Girando su internet ho trovato questo libro che potrebbe dare risposte alle tue domande. IL libro è Storia ed epistemologia del counseling. Dalle teorie alla professione, Cappelletti C., Stranieri S. (a cura di), Il veltro, 2007.
Girando su internet ho trovato questo libro che potrebbe dare risposte alle tue domande. IL libro è Storia ed epistemologia del counseling. Dalle teorie alla professione, Cappelletti C., Stranieri S. (a cura di), Il veltro, 2007.
Beh questo se permetti mi pare un pò troppo...
Io potrei dirti "chi dice il contrario"??
Forse Freud???
Andiamo ad analizzare cosa diceva Freud??
Ti ho già risposto... puoi andare a vederti cosa dice a riguardo la teoria dell'Analisi Transazionale che il mio orientamento prende in grande considerazione.
Credo che ne io ne tu possiamo dire che una teoria riconosciuta a livello mondiale non ha basi epistemologiche....
Ultima modifica di rosablu77 : 05-02-2009 alle ore 19.27.51
Io potrei dirti che i miei dubbi sono sostenuti dal punto di vista teorico e potrei spiegarti a quale modello mi riferisco, perchè fa certe affermazioni, su che cosa si appoggiano. E' quello che chiederei a voi di fare, se vi va.
Come ho scritto sopra non basta dire "l'ha detto Rogers" esattamente come non mi accontento di leggere "l'ha detto Freud".
Non ho certo la pretesa di smontare una teoria che suppongo complessa come l'AT, ci mancherebbe. Ma penso che ragionare su alcuni punti delle teorie che si adottano - e ovviamente ciò vale per l'AT come per la psicoanalisi, come per il cognitivismo, o la PNL - può aiutarci e stimolarci a migliorare i modelli che utilizziamo e a valutarne pregi e difetti, anzichè applicarli ciecamente.
Se poi tutto questo ti infastidisce per altri motivi, mi dispiace...
gieko
Se parliamo di psicoterapia non parliamo più di prevenzione ma di patologia...
Il counselling lavora invece sulla prevenzione in qualche maniera della patologia e sul livello del bnessere interpersonale dell'individuo e non intrapsichico.
Credo che quattrostracci cmq abbia giàspiegato abbondantemente la funzione del counselling in Italia quindi credo inutile dilungarmi ancora sull'argomento.
Scusate il periodo di... assenza forzata causa lavoro... provo a rimettere insieme i post sperando (nel caso me ne scuso in anticipo) che non mi sia sfuggito qualcosa.
Sarebbe molto bello poter parlare dell'epistemologia del counseling, della teoria della personalità dell'approccio centrato sulla persona di Carl R. Rogers, etc.
Credo che ci vorrebbe molto tempo e che i post diventerebbero lunghissimi (già io sono sufficientemente grafomane, come avrete notato...).
Provo solo a buttare giù un paio di idee:
Questione analisi della domanda
Secondo me è fuorviante chiedersi in partenza se il counseling possa o non possa cogliere una richiesta di aiuto a livello più profondo. Il suo mestiere è un altro. Se una coppia va dall'avvocato per separarsi nessuno pretende che l'avvocato colga una eventuale richiesta di aiuto sottesa a quella esplicitata dalla coppia: ovvero il separarsi. Non comprendo perché dovrebbe farlo il counselor che, di lavoro, fa tuttaltro.
Quello che il counselor può fare (dovrebbe fare) è eventualmente cogliere la presenza di palesi disturbi che potrebbero inficiare il percorso di counseling stesso. Ed è per questo che il counselor studia, tra le altre materie aspecifiche, anche psicopatologia, ad esempio, piuttosto che farmacologia. Non perché debba somministrare psicofarmaci, quanto perché è fondamentale per lui sapere che l'assunzione di certi farmaci, ad esempio, modifica le risposte relazionali e sociali di un individuo verso il mondo esterno.
Inoltre le materie aspecifiche servono soprattutto per adottare un linguaggio comune tra i vari operatori, cosa che peraltro qualunque operatore dovrebbe possedere (assistenti sociali, insegnanti di sostegno, educatori, etc.). Rispondono cioè alle domande: di cosa sto parlando? Cosa significa questo termine?
In sostanza il counseling dà un certo tipo di risposta ad un certo tipo di domanda (risponde ad un bisogno). E risponde a questo bisogno con dei suoi strumenti. Quello che è importante capire è che ad una stessa domanda si può rispondere in più modi. Semplicemente il counseling propone un percorso "diverso" dalla psicoterapia piuttosto che dalla psicoanalisi. La differenza sta nel fatto che invece vi sono alcune domande che ammettono una sola risposta (ad esempio ad una richiesta di cura di attacchi di panico, il counseling non è in grado di rispondere).
Questione epistemologica
Qui non si può che ipersintetizzare. La teoria della personalità di Rogers si fonda su tre punti essenziali: il concetto di organismo, quello di campo fenomenico e quello di sé. Dice Rogers:Rogers sostiene che quando si fa attività di counseling non bisogna occuparsi dei problemi che il cliente riferisce, ma della persona. Aiutare cioè il cliente - per dirla alla Perls - a conoscere la propria gestalt, per innescare così un processo di maturazione. Attraverso questo processo è la persona stessa ad aiutarsi.Questa teoria ha un carattere fondamentalmente fenomenologico, e si basa sul concetto di Sé come centro esplicativo. Secondo la mia teoria, il punto finale dello sviluppo della personalità è la fondamentale congruenza tra il campo fenomenico delle esperienze e la struttura concettuale dl Sé.
In questo modo si oltrepassa il modello medico-paziente (io so e tu non sai niente, apri la bocca e prendi questa medicina che poi starai meglio).
Anche il colloquio è definito da Rogers "non direttivo" (proprio come il suo modello), intendendo in questo modo la relazione come vero e proprio oggetto epistemologico. Sottolineando così più le qualità umane dell'operatore (saper essere) di quelle tecniche (saper fare).
L'approccio di Rogers si basa su una sostanziale fiducia nei confronti della persona. Abbastanza in contrasto - ci dice Rogers - con la fiducia dello psicoanalista nei confronti delle parole del paziente con la sua continua ricerca del loro significato recondito.
Rogers sostiene che le auto-descrizioni sono la fonte di informazioni previlegiate per il counselor. Il concetto di motivazione inconscia non ha quasi alcun ruolo nella teoria rogersiana in quanto la persona è ciò che dice di essere.
Di conseguenza Rogers elabora una impostazione umanistica del rapporto counselor-cliente in cui riconosce al cliente la capacità di essere lo strumento migliore, per se stesso, di crescita cognitiva ed emotiva.
Evolution, certo che anche lo psicoterapeuta può lavorare sulla prevenzione. Così come lo psichiatra, l'assistente sociale, etc.
Il punto è che in Italia, storicamente, la psicoterapia si occupa in maniera marginale di prevenzione. Questo anche per totale carenza di norme ad hoc (penso al The Community Mental Health Act of 1963 - Public Law 88-164 con cui negli Stati Uniti si istituiscono d'ufficio centri di prevenzione).
Inoltre non sottovalutare di quanto la psicoterapia sia percepita come attività di tipo sanitario (e, ahimé, con il passaggio al ministero della salute lo è di fatto...) e dunque non troppo ben vista dai cittadini...
Esattoad una domanda di aiuto la psicoterapia non può essere considerata l'unica risposta possibile....ci sono altri modi per intervenire....è qui a mio parere che nasce il contrasto tra i vari professionisti dell'aiuto!
Mi pare ci sia molta confusione, proprio perchè la prevenzione sulle patologie lo psicoterapeuta la può fare, mentre il counselor commetterebbe abuso della professione. Infatti la prevenzione patologica è un atto sanitario che possono fare solo i professioinisti sanitari competenti. Vorrei aggiungere che per quanto riguarda quello che non è patologico il counselor non ne ha l'esclusiva, ma può benissimo lavorarci anche lo psicoterapeuta (es. crescita personale) con anche più competenze. Non dimentichiamoci che ad es. Carl Rogers era uno psicologo e molte delle teorie del counseling sono nate in ambito psicoterapeutico. Prendete ad esempio la terapia della gestalt.
Ogni cosa è nata da qualcos'altro per poi essere una professione autonoma......vedi ad es. filosofia e psicologia......
Cmq vorrei dire a tutti che chi lavora nell'ambito delle "scienze meno esatte" non può mai avere la totalità delle competenze poichè se è vero che psiche ed ambiente vanno di pari passo...allora ognuno si deve relazionare con tutti i professionisti coinvolti che hanno pari competenza nell'aiutare la persona.....
Già, la confusione come possiamo vedere regna sovrana e rosablu ne è la dimostrazione evidente. Insisterei su due punti: 1) ammesso che sia possibile introdurre la distinzione tra ciò che è patologia e ciò che non lo è (distinzione peraltro su cui già si dovrebbe discutere, perchè pertinente ad un modello medicalizzato dell'intervento), secondo quel che dice rosablu, il counsellor contattato da una persona per un problema dovrebbe comunque escludere la presenza di patologia. Questo, lo ripeto, è un atto diagnostico. A chi spetta questa manovra preliminare? 2) Mondo interno e mondo esterno sono i due lati della stessa medaglia, non è possibile separarli. Resta, a questo punto, l'esempio di quattrostracci sulla signora alla ricerca del lavoro. Esistono per questo dei servizi di consulenza e orientamento del lavoro, appunto, o di qualsiasi altra cosa: in questo senso ogni professionista (avvocato, medico, psicologo, educatore, ecc...) fa counselling, ma qui non stiamo parlando di questo, stiamo parlando di una figura professionale che farebbe un intervento a metà tra tutti gli altri precedenti, "tuttaltro" appunto! Per restare nel tema dell'analisi della domanda, infine, io credo che non sia affatto casuale l'esplosione di questa "nuova" figura professionale, che risponde precisamente alla "crisi" della domanda tipica della società contemporanea e del soggetto che, a differenza del passato, si trova in forte difficoltà nel conferire senso e significato alle proprie difficoltà. L'effetto di questo è evidente nella clinica contemporanea: le domande di cura, che in passato arrivavano più chiaramente, oggi appaiono molto più confuse e liquide (per dirla alla Bauman), spesso c'è qualcuno che domanda per qualcun altro che invece non domanda affatto (si veda, su tutte, la clinica delle dipendenze). Il counsellor, per come la vedo io, credo che colluda perfettamente con questo scenario, nella misura in cui -rispondendo alle richieste della persona che a lui si rivolge- anzichè mettere in atto una manovra preventiva finisce paradossalmente per chiudere, come può, quel qualcosa che pure si lasciava intravedere con la richiesta di aiuto. E allora la persona, che magari mette un bel tampone alla sua questione, se ne va. Ecco, credo che alla fine sia un incontro mancato. Poi che dire, ognuno faccia come creda, come psicoanalista in formazione non posso non avvertire e denunciare i rischi di tutto questo...Mi pare ci sia molta confusione, proprio perchè la prevenzione sulle patologie lo psicoterapeuta la può fare, mentre il counselor commetterebbe abuso della professione. Infatti la prevenzione patologica è un atto sanitario che possono fare solo i professioinisti sanitari competenti. Vorrei aggiungere che per quanto riguarda quello che non è patologico il counselor non ne ha l'esclusiva, ma può benissimo lavorarci anche lo psicoterapeuta (es. crescita personale) con anche più competenze. Non dimentichiamoci che ad es. Carl Rogers era uno psicologo e molte delle teorie del counseling sono nate in ambito psicoterapeutico. Prendete ad esempio la terapia della gestalt.
Saluti,
ikaro
Ultima modifica di ikaro78 : 06-02-2009 alle ore 14.06.54