
Originalmente inviato da
stefano3
Più volte sollecitato a proporre un mio contributo in merito al tema “perizia sulla psicoanalisi”, intervengo soltanto ora.
Gli interventi proposti evidenziano molteplici elementi di criticità, oggetto di dibattito scientifico e culturale: indicazioni/controindicazioni all’analisi, applicazione di conoscenze psicoanalitiche a complesse realtà cliniche, sua efficacia/inefficacia, modificazioni tecniche nella conduzione clinica, statuto epistemologico, validità scientifica, per citarne solo alcuni.
Tuttavia, l’impressione è quella di un “dibattito” che a volte muove da premesse (più o meno esplicite) che lasciano intravedere una sorta di schieramento ora pro- ora contro- la psicoanalisi… E qualche volta sembra anche che alcuni facciano riferimento alla Psicoanalisi senza averne né esperienza, né competenza specifica.
Ne risulta un dibattito a tratti fumoso (come purtroppo capita a volte nei forum), in cui talora ciascuno si sente legittimato a proporre una propria visione, colorata e corredata da supposte “prove scientifiche”, atte più che altro a giustificare posizioni idiosincratiche e qualche volta spacciate per scambio culturale.
Accade, inoltre, che vi siano persone che, ancora poco esperte o semplicemente inesperte perché dedite ad altro campo, credano che la Psicoanalisi sia quella che si legge sui libri di testo e finiscono per parlarne con troppa leggerezza. Senza poi contare il fatto che con l’espressione “analisi” a volte si fa riferimento ad una pluralità di cose che psicoanalisi non potrebbe essere.
Il dibattito perciò diviene a tratti caratterizzato da prese di posizione ideologica o emotiva, liquidando con velocità questioni di interesse scientifico-culturale che uno psicologo dovrebbe affrontare con senso critico e lucidità oltre che, si suppone, lontano da una deteriore vulgata sensazionalistica.
Un esempio di una certa improvvisazione è riscontrabile, come un collega ha già fatto notare, nel costante riferimento a teorie e modelli psicoanalitici che nel corso della storia del pensiero psicoanalitico hanno certamente avuto valore, ma che attualmente sono abbandonati o meglio integrati in rinnovate prospettive teorico-cliniche del tutto ignorate e che, per l’istruzione corretta di un dibattito serio, andrebbero conosciute e approfondite criticamente.
A questa osservazione, mi limito ad aggiungere (e specificare) che la Psicoanalisi è certamente un insieme di conoscenze storicamente e culturalmente collocate, come del resto ogni processo di costruzione di conoscenza… anche chimico-biologica. L’esempio della struttura del benzene insegna: la sua comprensione è affidata a quello spazio creativo e potenziale che D. W. Winnicott (1971) potrebbe chiamare “area transazionale”, sede dell’esperienza culturale: lo scienziato crea… gli oggetti che trova. E questa potrebbe essere una ipotesi psicologica circa la facoltà umana di costruire creativamente risposte a interrogativi che l’uomo si pone nell’incontro con ciò che definisce “realtà”.
In psicoanalisi, le conoscenze derivano dall’applicazione di un metodo e di una tecnica specifici, che nella fattispecie è il metodo psicoanalitico: ciò significa che l’elaborazione teorica scaturisce dalla rigorosa applicazione del metodo analitico a partire dalla vitalità clinica, cioè dallo specifico rapporto che si viene a costituire tra paziente e analista.
La teoria è pertanto suscettibile di modificazione, essendo le ipotesi teoriche soltanto la parte superiore (il tetto) di un edificio le cui fondamenta sono la pratica clinica. Cosa questa che dà conto (almeno in parte) di come il metodo psicoanalitico promuova una costante costruzione e ri-definizione delle conoscenze psico(pato)logiche (…e dell’esperienza libidico-affettiva all’interno della pratica clinica).
Tuttavia, in linea di massima, si possono individuare diversi livelli di comprensione psicologica che l’esperienza psicoanalitica può fornire. La distinzione è meramente didattica, ma può aiutare.
Ad un primo livello, quello più propriamente clinico, si collocano quelle ipotesi psicologiche che scaturiscono dalla pratica psicoanalitica stessa. Il contesto affettivo-relazionale che struttura il rapporto tra analista e paziente promuove anche la costruzione di idee e ipotesi (qualche autore parla di “narrazioni”) circa il funzionamento libidico-affettivo del paziente (e dell’analista).
Queste ipotesi vengono immediatamente utilizzate con finalità terapeutica, vale a dire come comunicazioni volte a promuovere una graduale comprensione e trasformazione nella strutturazione dell’esperienza affettivo-relazionale. Si potrebbe dire che anche l’interpretazione dell’analista sia un’ipotesi psicologica che viene messa al vaglio critico dalla medesima esperienza (psicologica) del paziente, il quale (reagendo) la utilizza secondo proprie modalità (consce e inconsce) contribuendo a specificarla ulteriormente e ad affinarla. Probabilmente, questo livello rappresenta il punto di forza di ogni psicoanalisi: suo ambito e suo limite.
Ad un secondo livello, maggiormente riflessivo, si collocano quelle conoscenze psicologiche e psicopatologiche che provengono dalla costante applicazione del metodo psicoanalitico. Si tratta di conoscenze psicologiche estratte da ripetute esperienze cliniche, maturate dal trattamento psicoanalitico di diverse persone. La pratica psicoanalitica promuove conoscenze di ordine metapsicologico (Freud, 1915) in grado di spiegare l’accadimento di alcuni fenomeni psichici che riguardano generalmente gli individui.
Questo tipo di conoscenze viene spesso utilizzato anche per comprendere fenomeni psicologici e psicopatologici che, per svariate ragioni, non possono essere affrontati col metodo psicoanalitico: si tratta di quelle prospettive che generalmente vengono dette “psicodinamiche” e che fanno da sfondo e modello comprensivo/interpretativo di alcune realtà: un esempio può essere quello della psichiatria psicodinamica ed anche di tutti quegli approcci psicoterapeutici a volte specificati con l’aggettivo “psicodinamici”, “analitici”, “ad orientamento psicoanalitico”.
Ad un terzo livello, si trovano invece le applicazioni delle conoscenze psicoanalitiche a fenomeni socio-culturali. In questo caso, vengono fatte ipotesi psicologiche circa l’origine e il significato di alcuni fenomeni sociali o culturali. Storicamente, un esempio è fornito dallo stesso Freud, quando cerca di individuare il fondamento psichico della religione (Freud, 1927). Ma si potrebbe anche far riferimento all’uso che in sociologia ne ha fatto H. Marcuse (1955). Oppure l’utilizzo che talora vien fatto della meta-psicologia freudiana all’interno della corrente ermeneutica in filosofia (Ricoeur, 1965, 1969).
Naturalmente, questi differenti livelli di comprensione non presentano tutti la medesima affidabilità e validità. Più è lontana la dimensione clinica in cui la psicoanalisi si radica, maggiormente astratte e speculative divengono le ipotesi formulate.
Capita però spesso di osservare come molte persone facciano riferimento alla psicoanalisi solo considerandone l’aspetto meta-psicologico e teoretico.
Prendendo in primaria considerazione il secondo e terzo livello, si rischia di presumere che l’elaborazione teoretica coincida con la totalità della disciplina psicoanalitica: ragion per cui, anche tra molti psicologi, si è sviluppata una tendenza (secondo me deleteria) a produrre argomentazioni “psico-dinamiche” che somigliano molto più ad un’ideologia psicoanalitica (psicanalismo?), intrisa di razionalizzazioni e intellettualismi rarefatti… che con la Psicoanalisi non ha nulla a che vedere (per fortuna).
Infine, una considerazione circa la “validazione scientifica” dei costrutti psicologici.
Vi sono ricercatori che, mossi da ulteriori intenti conoscitivi, desiderano applicare diverse metodologie (spesso definite empiriche… come se il metodo clinico non fosse empirico!) per verificare se le ipotesi psicologiche (psicoterapeutiche e psicoanalitiche in particolare) possano essere plausibili. Per poi decretare (e qualche volta con un po’ di arroganza) una supposta efficacia-veridicità o meno.
Per quanto simili metodologie abbiano un loro valore conoscitivo e sono da alcuni autori coltivate costruttivamente e criticamente, va però ricordato che una metodologia differente troverà, ipso facto, un risultato differente. Per esempio, la metodologia osservativa del processo analitico non corrisponde a quella elaborata da altri settori disciplinari: né si capisce per quale ragione vi si dovrebbe conformare. Così, a coloro che ancora soggiornano nell'illusione di voler trovare corrispondenze esatte (hard) tra ciò che è psichico e ciò che è somatico, con lo scopo di validare alcuni costrutti psicoanalitici, occorre ricordare che le ipotesi psicoanalitiche provengono dall'applicazione del metodo psicoanalitico, senza il quale cade la probabilità di osservare il costrutto ipotizzato. E naturalmente, un appassionato di ermeneutica o di epistemologia costruzionista potrebbe anche far notare quanto concetti come “oggettività” (ma anche “soggettività”) possano essere costrutti… linguistici: cioè, tributano il loro significato alla Cultura che li organizza in forme di sapere condiviso e istituzionalizzato. Cos’è la Cultura?
In questo senso, appare incongruo l'invito che talora vien fatto alla psicoanalisi (o psicoterapia) di “aprirsi” alla “verifica scientifica” delle sue ipotesi.
Infatti, il metodo è quello psicoanalitico: per poche regole abbia, se lo si cambia si vedranno cose differenti. Del resto, non si chiede ad un microscopio di rilevare una galassia per comprovare la scientificità del telescopio.
Talora, a queste argomentazioni fanno eco risposte critiche che accuserebbero la psicoanalisi di volersi sottrarre alla verifica “scientifica”, rifugiandosi nella dimensione clinica del proprio operato. Ma anche questa potrebbe essere una considerazione fuorviante e talora pretenziosa, poiché si rimprovera la psicoanalisi di essere ciò che è, entro un raggio d'azione che, se pur ristretto, le compete: la clinica.
La psicoanalisi è una metodica, almeno per chi la vive e chi la pratica: altri, che non ne hanno esperienza si accontentano di parole scritte – teorie – a testimonianza di esperienze altrui e finiscono per scambiare l’ipotesi per l’esperienza clinica.
Tuttavia, è pur vero che nel metodo psicoanalitico si verifica una certa compresenza tra contesto clinico e dimensione teorica, considerato il legame molto stretto (forse, indissolubile) tra terapia e ricerca. Di fatto, chi pratica la psicoanalisi, può avere in mente l’esperienza di chi lo ha preceduto nella conduzione clinica e si chiede se quel che sta accadendo ora col proprio paziente non abbia per caso qualche attinenza con cose già viste e descritte da altri. Però, ciò non esaurisce, per fortuna, l’originalità e la veracità di ogni esperienza psichica che non ha affatto bisogno di essere inquadrata in qualsiasi concetto-chiave, né tantomeno in qualche (strano) “caso tipico”… a meno che ciò non abbia un valore securizzante tanto per il paziente quanto per il clinico (…e per il ricercatore).
Per questa ragione, il procedimento psicoanalitico si configura come metodo altamente empirico ed esperienziale di carattere idiografico: non è un caso che la psicoanalisi non abbia la predeterminazione di un obiettivo, né di una durata.
Fatte le prime mosse, il resto ad res ventura.