
Originalmente inviato da
complicata
Di solito generalizzo di proposito per ovvie ragioni, trasformando l'esperienza in opinioni, operazione alquanto azzardata.
Detto questo, ritengo che il ruolo e la posizione di terapeuta come detentore di "sapere", così come per analogia, la tua quando fai un colloquio d'esame, sia condizione abbastanza necessaria.
Se una persona si rivolge a un qualsivoglia professionista ed usufruisce del suo servizio, è naturale che abbia un gap da colmare.
Al momento in cui , per ipotesi, il professionista che una persona paga, non avesse più niente da dare o da dire all'interlocutore, che quest'ultimo già non sappia, al momento in cui non vi fossero aspettative di novità, di scoperta, la domanda verrebbe meno, spontaneamente.
Lo studente non viene da te se non si aspetta che tu qualcosa gli possa insegnare,non perchè di te ha soggezione, ma perchè semplicemente non vi è ragione.
Andiamo a conversare, allora, non in terapia, andiamo a discutere con un nostro pari per il puro piacere di farlo, ergo gratis, altrimenti non ha senso.
Con ciò non voglio associare la seduta ad un esame per carità, casomai ad una lezione da una sorta di maestro.
Ma se questo maestro è pari a me, lo vedo nelle sue umane debolezze, lo immagino nelle stesse condizioni e con gli stessi strumenti con i quali da paziente io affronto la vita, è terapia?
No, secondo me, è dialogo, è amicizia, è scambio, condivisione, è relazione, come volete voi, ma non ha scopi, non ha mete, non ha frutti...
Non so.