Ciao psicosarix, sintesi perfetta. Provo a riformulare e poi provo a buttare giù qualche idea.
a) prima dell'istituzione del corso di laurea non esisteva, appunto, la laurea in psicologia; tutto (o quasi) gravitava intorno alla facoltà di medicina (settore clinico in primis) e ad altre facoltà (pedagogia, lettere, filosofia); inoltre anche dopo l'istituzione del corso di laurea la facoltà di psicologia non riscuotè grandi successi se non dal 1989 in poi ovvero da quando divenne obbligatoria per fare lo psicologo
b) fino al 1989 la professione di Psicologo non viene regolamentata per cui fino a quella data chiunque si poteva definire tale e in effetti lo psicologo per come lo riteniamo noi oggi non esisteva in quanto chiunque si occupasse di psicologia in senso lato poteva definirsi psicologo
c) con la prima sanatoria favorita dalle norme transitorie della L. 56/89 (articoli 32, 33, 34 e 35) molte migliaia di soggetti sono entrati nell'albo degli psicologi: pochi laureati in psicologia, alcuni insegnanti, alcuni docenti universitari, molti psicoterapeuti e psicoanalisti oltre ad altre figure che, a vario titolo, avevano alle spalle degli studi e un lavoro a carattere "psicologico"
d) una volta entrati nell'albo tutti hanno continuato a fare il loro lavoro; ad esempio il laureato in pedagogia a orientamento psicologico ha continuato a fare il pedagogista, ma usufruendo dei benefici che l'iscrizione all'albo comportava (esenzione dell'IVA e detraibilità della prestazione come spesa sanitaria)
e) la Psicologia intesa come scienza poco o nulla dal 1989 si è sviluppata in quanto tutt'ora molto ruota intorno all'area clinica in senso lato (a questo proposito è sorprendente come le conoscenze e le competenze tra un neolaureato in psicologia nel 2007 e uno psicologo laureato in filosofia siano così dissimili: la verità è che molti degli psicologi iscritti all'ordine non supererebbero mai oggi l'esame di Stato in quanto vi sarebbero materie da loro mai studiate come la biologia, i fondamenti anatomo fisiologici, la statistica, la psicometria, la lingua inglese, etc.)
f) i neolaureati sono quelli maggiormente penalizzati da questa situazione, però qui io ritengo che le motivazioni siano altre
Ecco, ora provo a spiegare le mie idee. I neolaureati non sono penalizzati da chi si è iscritto all'ordine con la laurea in filosofia (perché il laureato in filosofia iscritto all'ordine ha continuato 90 su 100 a fare lo psicanalista e non a fare un concorso pubblico per dirigente psicologo... quindi sostanzialmente a non essere diretto concorrente dello psicologo) né tanto meno dalle così dette nuove professioni.
I motivi credo che siano:E tu giustamente chiedi: come si fa per cambiare la situazione?
- mancato svincolo della psicologia dal così detto paradigma medico anche per quei rami della psicologia che di clinico non hanno niente; questo mancato svincolo fa sì che agli occhi della gente il professionista sia sempre un guaritore e il cliente sia sempre un paziente affetto da qualche disturbo, per cui chi non si sente "malato" va a cercare altrove
- mancato svincolo della psicologia -intesa come scienza- dall'area clinica in senso lato (psicologia clinica, psicoterapia, psicoanalisi, etc.) con conseguenza che tutti i rami della psicologia che nel resto del mondo vengono anno dopo anno sviluppati in Italia sono praticamente inesistenti come la psicologia dello sport, la psicologia del lavoro, la psicologia del benessere, la psicologia sociale, quella scolastica, etc.
- permanente sudditanza di fatto della psicologia nei confronti della medicina (vedi la psicologia clinica, la psicoterapia, il fatto che alle specialità universitarie vi siano spesso più posti per i medici che per gli psicologi, etc.)
- incapacità totale della dirigenza degli psicologi (ordine nazionle in primis e associazioni di categoria poi) di sviluppare e promuovere adeguatamente una professione e una scienza tra la società civile
- incapacità di tutta la categoria (e qui ci siamo dentro tutti, chi più chi meno) di aprire tavoli di confronto con la società, con le altre professioni e internamente alla stessa categoria su quale doveva essere il proprio futuro
- incapacità delle università nel formare professionisti con in mano delle competenze spendibili nel mondo del lavoro (perché se è vero che lo psicologo che va a lavorare in comunutà guadagna quanto l'educatore professionale è pur vero che spesso l'educatore professionale sa fare di più dello psicologo in quel settore)
- incapacità infine di tutta la categoria di ascoltare le istanze di rinnovo e di confronto che provenivano (e che provengono perché io credo che niente sia ancora perduto del tutto) dalla società civile italiana e dall'europa tutta
- totale lassismo di una categoria che è brava a lamentarsi di quello che l'ordine non fa, ma non si è mai degnata di andare a votare alle elezioni per il rinnovo delle cariche ordinistiche, nemmeno di andare a votare per il proprio codice deontologico che è sia uno dei presupposti fondanti di una categoria sia un biglietto da visita verso la società civile)
Io credo che la parola d'ordine sia "partecipazione" attiva alla vita della propria categoria così da rafforzarla e da poterle dare quel potere contrattuale necessario per dialogare con le istituzioni e con la società.
Poi iniziare ad ascoltare la società anziché tentare di reprimere il dissenso. Perché si va più volentieri da un counselor? Tutto sommato non è nemmeno economicamente vantaggioso visto che il counselor fa pagare l'IVA e la sua prestazione non è detraibile. Perché le società sportive si affidano ai coach? Invece che voler reprimere forse sarebbe il caso di chiedersi il perché.
Poi ascoltare l'Europa che chiede maggior libertà di accesso e di esercizio: basta con le buffonate come l'ultimo referendum dell'ordine che ha cercato di eludere una legge dello stato... basta con i presidenti dell'ordine nazionale che chiedono all'europa che la psicoterapia diventi una specializzazione di area medica.
Che ne dici? In parte di ho risposto? Spero di sì...







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