Concordo con gli ultimi interventi. Infatti benché alcune correnti di pensiero sostengano di non lavorare con meccanismi quali il transfert, non riesco proprio a capire come facciano a non considerare il proprio vissuto e le proprie emozioni rispetto a quanto esternato dal paziente.
Mi spiego meglio: uno può pure dire di non lavorare con il transfert, ma non mi capacito di come in lui non venga sollevata nessuna emozione rispetto alla seduta con il paziente. E se si ammette che anche solo un'emozione emerge, a quel punto è necessario avere gli strumenti per valutarla e comprenderla.
Non solo, vi è poi il problema riconducibile (e nemmeno da troppo lontano...) alla questione dell'etnocentrismo ovvero al rischio dell'esercitare una Psicoterapia secondo i propri personali principi.
D'altra parte nessuno è una macchina e io sarei molto spaventato dall'eseguire solo "tecniche" rispetto ai pazienti. Come si fa ad essere freddi e distaccati rispetto a certe tematiche? Non è possibile e se ciò accade non stiamo avendo una gestione empatica della relazione.
A tal proposito ricordo che empatia non significa distacco, ma "partecipazione distaccata" proprio nel senso rogersiano di comprendere il "dolore" altrui senza aggiungere il "proprio dolore", comrpendere l'"ansia" altrui senza aggiungervi la "propria" ansia.







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