
Originalmente inviato da
iopiro1984
Ragazze, io ho provato a discutere il caso n°2... pomeriggio, se riesco, vorrei provare a discutere gli altri due. Postate anche voi così possiamo confrontarci... che dite? Buono studio :-)
La donna arriva in consultazione su consiglio di alcuni amici e lamenta la seguente sintomatologia: alterazioni del sonno, perdita di appetito, ridotta energia e pensieri autosvalutativi. Le ipotesi diagnostiche diventano abbastanza difficili da suggerire visto i pochi elementi a disposizione.
I sintomi farebbero pensare ad un disturbo dell’umore non altrimenti specificato (NAS). Essi sono insufficienti per potere soddisfare una diagnosi di disturbo depressivo maggiore. La perdita di appetito e la ridotta energia sono sintomi contemplati dal DSM-IV per la diagnosi di disturbo distimico tuttavia, essendo esso un disturbo cronico caratterizzato dalla costante presenza dei sintomi, escluderei anche questo. La paura di non riuscire ad accudire i figli farebbe pensare ad un disturbo d’ansia generalizzato ma l’assenza di sintomi somatici (ad eccezione delle alterazioni del sonno) mi farebbero escludere anche una diagnosi di questo tipo. Per formulare una più corretta ipotesi diagnostica, in funzione di un eventuale progetto di intervento o terapeutico da proporre, avrei bisogno di altre informazioni ed approfondimenti attraverso alcuni colloqui clinici e la somministrazione di specifici test.
Escluso che i sintomi siano dovuti all’uso di farmaci, sostanze psicoattive o che siano dovuti ad una condizione medico generale, partirei dall’analisi della domanda. Sappiamo che la paziente è stata indirizzata da alcuni amici verso un consulenza psicologica a causa di alcuni sintomi insorti da un breve periodo. Ma qual è la domanda latente?
Partirei dall’esplorazione del contesto relazionale: a questo proposito indagherei i rapporti con le figure familiari (genitori ed ex marito qualora viventi e i figli).
Per potere procedere alla rilevazione dei dati anamnestici mancanti e all’approfondimento di essi sarebbero necessari altri colloqui. Dalla lettura dei dati, un’informazione importante che emerge è la durata dei sintomi, sappiamo che sono insorti da un periodo di tre settimane prima della consultazione e che essi si sono manifestati in un altro periodo di vita (dopo avere abbandonato gli studi). A questo proposito sarebbe opportuno indagare circa le circostanze di insorgenza, i fattori scatenanti collegati al disagio della paziente. È importante sapere anche se si sono manifestati altri indici di malessere psichico e se ci sono stati precedenti percorsi terapeutici; ciò potrebbe indicare come la persona ha finora tentato di fronteggiare il disagio, quali soluzioni non hanno funzionato, quali aspettative sono rimaste deluse o bisogni frustrati. È necessario conoscere le strategie finora usate nei momenti di vita critici (ad esempio durante la separazione dal compagno). L’osservazione della paziente rispetto al suo comportamento non verbale e alle sue modalità di relazionarsi, durante i colloqui, potrebbero fornirmi ulteriori ed importanti elementi di informazione da integrare alla mia valutazione. Troverei utile la somministrazione di un strumento diagnostico come l'MMPI-2 per valutare le maggiori caratteristiche strutturali di personalità e i disordini di tipo emotivo ed indagare più a fondo le eventuali componenti depressive.
Laddove gli elementi rinvenuti nel corso della consultazione dovessero supportare l’ipotesi diagnostica inizialmente prospettata, sulla base di questa e della valutazione, visti la motivazione intrinseca della paziente alla consultazione e il conservato funzionamento dell’io e della realtà, proporrei un intervento a carattere supportivo volto a aumentare l’autostima e riorganizzare le risorse per investire nei suoi progetti futuri. In un secondo momento l’ intervento potrebbe divenire più espressivo per affrontare il disagio e le conflittualità sottostanti rielaborandole.