Poco fa leggevo Sartre, è ho trovato casualmente un discorso valido per l'argomento, in un passaggio che trattava della trascendenza rispetto alla riflessione e allo stato.
Sartre fa notare come, disquisendo su riflessione pura e impura, si contrapponga la trascendenza della riflessione alla sua immanenza (ovvero l'esatto contrario); il che porta gli psicologi a due errori, nella fattispecie il dover affrontare riflessioni ingannevoli verso l'identità dei sentimenti del paziente, e l'inganno stesso per il quale l'individuo si autoconvince di provare un sentimento che invece è figlio di uno stato riflessivo (come avviene per ogni sentimento - spiega Sartre - ma qui si crea uno stato non reale, o comunque reso tale da una convinzione che non porterà mai lo psicologo alla risoluzione di un problema).
Ergo, si separa lo stato dalle apparizioni dello stesso, apparizioni ingannevoli tanto per il paziente quanto per lo stesso psicologo, in un rapporto di casualità che in sé lo è tutt'altro, ma che si traduce in un terno al lotto per quanto riguarda il tentativo di sciogliere il nodo dello stato attraverso quella che è semplicemente un'apparizione, che ripeto poter essere valida o meno, rendendo ogni teoria in una certa misura fine a sé stessa.
E le teorie fini a sé stesse non offrono alcun fondamento scientifico rispetto al risultato o anche alla sola metodologia simil-scientifica della costruzione delle ipotesi.








), dopo più di 5 anni di terapia ho risolto quasi tutti i miei problemi e mi sento "ben più robusto" di prima e della maggior parte delle persone che mi circondano.