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  1. #31
    psicologiaela
    Ospite non registrato
    no, ti prego! ne abbiamo parlato tante volte!

  2. #32
    Partecipante Assiduo L'avatar di marianna5
    Data registrazione
    10-07-2003
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    ragusa
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    167

  3. #33
    Partecipante Esperto L'avatar di maryflower
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    firenze
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    453
    Ho fatto un controllino così, giusto per divertirmi: i medici fra parlamento e senato sono 134. gli psicologi 0. pedagogisti 1, poi ci sono un paio di matematici, qualche professore universitario e mi embra circa 250 avvocati. l'ho trovato sul sito del giornale di belpietro.

  4. #34
    castaneda
    Ospite non registrato
    Integrare fa bene, ma è difficile.L'oggetto di lavoro dei medici, degli psicologi , degli educatori si può dire che è uguale ma i piani di lettura sono diversi, gli strumenti di lavoro anche...insomma ripeto mettere insieme le specificità delle figure professionali mi sembra auspicabile per produrre salute benessere e prevenzione in un ottica bio-psico-sociale...senza guerre di quartiere e di appartenenza

  5. #35
    Giuliamd
    Ospite non registrato
    Cari tutti,
    scusate se ho lasciato passare un po’ di tempo, ma ho visto che le risposte sono state moltissime e variate, e quindi era necessario che mi prendessi un po’ di tempo per discutere meglio. Risponderò a tutti, e a tutte le questioni che sono state sollevate. Comprendo però che perché possiate capire il mio punto di vista è necessario che vi faccia un po’ di storia, e spero non v’annoierà.
    La professione di psicanalista mi interessa dall’età di 12 anni. Si era nel 1968, e tale professione era stata fino ad allora chiusa nel segreto, anche perché strettamente collegata alle strutture di clinica psichiatrica, sulla cui storia sarete edotti. In quell’anno però si cominciò a parlare dei meccanismi emozionali in modo più pubblico, anche sulle riviste per gli adolescenti. Si cominciava cioè a fare psicologia, mentre solo poche persone avevano veramente i mezzi per accedere alle informazioni sull’analisi vera e propria, e alle diversità fra scuole analitiche.
    Se guardo all’indietro, ringrazio il cielo di non aver avuto la necessità di scegliere tra la facoltà di medicina e quella di psicologia – quest’ultima nel 1975, infatti, era praticamente inaccessibile. In seguito ho gioito nel vedere che le facoltà di psic cominciavano a esistere. Mi sembrava che fosse il segnale della sempre maggiore importanza che veniva data a questo aspetto della vita umana.
    Se guardo a oggi, invece, mi accorgo che i laureati in psicologia degli ultimi 10-15 anni hanno preso un “pacco”, come si dice dalle mie parti, che non finisce più.
    Vorrei mettere in chiaro che preferisco avere – e penso sia più pratico avere – una laurea in medicina, ma lungi da me esaltare la categoria dei medici, la cui chiusura mentale è ben nota – affermazione che, ovviamente, vede le sue eccezioni. Se guardaste a me come al classico medico, molto preso da quello che ha nelle tasche del camice piuttosto che dalle persone a cui si trova di fronte, avreste un fotogramma sbagliato nella mente. Non è mai stato così neppure quando ero studente, perciò prendete le mie parole come quelle provenienti da una persona che ha cento anni di esperienza più di voi, una nonna, insomma, ben al di sopra delle parti, felicemente al di sopra delle parti – un medico alla Cronin, se non vi spiace.
    Vi spiego i motivi per cui, a mio parere, gli psicologi si trovano di fronte a un pacco.
    Quale è la tipologia di persona che si iscrive alla facoltà di psicologia? Sono persone che hanno dei problemi da risolvere. Non è che prima non esistessero, questi tipi di persone. Ma solo una quantità limitata di esse poteva accedere a corsi di laurea lunghi che prevedevano una specializzazione e un iter altrettanto lungo. La laurea in psicologia, nella visione di un 18enne, consente di sentirsi un po’ più padrone di certi meccanismi dopo appena 4 (ora 5) anni di studio. Chi di voi si è avvicinato alla facoltà avendo alle spalle una vita di piena serenità, senza domande esistenziali e problemi da risolvere, si faccia avanti. Non ce ne sono, persone così (che si iscrivono a psic). Non ce ne sono primo, perché avrebbero ben scarse capacità di avvicinarsi davvero all’intimo delle persone, secondo perché quelli che sono sani non si laureano in psicologia, ma se vogliono dedicarsi agli altri semplicemente lo fanno, vanno in Africa o a Calcutta o nei sobborghi dove esiste la vera miseria, o in altri luoghi.
    Sono stata supervisore per 10 anni in un centro diurno che accoglie, oltre agli utenti, psicologi e tirocinanti. La metà dei tirocinanti sarebbe bene che si mettesse in analisi di corsa. Uno su venti ha invece un quid che lo contraddistingue dagli altri. Il resto si barcamena, con grossi punti interrogativi. Molti non hanno alcuna attitudine a esplorare le profondità della psiche.
    La seconda parte del pacco è costituita dal fatto che non vi è stato accesso limitato alla facoltà, per cui gli psicologi laureati sono diventati tantissimi. Che fare di questi tantissimi ragazzi, con legittime aspirazioni di conoscenza, imbottiti di tutte le teorie possibili, teorie soprattutto americane (parlo di certi aspetti del comportamentismo e del cognitivismo con cui si spera di risolvere i mali umani), indottrinati a fare i test (notoriamente l’ultima sponda dell’interloquire psicologico), con l’input, poi, a cercare di curare i test invece che le persone …
    Ma in un Paese dove i laureati in psicologia sono 5 volte il numero dei pazienti che possono avere accesso a incontri di psicoterapia e/o analitici, che Paese è? E’ un Paese che fa finta di potenziare i punti d’ascolto (e chiude i consultori o obbliga a chiudere casi e cartelle in 5 incontri), ma che in realtà ha compiuto un massacro vero e proprio: ha reso il sapere psicologico così fruibile e così esteso da farlo diventare banale, sottopagato, e soprattutto ha dovuto inculcare a tanti che la psicoterapia si può anche fare all’americana, senza dare il tempo a chi vuole fare questo lavoro di vedere molto, di scoprire molto, di accertarsi veramente di quale sia il panorama psichico dell’essere umano. Chi di voi ha letto (almeno letto!) Jung, sa che il distacco da aspetti spirituali, o la negazione del fatto di appartenere a una razza o un’altra, o la reticenza a prendere contatto con i temi della morte, e della vita, può portare a malesseri e patologie che vanno affrontati cercando il tema centrale, che è sempre un tema vitale. Chi di voi conosce la necessità di scoprire i propri simboli, e di lavorare sulla simbologia? Non è vero che lavorando con le persone in pochi incontri queste conoscenze siano superflue. E come lavorate sull’inconscio delle persone? Qualsiasi mezzo che implichi l’uso della funzione trascendente obbliga a saper maneggiare la simbologia. Che lavoriate con i sogni, le favole, i miti, i disegni, la sabbia, non potete prescindere da questo. Nessuno, gente mia, ve lo insegna. Dovete andarlo a cercare voi, quando vi siete resi conto, dopo anni di sacrifici e di studi e, ora, anche delle scuole di specializzazione in psicoterapia (business a mio parere del tutto rivoltante), che la psiche non è affatto, per niente davvero, quella cosa su cui vi hanno fatto dare gli esami. Neanche per sogno. Infatti la maggior parte di voi, quasi tutti, direi, va in palla e in ansia. Legittimo. Vorrei vedere. Vi hanno insegnato teorie e concetti, vi hanno insegnato a parlare, a riportare i movimenti interni di una persona a tabelle, a schemi. In un altro thread ho visto una risposta che definisco spiritosa, se non mi venisse il mal di pancia quando leggo cose del genere: la diagnosi di borderline non si fa prima dei 18 anni. Belle, queste ipotesi diagnostiche fatte brandendo il DSM IV invece che studiando le persone! Uno diventa borderline se, prima dell’anno di vita, non riesce a mettere insieme gli aspetti costruttivi e distruttivi della psiche. Questo è il borderline. Poi qualcuno si è inventato che fino a 18 anni si dice in un altro modo, massì, come se il problema di fondo cambiasse, tra gli 8 mesi e i 18 anni. Questa è la psicologia che vi hanno insegnato, questo è il pacco a cui siete andati incontro. Prima ve ne accorgerete, meglio sarà. Prima ve ne accorgerete, prima sarete padroni delle vostre vite, e avrete una speranza di essere davvero, profondamente, eticamente utili, a quella degli altri.
    Non mi metto certo a discutere riguardo il medico che si sogna di fare una scuola di psicoterapia e si inventa il mestiere avendo tolto cerotti e crosticine fino al giorno prima. Mi rifiuto di misurare il mondo sul quantitativo di farabutti e di persone in malafede che circolano.
    Il percorso come medico mi ha portata ad affrontare cose diverse dalla psicologia per moltissimi anni. In Medicina ho imparato ad ascoltare la storia dietro la malattia, e a vedere persone di diversi ambienti sociali, e con diverse domande. La persona di fronte alla malattia regredisce, ed espone una parte di sé facilmente feribile, ma anche molto sincera. Insegnamento interessante. In chirurgia ho preso contatto con il dolore vero, con la morte, con il cancro; con la cattiveria della camera operatoria, con il contrasto tra la mutilazione e la possibilità di vivere. E che dire delle notti in pronto soccorso? In neurologia ho visto gli aspetti collaterali della psiche, l’essere toccati nel cervello, nel sistema nervoso, quale scuotimento dà, quali domande, quali soluzioni. Dalla neurologia passa tutto ciò che la gente si vergogna di far vedere a uno psichiatra. Ah, e la psichiatria? La psichiatria di quando esistevano i reparti di psichiatria, che esperienza lancinante. E la neuropsichiatria infantile, dove ho lavorato e poi mi sono specializzata, ha aperto il mondo dei bambini e dei genitori …
    Che pizza ‘sta nonna, starà dicendo qualcuno di voi. Eppure, non è finita qui. Ma per il resto vi mando al mio curriculum, se ne avete voglia, è visibile su internet, anche se non è aggiornato.
    Gente mia, benché mi chieda come diamine ho fatto a laurearmi, non cambierei questo percorso con i 4 o 5 anni di psic + 4 anni di scuola di psicter. E’ possibile che si tratti di una questione di temperamento. Ovviamente la mia vita personale e familiare mi ha portato a contatto con altri mondi, ho visto da vicino (moooolto da vicino) gli anni di piombo. Ma questo è tipo di “privilegio” che non è detto capiti a tutti … Tuttavia, l’impressione profonda che vi abbiano illuso sul mestiere psic mi rimane. Adesso vediamo le vostre considerazioni.

    CaptiveSoul: io sapevo che i medici sono pagati per seguire le scuole di specializzazione.. questo vale anche per le scuole di psicoterapia?

    Non ne ho idea. Quando studiavo io, si tenevano in piedi cliniche e ambulatori del tutto gratuitamente. Ne dubito, comunque. Mi risulta che le scuole di psicoterapia siano care per tutti e non paghino nessuno. Robertar: diverso è il discorso delle scuole di specializzazione, che prevedono lavoro in reparto, notti comprese. Vorrei ricordare che la responsabilità di uno specializzando non è uguale a quella di uno psicologo che fa la scuola. Un neurologo specializzando ha a che fare con cose come gli ictus e compagnia bella, ci mancherebbe che non fosse pagato.

    Robertar: penso che il nostro percorso formativo sia degno di tutto rispetto.

    Lo è senz’altro, ma ritengo che per avere a che fare con la psiche dell’essere umano non si possa studiare solo la psiche. In questo senso studi di medicina, filosofia e storia – e persino arte -, quali premesse, appaiono più completi.

    Psielisa: ma questo non dovrebbe significare l'onniscienza della categoria medica.

    Per carità. Vade retro.

    Vimae: sulla qualità della preparazione fra medicina e psicologia per diventare psicoterapeuta sinceramente mi sento di dissentire e di preferire di gran lunga il percorso psicologico, sia in termini di studi (molto più consoni), sia in termini di esperienza lavorativa.
    Come forse avrai capito, su questo dissentiamo. Fermo restando che un percorso medico non vale l’altro. Non ho mai affermato che un nefrologo può essere un ottimo psicoterapeuta, ma solo che gli studi di medicina consentono l’accesso a esperienze vicine al dolore, alla vita e alla morte in modo più quotidiano. E ritengo questo molto formativo, più di quello che offrono a voi in facoltà. Scusa, ma anche una specializzazione curata di tutto punto sul lato umano non vale affatto come 6 mesi con Emergency, sia nell’affrontare gli esseri umani, sia nel comprendere la relatività delle cose della vita, il dosare i problemi. Spero tu mi possa capire.

    Vimae: credo che in questo circolo vizioso e viziato in cui persone che stanno ancora facendo il tirocinio post laurea si iscrivono alla specializzazione (a 25 anni, ancora "figli" a tutti gli effetti che magari si ritrovano poi a trattare 50enni in crisi di mezza età), ci sia una grande responsabilità anche da parte delle scuole, che pur di non perdere preziose rette accetterebbero anche studenti, se potessero, in una folle rincorsa a bruciare delle tappe che invece potrebbero essere un prezioso aiuto nella professione.

    Sicché vedo che ci capiamo.

    Mareamarea: penso che il semplice fatto di dire che gli psicologi psicoterapeuti non si smazzino abbastanza e abbiano una visione limitata delle cose e del mondo sia già un buon modo per dimostrare che forse qualcosina nella tua visione ampia sfugge. Ben venga se fai le notti in guardia medica o al PS, ma perchè lo recrimini?

    Spero che la lunghissima premessa che ho fatto ti abbia schiarito le idee. Attualmente i percorsi medici appartengono al passato, mai recriminato di averli fatti, anzi; mi auguro che nella tua, di visione ampia, ci sia spazio anche per i medici che ti hanno insegnato qualcosa (spero ce ne siano stati, io ne ho incontrati molti). Hai fatto bene a fare tante esperienze e a seguire il tuo sogno, tenere le antenne dritte però quando qualcuno ti manda un segnale è cosa da fare anche dopo la specializzazione. Io non stavo parlando di importanza, ma di profondità di percorsi. Alla fin fine, hai ottenuto questa profondità perché ti sei formata in ambiente medico (non grazie ai medici, ma grazie all’ambiente, intendimi).

    Shiren75: per quel che riguarda i medici invece, posso solo pensare che, anche la professione medica, dopo essere stata fonte di posto di lavoro sicuro e ben retribuito, stia perdendo qualche colpo e così anche loro devono adattarsi a fare altro invadendo campi per loro non "classici".

    La professione medica ben retribuita è così per pochi, relativamente pochi, voglio dire. La mia generazione ha visto l’assalto alla facoltà di medicina (6mila matricole nel mio primo anno solo a Milano) e tuttora è molta la gente che si ammazza (o che viene ammazzata, come saprete) nei presidi di pronto soccorso nelle lande italiane. Ma se uno vuole lavorare il lavoro lo trova, son due anni che dall’Inghilterra chiedono medici disperatamente. Il dermatologo che vuol fare lo psicoterapeuta è solo, nella maggior parte dei casi, l’ennesimo cialtrone alla ricerca del facile guadagno.

    Shiren75: quanti medici ci sono in parlamento in rapporto al numero degli piscologi? Penso che il numero dei medici sia secondo solo a quello degli avvocati........puzza di lobby?????

    Sì, certo. Ti giunge nuovo? Ma è molto OT, rispetto a quello che ho detto io. Comunque niente vi impedisce di candidarvi, se proprio ci tenete. Fra 100 anni non dubito che anche la categoria degli psicologi sarà ben rappresentata in parlamento. Se non altro per la galoppante carenza di lavoro. Non è questione di maggior purezza della categoria, solo di tempo.

    Chiudo con Jung: “Non sono sfavorevole a che anche chi non è medico studi la psicoterapia e la pratichi. Per tale pratica è necessario un lungo e completo tirocinio, e una cultura generale che ben pochi posseggono”.
    Grazie a chi è arrivato fin qua. Un abbraccio a tutti. Giulia

  6. #36
    Partecipante L'avatar di robertar
    Data registrazione
    30-03-2005
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    30
    ciao giuliamd,

    rispondo solo a due considerazioni che hai fatto in merito a quello che ho scritto io precedentemente... anche perchè non ho letto tutto ma mi prefiggo di farlo appena ho tempo.

    Si parla di percorso formativo... e tu sostieni che è necessario un bagaglio culturale di ampio respiro... sono perfettamante d'accordo con te, però non mi sembra che la laurea in medicina possa arricchire il vostro curriculum di arte, antropologia, filosofia, sociologia,.... anzi.... propone una visione organicistica dell'essere umano. La cultura ad ampio raggio di cui parli esula dal percorso universitario sia di medicina che di psicologia (che comunque contempla anche esami trasversali, quali antropologia culturale, psicologia fisiologica, biologia, filosofia,...) semmai si incarna nella persona, nella sua storia di vita.

    Anche sul tirocinio formativo sono d'accordo con te: è necessario in psicologia come in medicina, anche se penso che la responsabilità di cui parli sia per entrambi considerevole. Se non si cade in un discorso competitivo ("sono più bravo io perchè curo gli ictus..."), ma si rivolge uno sguardo diverso in cui le competenze dei colleghi sono rispettate e riconosciute ci si può accorgere che i due settori (medicina e psicologia) presentano specificità peculiari e l'uno non va interpretato con le categorie dell'altro altrimenti il dialogo è presto interrotto...
    Penso quindi che anche il lavoro degli psicologi specializzandi in psicoterapia (il mio caso, del resto) andrebbe riconosciuto almeno con una minima borsa di studio.

    Salutoni
    Roberta

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