
Originalmente inviato da
stefano3
Riprendo il discorso sulla Psicologia come “professione sanitaria”, che rischia di essere portato a spasso da considerazioni che, se pur contestuali, rischiano di prendere il sopravvento.
Mi spiego: non è corretto, in prospettiva scientifico-culturale, far discendere la definizione di “professione sanitaria” da argomentazioni di carattere giuridico-legale e/o burocratico-amministrativo (ma anche ordinistico), per quanto questi aspetti abbiano certamente a che vedere con una professione.
Cioè, essere “esente IVA”, ad esempio, non è una dimostrazione che la Psicologia sia professione sanitaria. La Psicologia (gli psicologi) ha il compito di delineare il proprio ambito e limite di intervento che, naturalmente, è di carattere psicologico. Per dirla sinteticamente, si dovrebbe interrogare su ciò che di “psichico” vi è in ciò che viene definito “sanità”: da qui delineare eventuali procedure idonee per operare in un simile settore. Tuttavia, non è detto che la Psicologia, operando nel settore della sanità, debba essere assorbita dalle cosiddette “professioni sanitarie”, poiché la Psicologia possiede un propria specificità non assimilabile ad esse, per quanto con esse interagisca.
Ribadisco che la normazione della Psicologia come “professione sanitaria” o meno, deve discendere da una attenta valutazione degli ambiti epistemologici e metodologici della disciplina stessa. Tuttavia, questi aspetti sono ben lungi dall’essere profondamente indagati e discussi anche in sede accademica: mentre pare sempre più accentuata la posizione di interesse ordinistico (che talora presenta rivendicazioni di carattere politico-sindacale e giuridico) che, inseguendo logiche medico-aziendalistiche, rischia di far morire la stessa Psicologia tra le asfissianti braccia delle corporazioni sanitarie.
E detto per inciso: le professioni sanitarie possono essere formate, per definizione, solo dalla facoltà di Medicina. La Psicologia rischierebbe d’essere assorbita da tale facoltà. Mentre credo che la facoltà di Psicologia debba continuare a conservare il proprio carattere unitario. (L’attuale definizione della Psicologia come “professione sanitaria” è l’esito dell’effetto di una deroga, che consente agli psicologi di lavorare presso il SSN ma che pone la facoltà di Medicina in posizione di pressione con intenti annessionistici: talora supportati anche da qualche organizzazione sindacale di Psicologi che “sperano” in un sempiterno “migliore” riconoscimento).
E butto lì anche un’altra considerazione: la psicologia non coincide con la clinica, men che meno con la psicoterapia. Altri Stati europei non vincolano la formazione clinica e psicoterapeutica (e psicoanalitica) ai laureati in Psicologia/Medicina. Sono, casomai, vincolati al possesso di una laurea, all’esperienza clinica personale e all’accettazione di una domanda di formazione da parte di Istituti e Società scientifiche deputate alla formazione di psicoterapeuti e psicoanalisti. Tra questi può capitare lo psicologo, il medico; ma anche il matematico, il biologo, l’antropologo, etc.
Naturalmente, si tratta di impostazioni differenti: hanno pregi e difetti. Su cui, tuttavia, si può riflettere.
E d’altra parte, in Italia (ma non solo), perché il medico dovrebbe poter accedere alla formazione in psicoterapia (quando nel proprio curriculum non ha visto nulla di “psichico”) e non anche altre professioni “umanistiche” (mi si passi il termine in senso non storico-specifico)? Oppure, bisognerebbe riservare la formazione psicoterapeutica solo agli psicologi? In tal caso, sarebbero “professione sanitaria” oppure psicologi che esercitano la psicoterapia, distintamente dal contesto medico?
Ora, però, lascio questi interrogativi a chi si vuole cimentare con la questione e vado un po’ in vacanza anche io.