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Discussione: consiglio colleghi

  1. #46
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
    Data registrazione
    06-07-2004
    Residenza
    Milano
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    1,975
    Non mi "illudo" del fatto che un "atto terapeutico" possa avvenire solo nell'ambito del setting terapeutico...

    Santiago
    Sono d'accordo, ma io parlavo nello specifico di "atto analitico" non di "atto terapeutico", anche andare a Lourdes può essere un atto terapeutico per qualcuno, per nessuno un atto analitico.

    Saluti,
    ikaro
    Ultima modifica di ikaro78 : 03-05-2007 alle ore 01.58.41

  2. #47
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
    Data registrazione
    27-03-2004
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    471
    Non mi illudo che un "atto analitico" sia diverso da un "atto terapeutico"... per il paziente...

    Santiago
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  3. #48
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
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    Milano
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    2,312
    Sono d'accordo... se no si finisce per pensare che siamo il centro del mondo dei nostri pazienti, e spesso (per fortuna) non è così...

    Un saluto
    gieko

  4. #49
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
    Data registrazione
    06-07-2004
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    Non mi illudo che un "atto analitico" sia diverso da un "atto terapeutico"... per il paziente...

    Santiago
    Neanch'io mi illudo, ma non stavamo parlando di cos'è o non è un'interpretazione PSICOANALITICA, cioè di cosa distingue un'interpretazione psicoanalitica da un'interpretazione (psicoanalitica) selvaggia, non di cosa è terapeutico o meno per il paziente, non di un'interpretazione qualsiasi, o sbaglio?

    Saluti,
    ikaro
    Ultima modifica di ikaro78 : 03-05-2007 alle ore 14.24.19

  5. #50
    Partecipante L'avatar di Akiropita82
    Data registrazione
    13-09-2005
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    Padova
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    54
    La storia del paziente ha sicuramente una notevole influenza sulla sua salute psico-fisica ma trovo estremamente riduttivo racchiudere cìò che il ragazzo vive, sente, in semplici etichette diagnostiche...haimè ci hanno insegnato che per comprendere l'ignoto è necessario ricondurlo a ciò che è già per noi noto.....e quando lo facciamo inevitabilmente generiamo delle realtà che non corrispondono a quella del nostro paziente. Risultato?..il nostro paziente finisce per crederci davvero e la profezia si autoavvera.... credo che stia capitando proprio questo al ragazzo.....Consiglio? psicoterapia interattiva-cognitiva....

  6. #51
    Partecipante Affezionato L'avatar di SusANaEV
    Data registrazione
    09-01-2007
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    ROMA
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    60
    carissimi,
    idee molte ma confuse

    per prima cosa voglio aprire una piccola e minuta parentesi sulla privacy, insinuando senza interesse personale, dato che il conoscente non è il mio, che forse scrivere i dettagli di una vicenda come questa su un forum pubblico potrebbe essere un fatto su cui pensare bene prima di postare. ma d'altronde io sono neofita, forse esagero e ho manie mie

    secondariamente io sostengo che l'assunzione dei farmaci sia legata strettamente ai sintomi che il paziente rileva. per sintomi intendo sopratutto disturbi di ordine fisico, o comunque qualcosa che inizi ad impedire attività "normali". quindi sintomi fisici o idee che limitano l'agire quotidiano. nausee che tengono in casa, paure che non fanno prendere la metropolitana, che frequentemente appartengono al depresso.
    sono molto d'accordo col figo dell'amaca ;p l'analisi, o quale che sia il rapporto terapeutico, agisce su tempi lunghi e non prevedibili, non è bene aspettare che i sintomi invece si facciano più acuti. il terapeuta dà prova della cura che mostra al paziente anche "insegnandogli" a curarsi di sè farmacologiacamente, cioè dandosi l'opportunità di non soffrire.
    il controllo che un paziente con sintomi esercita su di sè per "resistere" senza farmaci è quanlcosa di molto nocivo.
    è opportuno in casi analoghi scegliere il male minore, ovvero: la sonnolenza o qualsivoglia effetto collaterale che lo psicofarmaco porta con sè si sopportano in favore del ripristino dell'equilibrio mentale. con il tempo ho compreso che l'azione del farmaco è RIPULIRE IL PENSIERO da elementi di delirio, o comunque non congrui con la reltà, riportando l'ideazione ad un processo logico "normale" e produttivo, fovorendo la razionalizzazione e l'attivazione delle risorse cognitive e non.
    è difficile giudicare se uno psichiatra di un cim abbia sbagliato la diagnosi o la cura.. certo è che il quadro che ci viene descritto è molto complesso e denso di sofferenze e criticità. non ultima la convivenza di madre e figlio.
    voglio dirvi, dal mio cuore, di non accanirvi contro la farmacologia di questo genere, perchè il dolore che si prova non si vede, ma dilania.

    vi saluto e vi bacio!
    iS SoMEoNE GETtin' tHE BEst oF You?

  7. #52
    Partecipante Super Esperto L'avatar di jen84carla
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    30-06-2006
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    Bari
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    576
    la privacy del mio conoscente è stata rispettata, nn è stato menzionato nome, nè luogo di provenienza.
    vedo invece utile poter scambiare informazioni sui "casi", favorendo anche una mente allargata e non chiusa nel proprio orientamento.
    sui farmaci sono in disaccodo:si allevia il dolore del conflitto solo temporaneamente, rimane attivo a livello inconscio e in un momento di vulnerabilità e di stress esploderà in forma più acuta.è il conflito sottostante che bisogna portare alla consapevolezza, rielaborare.il sintomo è solo la punta dell'iceberg, come diceva il padre della psicoanalisi.
    ciao

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