ciao Paperina
Scusa se non ho risposto prima, ma sono stata via per due giorni.
Da quello che mi scrivi ho avuto il dubbio: forse dovevo presentarmi da qualche altra parte di Ops, ma ero così contenta di essermi decisa a scrivere... Da tempo giro per i siti di Psicologia e, pur non facendo questo lavoro, amo leggere su psicoanalisi e dintorni. Anzi, in questo periodo mi sto interessando in particolare di adozioni perchè una coppia di miei cari amici ha accolto, più di un paio di anni fa, due bambini provenienti da un paese dell'Est. Sono stati loro che mi hanno segnalato l'articolo, scritto dalla stessa dottoressa con cui prima di adottare hanno fatto la preparazione e ora stanno seguendo un gruppo di accompagnamento alla genitorialità adottiva.
Sarà che spesso mi parlano di questa loro utilissima esperienza, sarà che conosco abbastanza i loro bambini, nella loro gioia di vivere che a volte si colora di intenso stupore o antico dolore, che mi sono ritrovata a leggere con passione l'articolo, comprendendo qualcosa in più di loro, ma anche dei loro genitori e, soprattutto, di me stessa. In effetti ognuno di noi porta in sè la sua storia, fatta di patrimonio genetico ed esperienze interpersonali. Comunque, proprio per venire alla tua domanda, nella parte introduttiva dell'articolo si parla dell'importanza dell'esperienza ambientale fin dalla vita fetale e per tutta la vita, ma si sottolinea soprattutto la possibilità e la capacità del bambino deprivato di "beneficiare di figure alternative capaci di riattivare il suo processo di crescita".
L'autrice è una psicoanalista e, seguendo Karen Horney, in pratica sostiene che ogni individuo, se posto in un ambiente facilitante, tende a sviluppare le sue potenzialità, anche se prima bloccate da un ambiente svalutante o comunque limitativo della sua espressività.
Insomma, molte sono le riflessioni che questo articolo ha stimolato in me. Per non parlare di quando vengono riportate esperienze o frasi di questi bimbi, alcune delle
quali ti arrivano dritte alla pancia...!







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