allora ci siamo quasi, ma è proprio in questi momenti che sorgono i dubbi peggiori.
Se un minore viene da voi professionista, chiedendovi un'aiuto su un problema che vive ma che non vuole condividere con nessuno all'infuori di voi (per es. l'essere omosessuale), ma il suo atteggiamento non vi convince, senza denotarvi qualcosa di preciso. Che fate? è un minore e senza il consenso dei genitori non si può fare nulla, provate a convincelo in questo senso, anche per salvare l'alleanza terapeutica, ma il ragazzo mantiene una posizione categoricamente negativa. Qual'è il comportamento deontologicamente corretto?
- trovo il numero dei genitori, li chiamo per spiegare la situazione e richiedere il consenso, inimicandomi il ragazzo
- resto impotente, mando via il ragazzo, correndo il rischio di possibili gesti improvvisi
- contatto l'autorità tutoria per una presa in carico senza il consenso genitoriale: improbabile per questa tipologia di caso e senza elementi utili che mi portino a escludere le figure genitoriali
non saprei cosa rispondere, perchè nel primo caso comprometto l'eventuale percorso con il ragazzo, nel secondo lo abbandono a sè stesso, cosa non etica... e nel terzo i genitori ci sono, ma semplicemente il ragazzo non è pronto a parlargli di certe cose







non saprei cosa rispondere, perchè nel primo caso comprometto l'eventuale percorso con il ragazzo, nel secondo lo abbandono a sè stesso, cosa non etica... e nel terzo i genitori ci sono, ma semplicemente il ragazzo non è pronto a parlargli di certe cose
Rispondi citando




...menomale che lo sapevo!!!!

