Mi sfugge cosa ci sia di rabbrividente nella mia visione delle cose, per cui non mi soffermo su questo.
Per quanto riguarda tutta la seconda parte del tuo intervento, Rei, posso dire che personalmente da quando ho avuto una certa competenza del problema professionale della psicologia clinica in Italia mi sono fatta l'idea che quella dello "psicologo di famiglia" sarebbe un'innovazione sacrosanta.
Perchè, semplicemente, ce ne sarebbe bisogno per la popolazione e darebbe dignità e lavoro a tutta la classe degli psicologi e psicoterapeuti. Fra l'altro io sono convinta che la distinzione tra le due categorie sia speciosa e ho dedicato un intero capitolo della mia tesi a questo aspetto del problema.
Concordo anche sulla colpevole assenza degli psicologi dagli ospedali, assenza che non è certo inficiata da quelle due o tre figure di supporto che compaiono in un ospedale enorme come le Molinette o il S.Anna di Torino, assolutamente insufficienti e subordinate agli psichiatri.
Il fatto del potere che tu rilevi è, a mio avviso, corretto, ma dipende non da cause misteriose ed incerte, ma proprio dall'insufficiente, caotico e nebuloso statuto scientifico che la psicologia, specie, ma non solo, quella clinica, ha in Italia.
Infatti tutta la storia di questa disciplina nel ns Paese è stata viziata dall'atteggiamento fortemente protezionistico che hanno assunto nei decenni precedenti i medici e gli psichiatri da un lato, gli psicoanalisti dall'altro.
Tu ti appelli alla sensibilità che il professionista deve possedere per lavorare col cliente, ma il problema è che non è oggettivamente possibile misurare la sensibilità, o le capacità cliniche o relazionali, con degli strumenti condivisibili e non appellabili. Se si potessero davvero esplorare l'aspetto emotivo degli individui si fermerebbero i potenziali criminali prima che passassero all'atto.
Quanto alla risibilità della valutazione scientifica dei risultati della terapia, beh, sappi che i migliori clinici universitari non ne ridono affatto, in quanto i finanziamenti per i loro dipartimenti dipendono proprio dalla loro capacità di produrre documentazione riconosciuta dalla comunità scientifica in tal senso.
A me risulta che sia uno dei temi maggiormente dibattuti in ambito accademico, congressuale ecc.
Riguardo alla necessità di un'analisi personale è uno di quegli aspetti che lasciano sospettare che molti tra coloro che si dedicano a studi psicologici siano mossi da motivazioni di carattere personale inerenti alla ricerca di un lenimento di loro sofferenze psichiche.
Parlavi prima dei medici: ribadisco che, anche se probabile che quasi tutti i dentisti abbiano avuto il mal di denti in vita loro almeno una volta, non è certo fatto obbligo a loro di essersi sottoposti a cure dentali o di avere bocche perfette. E i ginecologi maschi? Forse che un qualsiasi professionista, o una qualsiasi persona, non avrebbe allora bisogno di psicoterapia (o tu parli proprio di psicoanalisi) per essere abilitata a gestire le proprie relazioni umane?
Vedi dunque che tu per primo individui una minorità, un peccato originale degli psicologi, in base al quale essi sono di fondo malati, o comunque il rapporto terapeuta paziente rientra in un ambito non scientifico, ma magico, tale per cui il terapeuta deve avere ricevuto un'iniziazione (avere subito la cura che deve somministrare) che a nessun'altra categoria, e dico nessuna, è richiesta.
E poi ancora, se quanto da te propugnato è valido, allora tutti i pazienti reduci da una corretta cura psicoterapica, diventano, ipso facto, potenziali terapeuti.
E' un po' la logica che ha portato Izzo direttamente dalla posizione di ospite del ns sistema penitenziario ad operatore sociale, coi risultati a tutti noti.







Rispondi citando