Ti chiedo scusa, ho copiato e incollato dal sito della scuola per concentrare tutte le informazioni potenzialmente utili, non avevo pensato alla pubblicità
Comunque non prendo provvigioni

sono solo una specializzanda...
@elisa801
Il costrutto di
"personalità" è molto ambiguo: ad oggi, quasi tutti i ricercatori che si occupano di questo argomento concordano sulla difficoltà di operazionalizzare questo concetto senza incorrere nel rischio di reificare qualcosa che ontologicamente non esiste. Lo stesso discorso si può applicare ad altri costrutti, come il dualismo mente-cervello (oggetto di uno degli ultimi convegni della scuola), per citare uno dei più comuni. Di conseguenza, se rispondessi a quale teoria fa riferimento il modello interazionista a riguardo del costrutto "personalità", non sarebbe coerente con il modello stesso. Per non essere troppo pedante affrontando questioni epistemologiche, direi che nel primo anno si affrontano appunto questioni di questo tipo. Il criterio generale è quello del pragmatismo teorico e del pluralismo metodologico: ovvero, avere un modello teorico di riferimento (il costruttivismo) che ci permetta di esercitare la nostro professione in funzione dell'obiettivo che ci poniamo utilizzando di volta in volta la metodologia che riteniamo più funzionale. Questo senza cadere nell'eclettismo teorico (esempio attingere ora a modelli psicoanalitici, cognitivo comportamentali, sistemici etc.) senza sapere come sono stati costruiti questi strumenti e a che finalità).
Per quanto riguarda le
differenze con il modello cognitivo-comportamentale direi che sono moltissime. Non sapendo bene a quali differenze sei interessata, te ne schematizzo alcune:
Modello CBT: è un modello meccanicistico e deterministico, ovvero il modello epistemologico di riferimento assume che l'essere umano sviluppi un comportamento deviante a causa (determinismo) di una risposta non adeguata allo stimolo ambientale. Il ruolo del terapeuta è quello di insegnare come reagire adeguatamente attraverso una modificazione cognitiva (dei "ragionamenti") e del comportamento. Questo si traduce con l'utilizzo di protocolli, ovvero "istruzioni" più o meno standardizzate che il T. deve proporre/insegnare in seduta e dare come compito tra una seduta e l'altra al paziente.
Ne deriva che il modello assume che ci sia uno sviluppo o persona "normale" e un'alternativa deviante o patologica: la discriminante è il risultato a test o la classificazione nosografica descrittiva.
Sinteticamente, tu paziente stai male perchè non sai gestire la tua vita/stimoli ambientali. Vieni da me che sono detentore della verità rivelata, so cosa è giusto/bene per te e ti dico cosa dei fare per diventare "normale".
Il modello interazionista ha ugualmente come obiettivo il "cambiamento" (a differenza dei modelli che hanno come obiettivo la comprensione della causa o una maggiore consapevolezza), inteso come obiettivo di benessere concordato con il cliente e costruito passo passo con lui. Di conseguenza non si può decidere aprioristicamente cosa fare quando entra una persona, nè è utile ricondurre l'ignoto (la narrazione del cliente) al già noto (manualistica diagnostica) solo per sentirci a nostro agio nel collegare sindrome-diagnosi-protocollo d'intervento.
Se mi leggesse un prof. (mio o di altri indirizzi), sono sicura che si metterebbe le mani nei capelli per l'inaccuratezza dei termini e il riduzionismo esplicativo.. ma voi non ci fate caso, vero
Buona domenica ragazzi!