Ciao korianor,
ti risponderò al pm appena possibile, quanto a lunghezza nemmeno tu scherzi eh?
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Ho ascoltato con molto interesse la tua obiezione alla mia distinzione animato/inanimato; il problema è che noi clinici psicodinamici (se mi permetti di gonfiarmi il petto e farmi più grosso di quello che sono) osserviamo la vita psichica ed emozionale dell'individuo nel suo fluire costante (leggi nella sua continua autoregolazione in situazioni non di allarme) e traiamo delle conclusioni che evidentemente non si applicano e non valgono per una serie di osservazioni che si rifanno, chi più chi meno al paradigma dello startle. Secondo questo modo di intendere l'emozione, l'emozione sarebbe un fatto discreto che inizia a seguito di un elemento x, si manifesta attraverso parametri oggettivabili (ad es. misure comportamentali ma soprattutto paradigmi psicofisiologici che si avvalgono sia di indici centrali che periferici). Si tratta naturalmente di un modello di comportamento emotivo di gran lunga preferito dagli sperimentali perchè questo fenomeno risponde a tutti i requisiti di oggettività e riproducibilità e avvicina la psicologia alla fisica rispetto alla biologia dal momento che la relazione tra l'elemento x e la reazione emotiva (startle) è - se non andiamo troppo sul sottile - di tipo causale o se preferisci automatico.
Cercherò adesso di mostrarti in che modo la neurologia può darci un contributo nello studio di questi fenomeni. Poniamoci una serie di domande: la prima è quali strutture cerebrali sono coinvolte nella reazione di spavento e attacco/fuga verso un pericolo animato (ottimo l'esempio del serpente) e inanimato (ad esempio un fulmine ma mi viene in mente anche lo stridio dei copertoni in frenata prima di un urto)? La seconda domanda è: che cosa succede a queste strutture durante lo startle? Sino a qui il nostro paradigma sperimentale è in grado di risolvere gli interrogativi che ci siamo posti. Andiamo all'ultima domanda: che cosa fanno queste strutture quando non sono preposte alla funzione di startle (di ovvio vantaggio evolutivo)?
Il fatto stesso che le diverse strutture del sistema limbico coinvolte in risposte semi-automatiche verso gli stimoli abbiano un'attività complessa anche durante gli startle (che in contesti ecologici possono essere distanti anche settimane o mesi) e che quindi siano preposti anche ad altre funzioni mi fa pensare che il paradigma dello startle studi solo una parte delle emozioni: le emozioni entrano cioè a far parte della nostra vita in modo molto più complesso e sottile, a cominciare dal fatto che sia nell'uomo che nei primati superiori è stata osservata un'intensa comunicazione emotiva che si avvale delle mimiche facciali (su cui si era addirittura già espresso Darwin più di 120 anni fa) e delle posture (che sostituiscono ad esempio la comunicazione ormonale -ferormoni e allormoni- o gli stimoli luminosi presenti abbondantemente nei vertebrati inferiori). Da questo punto di vista credo che si possa ritenere la situazione sperimentale come una situazione meno frequente oggi giorno (devi ammettere che non ti capita certo tutti i giorni di essere attaccato da un serpente o di essere investito o sfiorato da un fulmine...) mentre nella vita quotidiana sono molto più frequenti le occasioni di osservare le regolazioni sottili del sistema emotivo in relazione ad esempio ai legami con altri individui sia quanto si presentano in forma discreta (ad es., ti puoi ricordare una sensazione di eccitazione o di piacere quando il tuo sguardo ha incontrato quello di una ragazza o lei ti ha fissato in modo provocante) ma anche quando non è affatto possibile capirne l'origine (ad es., torni a casa e non sai perchè che cosa una certa persona abbia detto o fatto però ora non hai più tanta voglia di vederla: forse si potrebbe rinviare la cena di venerdì ecc...). Il concetto fondamentale è che i più completi e recenti studi sull'emozione come quello di Scherer et al. sono di tipo multicomponenziale (ad es. Scherer ipotizza l'esistenza di 5 CVS, controlli valutativi dello stimolo) che includono modalità di risposta emotiva da un tipo molto rozzo (ma evolutivamente fondamentale, come il riconoscimento della novità di uno stimolo o la valutazione della piacevolezza spiacevolezza intrinseca dello stimolo) ad uno estremamente complesso e raffinato (del tipo in grado di farci comprendere il pensiero figurato, le espressioni metaforiche e la struggente bellezza di una toccata e fuga di Bach o di una poesia di Rimbaud, sempre di emozioni si tratta).
Quello che cerco di dirti è che il problema delle emozioni meriterebbe un'attenzione a parte e non può essere considerato, a mio parere, un sottoproblema della comprensione dell'esperienza soggettiva. Se è vero che si studiano molto le emozioni in clinica in relazione alla loro modalità di distorcere l'esperienza soggettiva (agendo su parametri neurofisiologici questo mi sembra ovvio; è questo fenomeno che ha portato alla creazione di molti test proiettivi come il Rorschach che sono stati prima intesi in senso fenomenologico e poi convertiti in linguaggio psicodinamico) è anche vero che la comprensione di queste distorsioni merita un'attenzione più rivolta a come il SNC organizza il comportamento goal-oriented che al problema della coscienza in sè che come ti spiegherò lascia aperti degli spiragli di tipo filosofico. La mia idea è che l'emozione guidi il comportamento almeno al 50% (è questo il senso della frase freudiana 'L'Io non è padrone in casa sua). Questa idea dell'uomo guidato dalle emozioni e non dalla ragione e l'idea che una parte considerevole della nostra vita sia spesa a cercare di gestire questi contenuti emotivi in modo appropriato è il succo fondamentale dell'approccio psicodinamico: a mio parere questa ipotesi è filogenticamente forte, etologicamente stimolante e molto più realistica rispetto all'idea che i processi decisionali siano presi facendo pressochè esclusivo riferimento ai modelli di logica formale o a complicate equazioni economiche (ad es. nei comportamenti di spesa). Naturalmente l'approccio clinico esaspera questo tipo di distacco tra emozione e ragione ma riflette una modalità di gestione del comportamento (quella paleo-mammifera) che è sempre presente nella vita quotidiana e semmai viene occultata dal progressivo maturarsi sociale dell'individuo che in termini biologici potrebbe essere spiegato come lo sviluppo di forme di controllo cosciente del proprio comportamento, spesso in modo molto dettagliato: non è un caso se tutte le culture spendano una considerevole mole di tempo ad insegnare ai propri bambini 'come ci si comporta' e noi siamo in grado di apprendere comportamenti complessi di regolazione della vita sociale (pensa ad esempio alle cerimonie del tè, al suonare uno strumento musicale ecc...).
L'idea è cioè che il comportamento sia il risultato dell'organizzazione vigente tra un nucleo biologico, filogeneticamente antico (o cervello paleomammifero di MacLean e che io identifico con l'inconscio psicoanalitico ovvero l'Es freudiano) e il controllo razionale volontario dell'individuo (che deriva dalla proprietà della corteccia di controllare i centri subcorticali come sto facendo ora per digitare queste parole sulla tastiera) ovvero l'Io psicoanalitico, la seconda delle tre istanze psichiche (se hai bisogno di qualche chiarimento dimmi pure, immagino che siate un po' a digiuno di metapsicologia analitica). Il primo usa modalità di organizzazione dell'esperienza di tipo non verbale e logico (ma di tipo sensoriale-percettivo; x freud l'inconscio è ad esempio incapace di un rapporto con la realtà socio-culturale; incapace di considerare lo scorrimento del tempo = risponde ad uno stimolo doloroso ricordato o rivisto come se stesse realmente accadendo; eventuali funzioni di controllo di ciò avvengono a livello dell'Io, cioè corticale) mentre il secondo è in grado di produrre il linguaggio e di organizzare le esperienze in riferimento alla realtà socio-culturale.
Questo è in brevis il tipo di fenomeni che interessa la clinica psicodinamica e che riflette una modalità di interazione del sistema limbico con la corteccia (o se preferite dell'Es con l'Io che riflette una delle due anime della psicoanalisi, anche se di gran lunga la più famosa ovvero il modello della patologia come conflitto).
Riguardo al problema della coscienza che, come già spiegato, io metterei su un piano separato rispetto all'emozione, un approccio neurobiologico alla coscienza (nel senso di percezione cosciente organizzata e non di riflessione o attenzione introspettiva, che chiamerò autocoscienza) cerca di spiegare come le strutture più forti sul piano neurale facciano un pop up nella coscienza tale che la struttura più attivata rispetto alle altre è quella predominante. Le cose sono molto più complesse e io non sono la persona adatta per parlarne ma mi sembra che tu non riesca a venire a capo (come Fechner del resto) di come una trasmissione di informazioni tra neuroni possa diventare un'esperienza soggettiva: ho l'impressione che ci vedi come un salto qualitativo che sia in qualche modo inspiegabile. Personalmente ho sviluppato una tale apertura verso le molteplici modalità di sperimentarsi a livello soggettivo nelle situazioni più diverse e complesse che non esito a definire i processi soggettivi come epifenomeni della struttura cerebrale. IL problema semmai più che approfondire questo aspetto su cui io ho una certa sicurezza direi che è quello di spiegare quello che descriverei elegantemente come l'illusione dell'anima. Questa illusione consiste nel fatto che per quanto io mi sforzi ho l'impressione duratura di essere una persona separata dal corpo che prova delle emozioni, che il mio corpo abbia un dentro e che è lì la parte del corpo dove sento di abitare davvero e ho la sensazione di osservare il mondo da un qualche punto dietro o dentro la mia testa. Questa idea, espressa implicitamente dal modello di cartesio che riconduceva l'esperienza soggettiva ad un altra categoria ontologica (la res cogitans in opposizione alla res extensa) è un grande luogo comune della nostra cultura; continuo a pensare che il modo con cui noi esperiamo il nostro sè e viviamo l'esperienza soggettiva è in gran parte un epifenomeno culturale (se consideriamo i contributi dell'ambiente) e neurologico (per quanto riguarda l'organizzazione interna dell'organismo capace di produrre queste esperienze). La molteplicità degli stati che esperiamo nella nostra vita dipende dalla combinazione di stimoli costantemente diversi in diverse combinazioni con l'organizzazione del SNC in quel preciso istante: come dire infinite diversità in infinite combinazioni, per citare Star Trek. Il SNC però rende conto anche delle caratteristiche di personalità e delle stabilità culturali nella percezione della realtà (e non intendo in senso metaforico: mi riferisco ad esempio agli studi inter-culturali sui processi cognitivi di base e in particolare sulla percezione; vedi anche l'ipotesi di Gray sull'illusione di muller-lyer in occidente) e in quest'ottica io penso che lo studio della coscienza sia poco interessante di per sè perchè i come dell'esperienza soggettiva saranno ovvi non appena avremmo compreso come funziona il sistema nervoso: appare però evidente che bisognerà mettersi giù di impegno (come mi piacerebbe fare) a lavorare sulle reti neurali per capire come il cervello reale processa le informazioni che gli arrivano dall'ambiente. Sino ad oggi i risultati sono stati incoraggianti, per il futuro chissà, ma io CREDO nelle reti neurali, soprattutto nel migliorare il modo in cui i nostri neuroni artificiali mimano il comportamento di popolazioni reali di neuroni).
Infine non bisogna sottovalutare la portata assolutamente straordinaria, direi filosofica, della comprensione che la coscienza possa funzionare come un meccanismo (e allargando la metafora; che possa rompersi), sia cioè il risultato di un insieme di delicati meccanismi biologici che in modo complesso regolano il nostro esistere con successo da miliardi di anni. Sarebbe la fine dell'idea di anima e anche questo baluardo della fede e dell'umanesimo sarebbe definitivamente abbattuto completando quel lento processo di naturalizzazione dell'uomo iniziato clandestinamente nei laboratori dove dissezionavano cadaveri e che troverebbe ora il suo completamento: una svolta EPOCALE che completa anche il processo di naturalizzazione della natura (vi ricordate quando era Zeus che scagliava i fulmini da sopra le nuvole??). La portata anche religiosa di questa scoperta squasserebbe interi sistemi di conoscenza e intere culture. D'altra parte è per questa potenzialità intrinsecamente eversiva della VERITA' scientifica che scienza e potere hanno avuto grandi amori e grandi odi. Secondo me la cosa straordinaria e che questo non dovrebbe impedire di continuare a credere in Dio nè tantomeno di provare quell'intenso caleidoscopio di emozioni e vissuti che in fondo rendono bella e piacevole la nostra vita.
Direi... W le NEUROSCIENZE...![]()
Spero di averti illustrato il mio pensiero su due concetti cardine della psicologia dinamica: l'emozione e la coscienza (che noi chiamiamo l'esperienza del Sè).come sempre è un piacere scrivere su questo 3d... aspetto i commenti anche di Itsuki o di Ikaro!
Grazie per questa bellissima conversazione,![]()
Fabrizio







, quanto a lunghezza nemmeno tu scherzi eh?
come sempre è un piacere scrivere su questo 3d... aspetto i commenti anche di Itsuki o di Ikaro!
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