Grazie a te Morgana-z
Grazie a te Morgana-z
Del fatto che deve nascere nel paziente il desiderio di stare meglio, e questo deve essere più forte del guadagno che trova a chiudersi nel suo rifugio - attaccandosi al sintomo ad esempio - instaurando una relazione con il proprio terapeuta e quindi scegliendo di aprirsi, di fatto, e di fidarsi piano piano, scendendo (dal piedistallo che si è creato, in un certo senso, mi viene da dire), cosa ne pensate?
Era un po' questo il senso della domanda che avevo rivolto qualche post fa in riferimento a quanto detto da roro 1982: questa domanda era stata "attivata" soprattutto dal tono percepito (per quanto si possa percepire attraverso uno schermo, ma un po' credo di sì), per questo avevo cercato di allargare un po' il campo, perché credo che ci possano essere persone in formazione, in analisi, o comunque interessate in vario modo alla discussione, che possono dare il loro contributo, così come professionisti del settore daranno il loro, ognuno a proprio modo, e credo che sia utile e arricchente il confronto.
Comunque la mia domanda in realtà era nata leggendo gli interventi iniziali della discussione: a volte sembra un gioco di forze, mi sono detta /chiesta, nel senso che deve maturare quel desiderio di entrare in relazione e di fidarsi, e questo deve essere superiore al guadagno che si ricava dalle proprie modalità "consuete", siano essere il rifiuto del cibo, le tendenze ossessive, il dimostrare che in fondo non sono io che "non voglio" veramente mettermi in gioco ma tutto il resto che non funziona e che qualunque cosa gli altri dicano, mi dispiace, ma non funziona (guadagno: alla fine "vinco" io, "vi dimostro che sono più forte", con tutto quello che questa "convinzione" può avere dietro di sé).
Questa idea è stata rinforzata ieri sera (partecipo periodicamente alle riunioni di un'associazione di Psicologia Clinica) in cui si discuteva dei disturbi del comportamento alimentare in adolescenza, in particolare dell'anoressia: il nucleo, o uno dei nuclei, sembra essere proprio questo, quello scatto, quella motivazione, che porta la paziente a desiderare di entrare in relazione con una persona di cui fidarsi, da cui dipendere ( e quanta paura può fare a volte questa parola), e quindi di vivere, e lì entra in gioco l'equilibrio delicatissimo e fondamentale con il terapeuta, che, deve riuscire ad agganciarla nel modo giusto, senza essere troppo distante (altrimenti "Hai visto? Non gli interessa, faccio bene a rifugiarmi nel sintomo") né entrare troppo, per non essere vissuto come invasivo, provocando la fuga della paziente.
Un problema di dipendenza , insomma (è il tema che stiamo affrontando) di fragilità dei confini, detto in termini più specialistici di vulnerabilità narcisistica.
Visto l'argomento della discussione, mi sembrava che questo discorso ci potesse stare.
Il porsi dello psicoterapeuta e il desiderio, di vita mi viene da dire, del paziente, che devono incontrarsi ed equilibrarsi...credo che il rischio che il paziente non esca dal suo rifugio e utilizzi quanto in suo potere per non uscire, per dire che tanto nulla potrà aiutarlo, in certi casi sia molto forte e che entrino in gioco sia "l'essere" dello psicoterapeuta ma anche un desiderio di base, del paziente, di cambiare realmente, di vivere, con tutta la fatica che questo comporta.
Ossia, non "ammazziamo" lo psicoterapeuta pensando che debba fare l'impossibile (sennò si cade nell' onnipotenza): ci sono terapeuti più o meno sensibili all'entrare in sintonia, non a priori con tutti i pazienti, ma con quel tipo di paziente e pazienti più o meno "trattabili".
Insomma, il buon incontro è l'inizio, ma quanto è importante, mi viene da dire. Nello stesso tempo bisogna nutrirlo e averne cura, da ambo le parti, per quello che realisticamente è possibile fare.
Cosa ne pensate?
Ultima modifica di Lyanne : 27-06-2014 alle ore 12.00.14
Ciao Lyanne,
ti ringrazio per lo spunto interessante.
La questione è ben posta: una persona che soffre si è costruita una corazza di sintomi e difese che lo protegge ma allo stesso modo lo soffoca, lo impaurisce e lo fa star male. Tuttavia, paradossalmente, molte persone si tengono stretta la loro sofferenza per dei vantaggi secondari (seppur patologici) e per il terrore che svelarsi e affrontare il problema sia peggiore.
Perciò l'incontro col terapeuta è delicato. Avviene come quando (scusatemi il paragone) vogliamo avvicinare un animale per prestargli delle cure. Noi abbiamo le migliori intenzioni, ma l'animale è talmente terrorizzato da non cogliere i nostri segnali.
La relazione che si costruirà tra i due tramite il primo contatto è importante ma lo è anche il fattore Tempo.
Noi riusciamo a fidarci di qualcuno così, su due piedi?
C'è un film di animazione che ritengo davvero bello e significativo, "Frozen".
A me ha suggerito molte riflessioni
Vi pongo una domanda pure io:
che significa, per voi, Fiducia, in termini generali? e in termini terapeutici?
Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato.
(Haruki Murakami)
Sono d'accordo. Mi viene anche da pensare: chissà se la qualità del primo incontro influenza il tempo e, viceversa, se il tempo influisce sulla qualità della relazione, e non mi riferisco solo all'incontro con il proprio psicoterapeuta ma ad una persona altrettanto importante e significativa per la propria maturazione.
Pensando ad una situazione personale mi viene da dire di sì, nel senso che magari incontriamo una persona, in un certo momento, che ci fa un certo effetto, ma con cui si è agli albori e in quel momento il rapporto non può svilupparsi pienamente, vengono solo gettate le basi.
Poi il tempo, la maturazione, chissà cosa, fanno sì che si cerchi di nuovo quella persona, con cui il rapporto diventa vivo e in continua evoluzione ma a vincere le resistenze ce ne vuole, perché si tende a vedere "quello che si vuole" secondo un certo schema, secondo "gli oggetti" che abbiamo dentro.
Ad un certo punto rimani piacevolmente sorpresa perché magari ti aspettavi che quella persona fosse come certe figure del passato, in parte reali, in parte costruite dalla fantasie, a loro volta ampliate da ciò che è mancato all'inizio, quando si è assolutamente inermi.
Pian piano il rapporto evolve e diventa veramente arricchente, dal punto di vista professionale e umano, si ha la sensazione che ci si può fidare reciprocamente, cosa non facile e direi anche rara, e questo è molto bello.
Ecco, forse fiducia significa proprio questo: avere la sensazione che quella persona ha nella propria mente te, come persona, e il tuo bene, che non sei uno tra tanti ma proprio tu.
Poi c'è il problema del tollerare che non ci sei solo tu (così come lo psicoterapeuta ha altri pazienti) .... pian piano si fa anche questo.
Forse son troppo ottimista, però mi viene da dire che, posata la prima pietra, procede anche il resto (con tempo, pazienza, fatica, tendenza a "tornare indietro"), perché comunque è come costruire o ricostruire un tessuto danneggiato con qualcosa di buono che nutre e sostiene e pone le basi per tollerare anche le frustrazioni che inevitabilmente ci sono, perché in fondo si vorrebbe che chi si ama avesse occhi solo per noi.
Mi sembra di sentirti parlare un po' di relazioni affettive, un po' di relazioni terapeutiche...in entrambi i casi, anzi in tutti, il Tempo è importantissimo (come nel Piccolo Principe). Però il tempo delle relazioni prende diversi ritmi.....perchè non tutto va liscio e nel procedere verso il resto del cammino può succedere di tutto.
Vi propongo quest'altra domanda: pensate ad un primo incontro della vostra vita. Provate a descriverne le sensazioni e a rievocarne i pensieri.
Poi pensate a come è proseguita la vicenda....e proviamo a trovare soluzione all'interrogativo di Lyanne
Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato.
(Haruki Murakami)