Esprimo un po' il mio pensiero riguardo lo statuto di scientificità ed il suo rapporto con la psicologia, copincollando una relazione che ho dovuto fare per il tirocinio di psicologia generale.
Non è uno dei miei migliori scritti, la buttai li', però è cmq un punto di partenza.
Spesso ci si pone il problema della validità della psicologia in quanto scienza, dei suoi confini epistemologici e delle sue origini.
Per sciogliere questi dubbi occorre prima di tutto liberarsi da una lunga serie di pregiudizi riguardanti tanto la psicologia quanto le stesse scienze moderne ed il pensiero razionale occidentale.
Il pensiero scientifico ed il pensiero comune, difatti, non vanno mai di pari passo e nel tempo che una teoria od una visione del mondo vengono diffuse prima all’interno della comunità scientifica e poi nel resto del mondo, esse sono già superate. Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione in cui il riduzionismo ed il positivismo, che pure sono paradigmi abbandonati ormai da quasi un secolo, stanno lentamente cedendo il posto ad una nuova razionalità relativista. Il cambio di paradigma avviene, tuttavia, fra le varie resistenze e se ormai nessun serio uomo di scienza oserebbe parlare di oggettività assoluta o di scienza definitiva, questi due concetti restano alquanto radicati nel senso comune e spesso colgono in fallo anche gli addetti ai lavori più distratti.
Allora occorre mettere in chiaro qual è la situazione attuale per trovare un terreno comune entro cui discutere della validità della psicologia.
Anzitutto va ricordato che la fonte dei pregiudizi e parallelamente della loro smentita, è la medesima. Mi si conceda di indicare le scienze naturali (quali fisica e chimica) come quelle discipline i cui stupefacenti risultati hanno dapprima fomentato l’idea che tutto il mondo fosse spiegabile in termini matematici quantificabili e meccanicistici. Quelle stesse scienze, tuttavia, nel proseguire dei loro studi sono incappate nei limiti dell’osservazione (principio di Heisemberg) e nella dubbiosità dei loro stessi assiomi teorici (teorema di Bell).
Si è fatta strada, allora, la consapevolezza dei limiti della conoscenza e questo ha permesso di ridefinire lo statuto di scientificità aprendo parallelamente le porte a nuove possibilità.
Oggi “La Scienza” ha ceduto il posto a “Le Scienze”, e la conoscenza stessa della realtà si è strettamente ed indissolubilmente legata alla metodologia utilizzata per la conoscenza; oggetto e metodo si sono, insomma, legati in un rapporto biunivoco.
Una scienza, oggi, non è altro che una disciplina, un modello di descrizione della realtà, che affonda le sue basi su degli assunti teorici, che utilizza delle specifiche metodologie di osservazione e di rapporto con il dato reale e si attiene a delle regole di logica prestabilite. Si tratta, insomma, di vere e proprie “pratiche discorsive” in senso foucaultiano.
Ed è in questa cornice che si pone la psicologia come scienza, in quanto essa racchiude in se ciascuna delle caratteristiche sopra elencate richieste ad una scienza.
La psicologia si avvale infatti di paradigmi teorici, di metodologie di raccolta di dati e di regole logiche che sottendono la produzione di enunciati i quali devono, ovviamente, tener conto della prova di realtà. Da ciò non si sfugge.
Il compito della psicologia scientifica è, in conclusione, quello di “proporre via via dei criteri metodologici di obiettivazione del fatto psichico, su cui costruire teorizzazioni che cercano, poi, nel piano dell’esperienza o dell’esperimento, conferme o smentite” (C. Capello); in questa frase si può riassumere quel rapporto imprescindibile che c’è fra l’oggetto ed il metodo della ricerca, che sono alla base dello statuto di scientificità della psicologia.






