scatola chiusa, perché rimanda a concetti psicoanalitici che non riconosco. E quindi, per quanto ben articolata, non è utile al dibattito: se infatti riconoscessi le concettualizzazioni che citi, non avrei bisogno di essere convinto (lo sarei già), ma al contrario non le riconosco, quindi non mi fornisci alcun elemento persuasivo. Io mi limito a ragionare in termini di output: ripetere a un malato che è lui il responsabile (usiamo pure questo termine) della sua malattia e del fatto che non guarisce è semplicemente abominevole, perché frustra il suo desiderio di miglioramento e la fiducia in se stesso, minandone le risorse più preziose. Questo atteggiamento (fino alla sua forma delirans: la psicosomatica) mi sa tanto di moralismo da secoli bui (il lebbroso era un peccatore impenitente ecc.), e non vedo quale utilità terapeutica possa portare - mentre vedo bene le sofferenze che può causare.

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    Trovami uno psicoanalista attuale (ma anche del passato) che sostenga che la colpa della sintomatologia è da far ricadere sul paziente. Parte della responsabilità, sì. Colpa, proprio no. E, indipendentemente da come la pensi, si tratta due cose diverse. Molto diverse.
    Certo che sono cose diverse!!! Anzi scusa, qui ti ostini a confrontare mele con pere. La colpa è una conseguenza etica ed emotiva della responsabilità, la quale è invece un mero attributo dell'atto. Gli individui sono considerati e/o considerano se stessi colpevoli (le due cose non sono necessariamente compresenti) quando è loro attribuita la responsabilità di un'azione negativa. Ad es. se il PM dimostra che l'imputato è responsabile di un furto, questo diventa colpevole agli occhi della legge e della comunità ecc. Depressione, ansia, fallimento e disagio psichico in genere sono fenomeni negativi - specialmente dal punto di vista di chi li esperisce: è ovvio che chi ne porta la responsabilità si senta investito da un sentimento e un giudizio di colpa. I due concetti si collocano su piani diversi, anche cronologici, e non si escludono affatto, se non attraverso equilibrismi dialettici puntualmente smentiti dalla realtà.

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    In barba alle differenze, che sono molte, è possibile parlare di "psicoanalisi". Tutti gli psicoanalisti mantengono alcuni punti fermi:
    a) L'esistenza di un inconscio dinamico
    b) l'esistenza di una cosa chiamata "transfert" e la necessità della sua analisi (questa è la differenza fondamentale tra la psicoanalisi ed ogni altra forma di psicoterapia: la prima "analizza il transfert", le seconde "utilizzano il transfert")
    c) Il determinismo psichico (gli esseri umani sono determinati, non sono padroni delle loro azioni e le spiegazioni che forniscono delle azioni non sono che razionalizzazioni a posteriori; i moventi sono inconsci e l'inconscio non è conoscibile direttamente).
    Questo è un buon tentativo di sintesi. Quindi la psicoanalisi è attaccabile e difendibile, almeno nel suo "nocciolo duro". Io nello specifico non reputo plausibili nessuno dei tre punti elencati, ma ci vorrebbe un nuovo fronte di discussione (forse meglio ancora un libro…) per affrontarli nel merito. Mi limito qui ad osservare che il punto c) sembrerebbe escludere la possibilità di esercitare la psicoanalisi, essendo l'analista un essere umano determinato e schiavo di razionalizzazioni decettive al pari del paziente: due illusi non fanno una disillusione, ma un'illusione al quadrato.

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Non so dirti. Io leggo i dati a disposizione e le ricerche esistenti (Shedler e Westen, soprattutto) che sembrano fornire basi empiriche solide ai risultati terapeutici delle psicoterapie psicodinamiche a lungo termine. E se trovi una qualsiasi forma di psicoterapia in grado di fornire garanzie di successo, sono disposto a pagarti una cena.
    Caro Willy, tu leggi ALCUNI dati a disposizione e ALCUNE ricerche disponibili. So che il lavoro di Shedler ha suonato la riscossa per gli psicoanalisti di tutto il mondo, e dal mio punto di vista ha almeno il merito di avere collocato il dibattito sull'efficacia della PA nei binari dell'assesment statistico, oltre l'aneddotica performativa in cui si è cullata per decenni. Ma le critiche al metodo di Shedler sono state numerose (Michael Anestis, per citarne uno) e gli studi che affermano il contrario lo sono altrettanto (ad es. il rapporto INSERM che conosci). Tutto per dire che citi un autore tra i tanti, e il dibattito è (e forse sarà sempre) aperto.

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    A me non pare. Assegnare responsabilità per le proprie azioni e per i propri pensieri e sentimenti (che è anche logico, dal mio punto di vista; le azioni le compio IO, i pensieri e i sentimenti sono MIEI. Ergo, perché non dovrei esserne responsabile?) significa, dal mio punto di vista, favorire autonomia.
    Che tu viva una possibilità di assunzione di responsabilità (e quindi di libertà), come una colpevolizzazione, indica che il tuo analista ha sbagliato qualcosa, dal mio punto di vista.
    Su questo saremo sempre irriducibilmente nemici Reputo impossibile, ma soprattutto controproducente e potenzialmente pericoloso, parlare di una responsabilità del pensiero - figuriamoci poi dei sentimenti. Il pensiero non è un atto ed è solo in minima parte governabile, mentre il sentimento non lo è per nulla. Ergo non ne sono responsabile. Del resto la cosa non mi crea problemi (solo gli atti me li creano), anzi è una bella liberazione! Ti invito sinceramente a riflettere sulle potenzialità terapeutiche di questo approccio, anche soltanto a livello pratico.

  13. #238
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    Riferimento: Re: Riferimento: Perizia sulla psicoanalisi.

    Beh, io non invoco diritti che l'altro non possa invocare. Io scelgo quando fare le mie ferie. Il paziente non paga le sedute che non fa. Non vedo dove stia l'asimmetria.
    Su altri aspetti, l'asimmetria esiste, come in ogni altro rapporto professionale. Esiste un'asimmetria ineliminabile circa conoscenze, competenze e informazioni tra terapeuta e paziente.
    In fondo, se mi rivolgo ad un muratore perché mi costruisca un muro, non vado a dirgli che materiali utilizzare e come disporre i mattoni. E' il suo lavoro e glie lo lascio fare. Alla fine potrò dire che sono soddisfatto o meno del lavoro fatto ma, a meno che non sia pure io un muratore, non entrerò nel merito del come lo ha fatto. Una cosa che, mi pare, molti applicano tranquillamente a qualsiasi attività di lavoro tranne che al lavoro del terapeuta. Chissà perché...

    Buona vita
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  14. #239
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    Riferimento: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da minimino Visualizza messaggio
    Questa è però una risposta autoreferenziale che posso solo ricevere a scatola chiusa, perché rimanda a concetti psicoanalitici che non riconosco. E quindi, per quanto ben articolata, non è utile al dibattito: se infatti riconoscessi le concettualizzazioni che citi, non avrei bisogno di essere convinto (lo sarei già), ma al contrario non le riconosco, quindi non mi fornisci alcun elemento persuasivo. Io mi limito a ragionare in termini di output: ripetere a un malato che è lui il responsabile (usiamo pure questo termine) della sua malattia e del fatto che non guarisce è semplicemente abominevole, perché frustra il suo desiderio di miglioramento e la fiducia in se stesso, minandone le risorse più preziose. Questo atteggiamento (fino alla sua forma delirans: la psicosomatica) mi sa tanto di moralismo da secoli bui (il lebbroso era un peccatore impenitente ecc.), e non vedo quale utilità terapeutica possa portare - mentre vedo bene le sofferenze che può causare.
    Dal mio punto di vista continui a confondere due concetti diversi.
    Intanto, il concetto di "malattia" non appartiene alla psicoanalisi. E' un concetto medico, non psicologico. E non è applicabile ai disturbi psichici, dato che si dà malattia quando l'agente eziologico sia noto (cosa che non è, nel campo dei disturbi psichici).
    Magari mi troverai eccessivamente pignolo, ma stiamo discutendo di questioni piuttosto serie, e ci tengo ad utilizzare i riferimenti appropriati. La mappa non sarà il territorio, ma se leggiamo le mappe con punti di riferimento non validi sarà assai dura trovare la strada.

    Un postulato della psicoanalisi (fin dai tempi di Freud, peraltro; e quando parlo di postulato lo faccio in termini geometrici, alla stessa stregua dei postulati di Euclide, per intenderci) è che esistano differenze di grado tra "salute" e "malattia", ma non di sostanza. Siamo tutti malati, per così dire. Sì, compresi i terapeuti. I quali, anzi, "scelgono" questo lavoro proprio per guarire, attraverso i loro pazienti, dalla loro "malattia". Tant'è che alcuni psicoanalisti sostengono che dovrebbero essere i terapeuti a pagare i pazienti.

    Per continuare, rilevo una contraddizione (e vedo che avevo fatto bene a porre un "caveat" circa il peso dell'esperienza personale): se vuoi discutere con una persona che la pensa diversamente da te, devi (ed è un DEVI) ritenere legittime le argomentazioni di quella persona. Se le svaluti e le disconosci, non c'è discussione possibile. Io, impegnandomi in questa discussione, riconosco legittimità al tuo pensiero ed alle tue affermazioni. Tu fai lo stesso con me, altrimenti che discussione potrà mai esserci?

    E il mio intento non è persuasivo. Non mi interessa di persuadere te o altri, non più di quanto sia importante persuadere qualcuno circa la correttezza di un'equazione. Cerco solamente di spiegare una serie di concetti che mi pare siano stati fortemente distorti. Ma quel che uno crede non è affar mio.

    Io, per ora, mi fermo qui. Perché davvero la "conditio sine qua non" di una discussione è che ognuno dei partecipanti riconosca la possibilità che l'altro abbia ragione. Nel momento in cui escludi questa possibilità, escludi anche ogni possibilità di discussione. A meno che tu, col termine "discussione", non intenda un percorso che impedisca di cambiare opinione su di un argomento. La scienza non si fonda sulle convinzioni, ma sugli esperimenti e sui risultati degli esperimenti. Se non intendi mettere tra parentesi le tue convinzioni a favore dei risultati degli esperimenti, non vedo cosa ci sia da discutere.

    Buona vita
    Ultima modifica di willy61 : 22-09-2012 alle ore 09.57.00
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  15. #240
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    Riferimento: Perizia sulla psicoanalisi.

    Citazione Originalmente inviato da minimino Visualizza messaggio
    Su questo saremo sempre irriducibilmente nemici Reputo impossibile, ma soprattutto controproducente e potenzialmente pericoloso, parlare di una responsabilità del pensiero - figuriamoci poi dei sentimenti. Il pensiero non è un atto ed è solo in minima parte governabile, mentre il sentimento non lo è per nulla. Ergo non ne sono responsabile. Del resto la cosa non mi crea problemi (solo gli atti me li creano), anzi è una bella liberazione! Ti invito sinceramente a riflettere sulle potenzialità terapeutiche di questo approccio, anche soltanto a livello pratico.
    Solo un appunto su questa parte, poi aspetto la tua risposta al mio intervento precedente, prima di decidere se continuare o meno.
    Suppongo tu conosca il lavoro di Libet. Che, proveniendo da un ambito assai diverso dalla psicoanalisi, credo possa venire utilizzato come prova dell'esistenza di processi non coscienti e dell'ipotesi del determinismo psichico.
    Libet, nei suoi esperimenti, dimostra che l'atto non è governabile, dato che le aree motorie del cervello si attivano circa 500 millisecondi prima che il soggetto sia cosciente di voler compiere un'azione. Quindi, in base ai risultati degli esperimenti di Libet, nemmeno gli atti dovrebbero crearti problemi, dato che non sei cosciente di averli iniziati e la decisione non è sotto controllo della volontà (qualunque cosa tu voglia intendere con questo termine).

    Quanto al fatto che solo gli atti creano problemi, questa affermazione contraddice tutta l'evidenza clinica. Ci si trova quotidianamente di fronte a persone che, pur senza compiere alcun atto, purtuttavia presentano sensi di colpa legati ai pensieri e alle emozioni. Cosa che non dovrebbe accadere, fosse vero quello che sostieni.

    Buona vita
    Ultima modifica di willy61 : 22-09-2012 alle ore 10.09.46
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