• Opsonline.it
  • Facebook
  • twitter
  • youtube
  • linkedin
Pagina 11 di 29 PrimoPrimo ... 91011121321 ... UltimoUltimo
Visualizzazione risultati 151 fino 165 di 433
  1. #151
    Banned
    Data registrazione
    21-03-2008
    Residenza
    Salerno
    Messaggi
    1,546

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Io mi sento come una persona che vuole ottenere certe cose con certi mezzi, così mi sento, e mi sento frustrato perché per ora non ci riesco, tutto qui. Se essere "un uomo riuscito" significa riuscire a fare certe cose che fanno anche altri uomini potrei non essere così d'accordo, per la verità ci ho anche provato supponendo un po' quello che suggerisce elephantman, supponendo che fosse una questione di debolezza ma poi ho capito che quando veniva fuori una paura, un malore o altro, nel fondo c'era sempre la mia volontà: la paura o altro vengono fuori quando qualcosa non la si vuol fare, e a desiderare di non farla non era certo il mio inconscio, ero sempre io.

    Io personalmente qualche miglioramento l'ho avuto proprio quando sono andato nella direzione contraria, non pensando più di avere una personalità debole rispetto a quella dei cosiddetti "altri", ma una personalità specifica, mia, mia come il mio corpo. E' vero il mio discorso sfocia in una forma di relativismo morale in cui non è più possibile giudicare se non soggettivamente qualcosa, ma credo che sia anche più giusto così.

    Io voglio, per così dire, riuscire a modo mio e non riuscire secondo i vostri canoni o di qualcun altro, ed è una cosa particolarmente complicata, spero non impossibile .

    Per questo l'unico aiuto per me sensato è rappresentato da certi tipi di tecniche che permettano proprio a questa mia "debole struttura di personalità" (secondo svariati punti di vista: i vostri ) di raggiungere certi scopi provando ad usare proprio questa debolezza come un qualcosa di specifico di cui tener conto (come l'altezza del mio corpo) piuttosto che come un difetto da correggere tramite una faticosa autocostrizione rieducativa.
    Insomma siccome a questo punto so che, diciamo così, per natura riguardo a certi compiti sono abbastanza sfaticato e pigro, più che oppormi in continuazione a questa mia tendenza, visto che così non ottengo molto (quando ho provato a farlo, davvero io ho fatto sempre molta fatica non riuscendo poi nemmeno ad ottenere granché ), preferisco provare ad assecondarla questa tendenza e ad usare strategie consone a questa mia modalità, in sostanza sento che è questo quello che voglio e non tanto altre cose che mi vengono suggerite.

    Poi insomma ho proprio paura che non sia il mio inconscio che non vuol farmi fare certe cose, sono io che non le voglio fare (anche se non saprei dire di certo questa mia volontà da dove arrivi, è comunque mia come le altre sensazioni che provo). Se non hai intenzione di far qualcosa e provi a costringerti, è quasi ovvio che poi ti viene mal di pancia ed altro .
    Immaginate uno che si alza la mattina di malavoglia per andare a lavorare in un bar iper affollato, e ci credo che magari dopo un po' questa persona inizia ad avere questo o quel malore che le "impedisce" di alzarsi dal letto. A quel punto io mi chiedo davvero cosa si debba curare visto che quella era davvero l'unica cosa sana da fare. Secondo me è proprio tutta l'esistenza che non funziona bene per quel tipo di persona ed il problema non è così facilmente riformulabile nel fatto che questa, rispetto ad altre, ha una personalità debole e deve cercare di renderla forte e quindi adattarla a star bene in quella situazione o in altre situazioni, probabilmente questa persona cerca proprio altro rispetto a chi si è ben inserito in quel contesto, è la sua volontà che tende verso qualcos'altro. Quando vuoi fare qualcosa, anche scalare una montagna, la fatica psichica non l'avverti, se non ne hai voglia, che in sostanza significa che la tal cosa in buona misura non la vuoi fare, inizi ad avvertire fatica.
    Per me una persona è riuscita a trovare la direzione giusta per sé proprio quando agisce senza fatica, non riconosco niente di autentico nella fatica psicologica, anzi secondo me quando c'è si sta facendo qualcosa che in fondo non si vuol fare, altrimenti perché la si avvertirebbe?
    Questa presenza come la si giustifica?

    Saluti
    Ultima modifica di Char_Lie : 14-03-2010 alle ore 01.23.14

  2. #152
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    2,312

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    più leggo Bion e meno credo di comprenderlo, questa questione dell’ascolto analitico “senza memoria né desiderio”, a tratti mi sembra qualcosa di geniale, e senza dubbio lo è, ma talvolta mi lascia molto perplesso ... non credo di capirne molto bene il senso: come fa uno ad essere senza memoria e senza desiderio, e che utilità c’è nel porsi in questo modo con un’altra persona?
    Si tratta di un tendere verso l'apertura all'altro, quanto più possibile scevra di preconcetti teorici, libera dal proprio desiderio e da contenuti. Si tratta, inoltre, di tollerare l'incertezza assoluta, il fatto che non si può sapere assolutamente dove andrà a parare la seduta per poter dare asilo a quei "pensieri in cerca di pensatore" che aleggiano nella stanza. L'utilità è quella di immergersi il più possibile nella relazione transferale col paziente, raggiungendo la sua "verità" (la O), per cogliere gli elementi strutturali che permeano il campo.

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    E poi, mi chiedevo, mio zio Filiberto, ricoverato in una casa di riposo che, poveretto, ha la sua età e pure l’Alzheimer, sarebbe l’analista ideale? Perché come memoria ci siamo, non si ricorda nemmeno quello che ha mangiato a colazione; in quanto a desiderio, è vero che ogni tanto allunga la mano su qualche infermiera, ma è più per abitudine che per vero desiderio .
    un saluto e un buon fine settimana.
    Lo zio Filiberto potrebbe essere senza saperlo il miglior analista del mondo. Forse manca un dettaglio, non da poco: non è lì per fare analisi. Peraltro curiosamente mi ricorda di un altro Filiberto senza memoria (ma con molto, troppo desiderio) che si sta dilettando con balli e canzoni. Si vede che i Filiberti son fatti così...

    Saluti
    Ultima modifica di gieko : 14-03-2010 alle ore 14.35.15
    gieko

  3. #153
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    2,312

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Io personalmente qualche miglioramento l'ho avuto proprio quando sono andato nella direzione contraria, non pensando più di avere una personalità debole rispetto a quella dei cosiddetti "altri", ma una personalità specifica, mia, mia come il mio corpo. [...]
    Io voglio, per così dire, riuscire a modo mio e non riuscire secondo i vostri canoni o di qualcun altro, ed è una cosa particolarmente complicata, spero non impossibile
    Non ti sarà stato facilissimo andare "in direzione contraria" al solito, ed è questo il dolore a cui ci si riferisce. Solo da te puoi riuscire ad essere "a modo tuo", solo tu puoi sapere se ti giudichi un "vero uomo", se ti senti realizzato o meno. Te lo stiamo dicendo da 3 anni circa. Sembra che ogni tanto lo sfiori il punto...

    Saluti
    gieko

  4. #154
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
    Data registrazione
    25-03-2008
    Residenza
    Lecce
    Messaggi
    1,011

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Peraltro curiosamente mi ricorda di un altro Filiberto senza memoria (ma con molto, troppo desiderio) che si sta dilettando con balli e canzoni. Si vede che i Filiberti son fatti così...

    Saluti
    Bella questa!

    Saluti,
    Luigi

  5. #155

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Quando si parla di fatica, ci si riferisce al fatto che cambiare degli aspetti di sè è sempre problematico e difficile. Ma lo scopo di questa fatica è proprio quello di non fare più fatica nella vita. Infatti quando si fa troppa fatica per soddisfare i propri legittimi bisogni umani, vuol dire che c'è un problema alla base. E allora si vive con fatica eccessiva certe situazioni, oppure per evitare la fatica si rinuncia, ma il rinunciare ai propri desideri e bisogni fa vivere inevitabilmente nella sofferenza.

    Per questo l'unico aiuto per me sensato è rappresentato da certi tipi di tecniche che permettano proprio a questa mia "debole struttura di personalità" (secondo svariati punti di vista: i vostri ) di raggiungere certi scopi provando ad usare proprio questa debolezza come un qualcosa di specifico di cui tener conto (come l'altezza del mio corpo) piuttosto che come un difetto da correggere tramite una faticosa autocostrizione rieducativa.
    Ma tu sei proprio sicuro che questa debolezza sia qualcosa che ti appartiene? Sicuramente è qualcosa che fa parte di te in questo momento, ma se hai sviluppato una "debole struttura di personalità" questo è dovuto al tuo vissuto, alle esperienze che hai fatto nel corso della tua esistenza. Il fatto che ci sia qualcosa che non va non nasce da valutazioni assolute su quale tipo di personalitò sia o non sia sana, ma da una valutazione empirica; c'è qualcosa che non va proprio perchè questa condizione ti crea un disagio, se non te lo creasse il problema non si porrebbe. Sinceramente sono molto scettico riguardo alle "tecniche"; non ci si relaziona agli altri tramite tecniche, lo si fa spontaneamente.

  6. #156
    Banned
    Data registrazione
    14-09-2009
    Residenza
    toscana
    Messaggi
    1,780
    Blog Entries
    126

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da Giovanna73 Visualizza messaggio
    Probabilmente lo capisce semplicemente perchè, nel momento in cui il paziente vive la sofferenza come intollerabile, dice qualcosa. Se non dice nulla, vuol dire che la sofferenza non è ancora intollerabile.

    Ciao,
    G.
    Cara Giovanna, secondo me non può essere così.

    Non so perchè, ma non mi convince questo ragionamento.

  7. #157
    Partecipante Assiduo
    Data registrazione
    15-09-2009
    Messaggi
    178

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    Perchè, Aristotele ''puzza''? Fammi capire...
    Beh, Aristotele spiegava i fenomeni, piuttosto che in termini di processo, in base alla loro natura intrinseca, alla loro essenza specifica, ad es. un corpo cade perchè vuole raggiungere il suo luogo naturale. Le scienze poi erano semplicemente dedotte (a parte alcune premesse di senso comune) e si aveva un atteggiamento contrario a qualsiasi sperimentazione. Ciò giustificava lunghissime diatribe su questioni metafisiche come ad es. il sesso degli angeli, etc.
    Per fortuna vari aspetti del pensiero aristotelico negli ultimi secoli sono stati superati: dal metodo sperimentale galileiano, dalla rifondazione della logica da parte dei matematici, dalla cibernetica ...
    Sentire quindi parlare di "natura" o di "autenticità" del cambiamento mi sembra una ricaduta in "trappole" metafisiche.
    Se per te questi argomenti non puzzano ...


    Sarebbe auspicabile, da un certo punto di vista...peccato che, almeno in psicoanalisi (e l'ipotesi di una struttura inconscia dovrebbe sempre tenere a bada la cosiddetta ''persona'), se uno è 'ossessivo' rimane ossessivo; e soprattutto quando le 'sensazioni' sono appaganti o soddisfacenti, come dici.
    Anche un atteggiamento ossessivo può essere una risorsa.
    Se tu vuoi sradicare completamente un modo di affrontare le situazioni etichettandolo nella sua globalità come una "struttura" ossessiva, è ovvio che ti terrai un paziente per molti anni, il compito potrebbe anche essere difficilmente raggiungibile e non necessariamente utile.

    Si può invece supporre che qualsiasi atteggiamento può avere una sua utilità, dato un contesto appropriato, ad es. nel caso specifico può impedire un atteggiamento superficiale nell'esecuzione di compiti pericolosi o particolarmente impegnativi.
    Quando invece sia di intralcio al normale svolgimento delle attività, causando sofferenza, allora sarà il caso di far emergere altre risorse più adatte al contesto.

    Qui la questione non è di sostituire un 'supposto sapere' alla esperienza del paziente: l'analisi non decide nulla; più che altro si tratta di ''far notare'' all'individuo, attraverso interpretazioni e atti (strumenti del controtransfert), quanto la ''sua'' congruenza accompagni di volta in volta ogni manifestazione relazionale, ogni contesto psichico. In un ambiente analitico di tal fatta il paziente appare più chiaro a se stesso; talvolta, e per la prima volta, nasce a se stesso; altre volte si ferma per un pò...d'altro canto, inutile forzare la cinta egoica, il tempo è un fattore essenziale. Forse dovremmo iniziare a distinguere le situazioni cliniche: a parte le grandi categorie orientative della nevrosi e delle psicosi, in mezzo ci passa una marea di clinica che richiede una attenzione sempre vivace, malleabile, plasmabile...e lì che la preparazione del clinico fa la differenza: che senso ha lasciare spazio indiscriminato alla 'soddisfazione cognitiva' dell'ossessivo (nella quale egli si culla beato tra creazioni di mete altisonanti e distruzioni dubitative)? Ha senso, d'altro canto, 'costruire' quando davanti abbiamo una angoscia di annientamento tale da risvegliare in noi il sospetto di paesaggi arcaici e distruttivi...
    Un paziente va dal terapeuta perchè sperimenta una sofferenza, se in seguito al cambiamento sperimenta altro e ti dice che si sente bene, non sta cercando mete altisonanti, sei tu che gli fai intendere che quello che sente non è autentico e che sarebbe meglio fare qualcos'altro perchè la tua teoria prevede questo.
    La congruenza tra la sua espressione verbale e quelle non verbali la coglie il terapeuta, se è formato ed abituato ad osservare sistematicamente i cenni minimi del comportamento non verbale del paziente.
    Ultima modifica di _daimon_ : 15-03-2010 alle ore 12.14.40

  8. #158
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    2,312

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da _daimon_ Visualizza messaggio
    Si può invece supporre che qualsiasi atteggiamento può avere una sua utilità, dato un contesto appropriato, ad es. nel caso specifico può impedire un atteggiamento superficiale nell'esecuzione di compiti pericolosi o particolarmente impegnativi.
    Quando invece sia di intralcio al normale svolgimento delle attività, causando sofferenza, allora sarà il caso di far emergere altre risorse più adatte al contesto.
    Questa posizione si può ben sposare proprio con l'idea di un intervento adattivo, dove si insegna ad utilizzare in maniera più funzionale le modalità di essere.
    Tuttavia a mio parere si ignora in questo modo proprio la sofferenza che viene portata in terapia perchè le risorse sono estremamente limitate per il paziente (altrimenti non ci sarebbe domanda di aiuto). Si ignora in altre parole il fatto che la sofferenza è dovuta ad una struttura troppo irrigidita per poter contemplare "altre risorse". Farle emergere non significa proporne di differenti, con la conseguenza che verranno inglobate nella struttura esistente. Significa piuttosto lavorare con il paziente allo smantellamento della struttura (ed è ciò che causa dolore, perchè - e questo è un punto importante a cui non accenni - per quanto paradossale la soluzione problematica per il paziente è quella a cui si è affezionato) per fare in modo che sia puoi il paziente stesso a trovare altre strade, di propria produzione (e qui siamo al concetto di autopoiesi).

    Saluti
    gieko

  9. #159
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da elephantman Visualizza messaggio
    Megiston, hai ragione, forse anche io voglio ottenere troppo senza fare fatica.
    Il fatto è che questa discussione mi interessa molto, e ci sono alcuni punti che su cui mi piacerebbe avere pareri, riguardo a quello che dovrebbe essere lo scopo di una terapia psicologica. L'interrogativo principale è; nei casi in cui una persona ha delle difficoltà relazionali, il problema nasce all'interno della persona o è causato dall'ambiente circostante che è oggettivamente inadatto a lui? Io credo che siano vere entrambe le ipotesi; chi sviluppa problematiche psicologiche, probabilmente si è trovato a vivere nell'infanzia e nell'adolescenza in un'ambiente inadatto, che non gli ha permesso di sviluppare a pieno la propria personalità. Non avendo avuto uno sviluppo pieno del sè, si troverà da adulto ad avere dei problemi che gli impediranno di coltivare dei rapporti personali anche con persone con cui, in caso di sviluppo sano, avrebbe potuto intrecciare relazioni soddisfacenti.
    Quindi io credo che il compito di un'eventuale terapia non sia quello di far accettare al paziante una realtà che non gli piace, ma di metterlo in condizioni di sviluppare, anche se tardivamente, le proprie potenzialità, in modo da metterlo in grado di decidere con chi relazionarsi e con chi non farlo.
    Per cui la guarigione consiste nel pieno sviluppo del sè, e non nell'accettazione passiva della realtà.
    Caro Elephantman,
    sollevi un problema di non lieve entità, ma essendo “elephant” per te sarà un fuscello . Provo a dirti cosa mi viene in mente dopo aver letto ciò che hai scritto, magari possiamo procedere insieme ad una maggiore comprensione di questo argomento.
    C’è stato un tempo in cui predominava l’idea che l’uomo “sano” dovesse adattarsi quanto più possibile alla realtà, tanto più era adattato e tanto più era sano. Aleggiavano nell’aria e nelle menti degli scienziati echi di darwinismo, di evoluzionismo, e tutta la questione era intesa nel senso che a dare il ritmo della danza era la realtà e che all’uomo non restasse altro che ballare quanto meglio gli fosse possibile questo ritmo. Ci furono persone che ipotizzarono una mirabile corrispondenza, un sublime isomorfismo, fra i nostri strumenti conoscitivi e i dati di realtà, che ci permetteva di vedere la realtà così com’è. Freud fu un esempio brillante di questa posizione, al “principio di piacere” affiancò il “principio di realtà”, una volta strutturato l’Io lo dotò di alcune funzioni fondamentali, di cui una delle più importanti era l’esame di realtà, inoltre, pensava che un uomo sano fosse quello capace di amare e di lavorare (di continuare la specie riproducendosi e di sopravvivere come individuo singolo procacciandosi i beni di prima necessità). Non stupisce allora che questo fosse uno dei parametri fondamentali per valutare la sanità mentale e fosse diventato l’obiettivo principe del metodo psicoanalitico, che passava attraverso il recuperare alla coscienza quegli elementi inconsci utili ad un corretto esame di realtà, che altrimenti diventano addirittura di ostacolo.
    Poi qualcuno si guardò intorno e vide la realtà in modo diverso, non gli sembrò più che l’uomo si adattasse alla realtà, ma che invece adatti sistematicamente la realtà alle sue esigenze, e mostrò a tutti come era vero che noi uomini avessimo piegato la realtà, l’avessimo trasformata, attraverso la nostra scienza e la nostra tecnologia, per metterla a disposizione dei nostri desideri.
    Se per Freud il modello di uomo “sano” era lo scienziato (e lui stesso lo era), perché era uno dei pochi capace di sublimare la libido in eccesso e di renderla in questo modo non solo ben accetta alla società in cui viveva, ma addirittura utile; adesso il modello diventa l’artista, il creativo, colui che trova sempre nuovi sistemi per rendere la realtà più abitabile e più confortevole per sé e per gli altri.
    Anche nella psicoanalisi si fece strada quest’idea, e alcuni si proposero non più di adattare il paziente alle ferree regole del reale, ma di sviluppare le sue potenzialità innate, la sua autenticità, la sua voglia non di lavorare ma di creare giocando. Il fulcro è passato dalla realtà esterna all’individuo, è lui che adesso batte la musica e piega la realtà ai suoi voleri.
    Infine, ultimo passaggio, qualcun altro si pose la questione di quale consistenza reale (interna o esterna) al soggetto avessero alcune dimensioni in cui l’uomo vive; che tipo di realtà è la democrazia, la libertà, l’uguaglianza, l’amore, il liberismo, il capitalismo, il rispetto, la buona educazione, le regole sociali, la stessa “sanità mentale”, ecc.? Eppure su questi concetti è strutturata gran parte della nostra esistenza, su di essi abbiamo costruito edifici, procedure, ruoli sociali, norme, sanzioni. Per questi valori, in loro difesa, in molti hanno perso la vita e in molti sarebbero disposti a perderla ancora oggi.
    Tutte queste cose sono state create collettivamente dall’uomo, esistono finché ci sarà un accordo sulla loro utilità e bontà, si modificano incessantemente in base a nuovi accordi collettivi, e potrebbero anche essere sostituiti da altri costrutti valoriali.
    Sono tutti correntemente negoziati nelle relazioni complesse che intessiamo come singoli individui che vivono in una collettività; è questa fitta rete che perpetua il loro valore e la loro esistenza.
    Questi concetti appartengono ad un cambiamento di paradigma epistemologico, che da un realismo “ingenuo” di matrice positivista sta slittando verso un modello di realismo “concettuale” di matrice costruttivista: l’uomo non vive in mondi fisici diversi, ma in mondi conoscibili differenti, mondi creati dal rapporto dialettico fra il singolo, i suoi simili e la collettività in cui vive.
    In questo contesto, ciò che è importante è la capacità dell’individuo di creare dialetticamente insieme ad altri il mondo che poi abiterà, creare le sue relazioni con gli altri in maniera duttile e flessibile, evitando ogni rigidità relazionale. La problematica maggiore, infatti, non è più sostituire un qualche contenuto disadattivo con qualcuno più adattivo, né modificare qualche elemento di realtà perché l’individuo possa sentirsi più a suo agio, perché questa gli sia più accettabile; mi di sviluppare il processo stesso di co-creazione. Questo perché il mondo stesso in cui abitiamo e ciò che noi chiamiamo il vero sé, la nostra autenticità, la nostra verità, non sono affatto delle dotazioni di serie nell’essere umano, ma delle cose che l’individuo deve costruirsi a partire da alcune potenzialità specie-specifiche.
    Un saluto

  10. #160
    Partecipante Assiduo
    Data registrazione
    15-09-2009
    Messaggi
    178

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Questa posizione si può ben sposare proprio con l'idea di un intervento adattivo, dove si insegna ad utilizzare in maniera più funzionale le modalità di essere.
    Tuttavia a mio parere si ignora in questo modo proprio la sofferenza che viene portata in terapia perchè le risorse sono estremamente limitate per il paziente (altrimenti non ci sarebbe domanda di aiuto).
    L'attivazione di risorse che il paziente non riesce ad utilizzare ma di cui in qualche modo "sente" di poter disporre (altrimenti non cercherebbe aiuto, si rassegnerebbe alle sue difficoltà) non consiste in un insegnamento.
    Non si lavora sul livello cosciente, anche se questo viene coinvolto in una fase successiva.

    Si ignora in altre parole il fatto che la sofferenza è dovuta ad una struttura troppo irrigidita per poter contemplare "altre risorse". Farle emergere non significa proporne di differenti, con la conseguenza che verranno inglobate nella struttura esistente.
    Cosa intendi per struttura? E per rigidità della struttura? Le tue descrizioni fanno riferimento ai sistemi cibernetici, ai sistemi dinamici e a Maturana (dato che giù citi il concetto di autopoiesi), oppure al modello psicodinamico? Non l'ho ancora capito.

    Significa piuttosto lavorare con il paziente allo smantellamento della struttura (ed è ciò che causa dolore, perchè - e questo è un punto importante a cui non accenni - per quanto paradossale la soluzione problematica per il paziente è quella a cui si è affezionato) per fare in modo che sia puoi il paziente stesso a trovare altre strade, di propria produzione (e qui siamo al concetto di autopoiesi).
    Ci sono dei rischi se smantelli una struttura, che il paziente non si trovi dei punti di riferimento in sua sostituzione.
    Si possono invece costruire e far emergere nuove strutture accanto a quelle esistenti, ed ampliare le possibilità di scelta inconscia del paziente.
    E' chiaro che sia il paziente, anzi la sua mente inconscia, a trovare altre strade. E la stimolazione delle risorse attraverso l'attivazione di ricerche nel patrimonio esperienziale del paziente ad un livello inconscio serve proprio a questo.
    Senza causare tutta quella sofferenza che ritieni necessaria (al limite può essere incidentale).

  11. #161
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da complicata Visualizza messaggio
    Va bene, un paio di reputazioni e diventerai " Ci prostriamo di frontealla Sua Luce e Saggezza", saltando a piè pari sul fico.
    Pensavo che sarebbe stato bello poter aggiungere nel proprio biglietto da visita la qualifica di “gran fico su Ops”, poi ho riletto il thread, soprattutto quelle parti dove si chiacchierava di raccogliere uva e ciliege e un brivido di gelo mi è corso lungo la schiena. Mi sono ricordato che i fichi maturi vengono raccolti a settembre e, improvvisamente, mi è passata la voglia di diventarlo. Per cui, vi prego (chi avesse intenzione di farlo) di non darmi reputazione: meglio essere riconosciuto che addentato da qualcuno
    Per quanto riguarda luce e saggezza, comunico a tutti che l'unica luce me la fornisce L'Ente Nazionale Energia eLettrica, sulla saggezza: so di non sapere, e anche il "so" è molto dubbio.
    Un saluto.

  12. #162
    Partecipante Affezionato L'avatar di Saoshyant
    Data registrazione
    20-10-2007
    Messaggi
    87

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Se per Freud il modello di uomo “sano” era lo scienziato (e lui stesso lo era), perché era uno dei pochi capace di sublimare la libido in eccesso e di renderla in questo modo non solo ben accetta alla società in cui viveva, ma addirittura utile; adesso il modello diventa l’artista, il creativo, colui che trova sempre nuovi sistemi per rendere la realtà più abitabile e più confortevole per sé e per gli altri.
    Anche nella psicoanalisi si fece strada quest’idea, e alcuni si proposero non più di adattare il paziente alle ferree regole del reale, ma di sviluppare le sue potenzialità innate, la sua autenticità, la sua voglia non di lavorare ma di creare giocando. Il fulcro è passato dalla realtà esterna all’individuo, è lui che adesso batte la musica e piega la realtà ai suoi voleri.
    [...]
    In questo contesto, ciò che è importante è la capacità dell’individuo di creare dialetticamente insieme ad altri il mondo che poi abiterà, creare le sue relazioni con gli altri in maniera duttile e flessibile, evitando ogni rigidità relazionale. La problematica maggiore, infatti, non è più sostituire un qualche contenuto disadattivo con qualcuno più adattivo, né modificare qualche elemento di realtà perché l’individuo possa sentirsi più a suo agio, perché questa gli sia più accettabile; mi di sviluppare il processo stesso di co-creazione. Questo perché il mondo stesso in cui abitiamo e ciò che noi chiamiamo il vero sé, la nostra autenticità, la nostra verità, non sono affatto delle dotazioni di serie nell’essere umano, ma delle cose che l’individuo deve costruirsi a partire da alcune potenzialità specie-specifiche.
    Un saluto
    Non sono un eccellente scrittore/narratore e dunque proveo come posso ad espormi nella speranza che tu possa co-costruire con me un senso che potrebbe rimanere almeno in parte poco chiaro. Queste parole che hai scritto contengono una bellezza notevole e provocano curiosità; allora ti chiedo di dirmi se secondo il tuo parere: ad un artista tutto è concesso? Intendo dire: l'artista ha la possibilità di fare tutto ciò che desidera? E in seconda battuta, oltre gli artisti (che fanno qualcosa) ci sono i critici d'arte (che osservano e discutono, in particolare sui significati ma non solo): quanto la critica ha il diritto (cioè: fin dove ci si può spingere a discutere) di comprimere dentro un discorso l'opera dell'artista? Quando l'opera d'arte assume dignità e riconoscimento artistico? E' possibile stabilirlo con delle regole definit(iv)e?
    You find great teacher when you find yourself
    Lapsus - thrash melodic death metal from Italy http://www.lapsushome.it

  13. #163
    Banned
    Data registrazione
    21-03-2008
    Residenza
    Salerno
    Messaggi
    1,546

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da gieko
    Questa posizione si può ben sposare proprio con l'idea di un intervento adattivo, dove si insegna ad utilizzare in maniera più funzionale le modalità di essere.
    Tuttavia a mio parere si ignora in questo modo proprio la sofferenza che viene portata in terapia perchè le risorse sono estremamente limitate per il paziente (altrimenti non ci sarebbe domanda di aiuto). Si ignora in altre parole il fatto che la sofferenza è dovuta ad una struttura troppo irrigidita per poter contemplare "altre risorse". Farle emergere non significa proporne di differenti, con la conseguenza che verranno inglobate nella struttura esistente. Significa piuttosto lavorare con il paziente allo smantellamento della struttura (ed è ciò che causa dolore, perchè - e questo è un punto importante a cui non accenni - per quanto paradossale la soluzione problematica per il paziente è quella a cui si è affezionato) per fare in modo che sia puoi il paziente stesso a trovare altre strade, di propria produzione (e qui siamo al concetto di autopoiesi).
    Se una persona formula un problema, o ci sono soluzioni o non ce ne sono, non esistono soluzioni problematiche.
    Tu soluzioni per i problemi che un'altra persona ti pone, ne possiedi? Sì o No?
    Nell'esempio che avevo fatto è ovvio che una persona non vuole fare certi lavori ma ha bisogno di guadagnare, cioé il problema è intricato, non è una semplice domanda da parte di quella persona di essere adattata a fare il minatore, la prostituta o altro pur di guadagnare. Se le strutture di personalità che vede ed osserva sono solo queste ed a queste non ci vuole accedere per dei motivi e tu non hai alternative diverse da fargli notare, non è che le alternative emergeranno per magia da sole, che certe cose non funzionano lo vede da sé, ma questo non basta.
    Qualcosa di alternativo e di praticabile di fronte a certi problemi lo possiedi o no?
    E' come dire, sappiamo che una struttura non regge e funziona, le altre che conosciamo, per altri motivi, nemmeno reggono, funzionano o ci soddisfano, cosa facciamo? Secondo me bisogna inventarsi qualcos'altro...
    Ora se una persona ha scandagliato già tutto quel che si può scandagliare, il problema che questa pone né tu né altri lo possono risolvere, esisteranno solo "non soluzioni". Non è che tu avrai qualcosa in più da offrire in alternativa alla sua "soluzione problematica" (come le chiami tu)... Esisteranno solo "soluzioni problematiche", cioé "non soluzioni" per quel problema specifico esposto.
    Se invece una persona non ha osservato bene tutto e ci sono ancora altre possibilità sconosciute e realmente risolutive per lei (insomma come in un gioco in cui non si sono esaminati ancora tutti i possibili sviluppi del suo albero e già ci si è dati erroneamente per sconfitti) la cosa può essere ancora messa a posto usando una strategia che rispetti però i vincoli del gioco stesso.
    Una persona porta anche certi aspetti che non vuol cambiare, questi è ovvio che permettono ai problemi che pone di sussistere e di continuare ad esistere. Ve l'ho già detto all'inizio, anche ad esempio l'idea di voler restare in vita rappresenta un nostro volontario continuare ad alimentare tutti i nostri problemi irrisolti che chiedono soluzioni. Questa condizione ci impone di continuare quindi a costruire "soluzioni problematiche" ossia "mancate soluzioni".
    Quel che si cerca però sono soluzioni, se ce ne sono e potete essere di aiuto nel cercarle bene, altrimenti sinceramente non vedo proprio come giustificare l'utilità di questo intervento.
    Non si vince comunque una partita a scacchi suggerendo a qualcuno di sparare all'avversario e cercando poi di affermare che si è messa a punto una soluzione strutturale del problema facendo cambiare atteggiamento al giocatore, convincendolo ad usare una mossa illecita che forza i vincoli che definiscono e danno senso al problema stesso che questo pone e vi pone.

    Saluti
    Ultima modifica di Char_Lie : 15-03-2010 alle ore 14.43.46

  14. #164
    Partecipante Assiduo
    Data registrazione
    15-09-2009
    Messaggi
    178

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Caro Char_lie,
    se le ciliege che desideri sono appese ad un ramo più alto di te ti toccherà comprarti la scala o cercare qualcuno che ti insegni ad arrampicarti senza rischiare l’osso del collo, altrimenti potrai continuare a guardarle
    Io a volte penso che tu stia cercando il genio della lampada di Aladino e non una persona che ti aiuti a capire chi sei, cosa vuoi e cosa puoi fare ... tu hai visto mai il personal trainer di un qualsiasi atleta che gareggi al suo posto nelle competizioni per non affaticarlo? Ecco, vedilo così lo psicoanalista, un istruttore di palestra che ti insegna la nobile arte dell’Áskēsis (ascesi, allenamento all’azione, porsi come soggetto della propria azione), non senza esercizio, allenamento e sudore .
    ...
    Ma come, qualcuno mi ha detto che insegnare è un semplice intervento adattativo, che non comporta nel discente nè sofferenza, nè fatica. Lo psicoanalista quindi insegna o no ?

    Comunque, mi sembra che tu non abbia colto il punto di vista di Charlie. Quando Charlie parlava di non-fatica non si riferiva all'assenza di sudore, infatti ha citato l'esempio della bicicletta, e quindi se l'attività gli è gradevole è disposto anche a compiere le dodici fatiche di Ercole . Non si trova invece ben disposto a fare delle cose contro la sua "natura" .

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    ...
    quando ho imparato ad andare in bicicletta da quel che mi ricordo non ho provato sofferenza, era un qualcosa che volevo fare, ecco c'era davvero in fondo un mio interesse egoistico e la fatica per me non era davvero fatica, non ricordo proprio di aver fatto fatica per imparare, la fatica è altro dal mio punto di vista, perciò non riesco ad identificarmi col tuo esempio Megiston, c'è qualcosa di sbagliato, senza particolare fatica ho imparato a parlare ed articolare le parole e sempre senza fatica ho imparato a camminare.
    La fatica per me è iniziata con la scuola e tutto questo apparato sociale che c'era intorno... Perché? Io non identifico l'impegno e l'attenzione con la fatica.

  15. #165
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: quando funziona una psicoterapia?

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Si tratta di un tendere verso l'apertura all'altro, quanto più possibile scevra di preconcetti teorici, libera dal proprio desiderio e da contenuti. Si tratta, inoltre, di tollerare l'incertezza assoluta, il fatto che non si può sapere assolutamente dove andrà a parare la seduta per poter dare asilo a quei "pensieri in cerca di pensatore" che aleggiano nella stanza. L'utilità è quella di immergersi il più possibile nella relazione transferale col paziente, raggiungendo la sua "verità" (la O), per cogliere gli elementi strutturali che permeano il campo.



    Lo zio Filiberto potrebbe essere senza saperlo il miglior analista del mondo. Forse manca un dettaglio, non da poco: non è lì per fare analisi. Peraltro curiosamente mi ricorda di un altro Filiberto senza memoria (ma con molto, troppo desiderio) che si sta dilettando con balli e canzoni. Si vede che i Filiberti son fatti così...

    Saluti
    Caro Gieko,
    temo che senza preconcetti, come accade al miope senza occhiali, non vedremmo nulla; il pre-concetto, gadamerianamente inteso è una griglia, un’aspettativa, una pre-comprensione che ci permette di cogliere ciò che accade la dove accade. Naturalmente, in quanto strumento conoscitivo che si struttura prima del dato conoscitivo, è molto impreciso e va perfezionato attraverso gli elementi conosciuti esterni al soggetto; come ipotesi conoscitiva dobbiamo essere disposti a modificarla e a sostituirla con qualcuna più solida, come Tarzan sostituisce una liana con un’altra quando vuole procedere spedito nella jungla. Ma è impensabile immaginare una mente sgombra da ogni pre-concezione conoscitiva come contenuto che possa venir modificato da un contenuto esterno, né dal desiderio stesso di conoscere.
    Se il cambiamento è un processo dialettico, l’analista (con i suoi preconcetti, la sua teoria e tutto se stesso) si pone come una delle polarità, l’antitesi che stimoli un processo di sintesi; l’analista senza spessore è come il genitore “amico”, non costituisce alcun limite per il paziente.
    Se, poi, l’analista è il garante del processo analitico, come possiamo pensare ad un processo senza vederlo dispiegarsi nel tempo, e non esiste tempo senza memoria. L’analista è la memoria storica dell’analisi, colui che all’inizio lega insieme ad uno stesso filo ciascuna perla costituita dalla singola seduta.
    Credo che le nostre due concezioni divergano proprio in un punto, tu mi pare di capire cerchi di far emergere qualcosa di autentico dal paziente (una specie di “vero Sé”), stando attento a non inquinare questo processo; io, invece, penso che non esista a priori niente di autentico da far emergere (se non delle potenzialità), tutto ciò che bisogna fare è sviluppare e creare la verità, l’autenticità, la realtà insieme al paziente.
    Sul Filiberto a cui fai riferimento, a mio avviso non è tanto importante se lui abbia o meno memoria e/o desiderio, ma se noi abbiamo l’una e l’altro; se possedessimo entrambe le cose magari ricorderemmo che mentre i Windsor, allontanati i bambini da Londra, rimasero nella loro città sotto i bombardamenti tedeschi ad esprimere solidarietà e aiuto ai loro concittadini della capitale, i Savoia quando le cose iniziarono a mettersi male e subito dopo i primi bombardamenti di Roma, raccolsero tutto ciò che poterono portarsi dietro e fuggirono ignominiosamente dal porto di Brindisi verso il Portogallo. Ricorderemmo come, l’attuale pretendente al trono di una monarchia inesistente sia solito sparare ubriaco dalla sua barca, uccidendo ignari turisti, e che queste persone che allora erano troppo piccole per essere responsabili delle scelte dei loro padri e dei loro nonni, adesso sono responsabili di aver chiesto un risarcimento allo Stato italiano, ignorando che sono loro come dinastia a dovergli qualcosa per averlo gettato in una ventennale dittatura e in una assurda guerra e per aver controfirmato le leggi razziali.
    Un tizio che solo poco tempo dopo essere stato riaccettato nel suolo italico si è distinto per truffe e per il vizio italianissimo di accompagnarsi a signorine di facili costumi, tariffate secondo specialità e prestazioni.
    Ed anche che solo vaghe nostalgie del ventennio e ricordi monarchici giustificano l’imposizione del Filiberto a reti unificate come ballerino, cantante e venditore di sottaceti.
    L’unico desiderio che potremmo avere sarebbe quello di riportarli forzatamente a Brindisi su una zattera insieme ai nostalgici che li propongono alla Rai.
    Un saluto.

Pagina 11 di 29 PrimoPrimo ... 91011121321 ... UltimoUltimo

Privacy Policy