Mica ho capito, se non me ne fregasse nulla di niente, ovviamente non sussisterebbe alcun problema... Se per una persona (me stesso ad esempioOriginalmente inviato da lalangue
) fosse la stessa cosa vivere in una pozzanghera di piscio o stare che so in una bella casa comodamente, si risolve tutto di sicuro
. Per questo forse qualcuno, per farsi passare tutto come mi suggerisci di fare, si ubriaca o fa uso di qualcosa di più potente, quando sei in quegli stati probabilmente non riesci a distinguere più la differenza che c'è tra una pozzanghera di piscio e una bella casa, tra una bella donna paffutella e una più bruttina, per questo un barbone quando ha qualche spicciolo in tasca opta per il cartone di tavernello. Io non ci riesco ad ubriacarmi o a fare uso di stupefacenti, prendo qualche farmaco, ma l'effetto è leggero rispetto a quest'altra roba qua, credo, ci vorrebbe qualcosa di più potente con me di un grillo in culo.
Poi dov'è che ho parlato di sensi di colpa?
l'espressione "rottura di palle" ha qualche somiglianza a qualche livello semantico con "mi sento in colpa per..."Ho capito che s'interpreta il disagio diversamente, ma qua davvero è esagerata la cosa. Io vorrei vivere bene in certi sensi ma mi scoccia moltissimo (per usare un eufemismo) fare certe cose con costrizione, quando le faccio non provo un senso di colpa, ho senso di nausea, insopportazione, non è che se fatico mi sento in colpa, mi sento frustrato quando poi magari il guadagno è incerto o non è abbastanza per me.
Se faccio certe cose, provo noie varie perché son costretto a farle per ottenere altro (e spesso poi non è nemmeno sicuro questo altro), se non le faccio mi manca quel che non ottengo, questa è la situazione.
Più che sentirmi in colpa (mi sentirei in colpa se avessi fatto del male a qualcuno, come ad esempio quella signora che aprendo la portiera dell'auto ha fatto andare quel ragazzo sotto al tram) io personalmente mi sento intrappolato in certe situazioni. Sono triste e depresso abbastanza spesso, ma la mia non è certo una depressione da "sensi di colpa". St'associazione qua è in voga da anni, della tristezza col senso di colpa, ma per la situazione mia non calza tanto.
A scuola ci sono andato per anni e non è passato affatto tutto come dici, ho provato con l'università e a lavorare, ma arrivato a un certo punto ne ho avuto abbastanza... Poco piacere, molto lavoro, relazioni insopportabili... Io lalangue voglio di più, ecco tutto, o si trova il modo di guadagnar molto con poco, e poco davvero, o per me non si risolve proprio un cavolo di niente.
Insomma in colpa non mi sento per niente, certe volte pure il pensiero del suicidio non mi veniva mica in mente perché non sopportavo la colpa, oppure perché dovevo autopunirmi perché non ero stato moralmente all'altezza di qualche situazione, è la vita che ho conosciuto che io sono arrivato a non sopportare più. Il grillo di cui parli poi per me, come ho già detto, consisterebbe in pratica nel fare uso di stupefacenti, mi stai consigliando questo? Oppure non so farla finita direttamente, un morto di sicuro non avverte alcuna differenza tra una pozzanghera di piscio ed una casa, non sente fame, e non avverte il bisogno di mangiare, non ha esigenze, né un futuro di cui doversi preoccupare. Ma pure 'ste soluzioni qua mi convincono poco, se no le avrei già adottate.
La situazione a me è abbastanza chiara in tal senso, perciò non saprei cosa si vorrebbe scoprire ancora. Conosco la differenza che c'è tra sensi di colpa, paura, frustrazione ecc. ecc. Si pensa subito che sia "matto" a questo livello qua, o che questa consapevolezza manchi, ma riesco a distinguere abbastanza bene sentimenti ed emozioni distinti.
Saluti
Ultima modifica di Char_Lie : 13-11-2011 alle ore 09.21.03
Credo che questo "malcontento" chi più chi meno lo provano tutti in certi momenti, in alcuni può durare di più e essere più intenso (per esperienze protratte negative) e in altri magari può essere più superficiale. Ma questo pessimismo di fondo è in ognuno di noi e alcuni cercano di negarlo magari nascondendolo con teorie o aiutandosi a sollevarsi con terapie ma il "malcontento" rimane di fondo.
Scusate ragazzi, ma da quando questa discussione è diventata una seduta di analisi? No perchè non ho visto l'insegna "one hour on air" accesa!
Mi permetto di baccagliare con i toni di una vecchia signora a cui non hanno pagato l'affitto. Si starà troppo mischiando la teoria con la storia personale?
Con quanta facilità si intrecciano i vissuti con le teorie, si influenzano a vicenda!
E sai che vi dico? è proprio questo il problema di chi soffre e studia psicologia: il malessere si autorigenera a forza di ripeterlo, ripassarlo, insomma studiarlo. Mette le radici da tutte le parti e per di più trova manforte nella logica.
Pensate alla mielina, ogni volta che ripetete la sofferenza la strada sarà sempre più veloce, e sempre più facile imboccare quella strada...
Alla fine la beatitudine cos'è? solamente una continua scarica di sostanze che danno piacere, nella festa dell'emisfero destro che ha sotterrato la logica e con lei l'invenzione del futuro e del passato e vive in un presente continuo fatto di piacere irrazionale.
Non dico di andare ad abitare quest'isola che non c'è, ma cogliere qualche frutto magico che suggerisce di non ricalcare troppo quello che ci si augura di mettere da parte.
Ed ascoltare anche le psicologie che propongono il positivo e non si concentrano solo sulla malattia e relativa cura.
Troppo abituati a ricevere attenzioni solo quando si parla di problemi!
Eh, lo dice sempre anche il mio analista: Il richiamo del passato e del futuro è come il canto delle sirene, che bella immagine!!!
(quant'è ganzo lui, non è ganzo nessuno)
"Seconda stella a destra, questo è il cammino, e poi dritto, fino al mattino, poi la strada la trovi da tee, porta all'isola, che non c'è."
Io sono: dunque chiedo. La risposta, il "sì, lo so", è il disturbo che uccide; è l'Albero della Conoscenza che uccide. Per converso, non è la riuscita della costruzione della Torre di Babele, ma il fallimento nella costruzione stessa, ciò che dà la vita, ciò che dà origine e che alimenta l'energia per vivere, per svilupparsi, per fiorire. La canzone che cantano le sirene, e che sempre hanno cantato, è che l'approdo alla locanda, e non il viaggio per arrivarci, è la ricompensa, il premio, il paradiso, la cura.
(W. R. Bion, All my sins remembered, p. 52)
"Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni: 'ci sono soltanto fatti', direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare nessun fatto 'in sé'; è forse un'assurdità volere qualcosa del genere. 'Tutto è soggettivo', dite voi; ma già questa è un'interpretazione, il 'soggetto' non è niente di dato, è solo qualcosa di aggiunto con l'immaginazione, qualcosa di appiccicato dopo. E' infine ancora necessario mettere l'interprete dietro l'interpretazione? Già questa è invenzione, ipotesi". (F. W. Nietzsche, Frammenti postumi 1885-1887).
Il bambino piange perché avverte un disagio, non sa se si tratta di fame, di voglia di coccole, se vuole richiamare la presenza del caregiver, se è indisposto fisicamente, se è infastidito da qualcosa o se si tratta di un'insieme di richieste (fame e presenza della mamma ad esempio), in tal caso do ragione alla risposta che ti ha dato Complicata. Sensazioni, emozioni, bisogni, necessità, pensieri, il bambino deve imparare a riconoscerli, a distinguerli dal magma indistinto di ciò che avverte e questa conoscenza non è innata, non si impone da sé (purtroppo molte necessità, bisogni, emozioni si manifestano con reazioni mentali e corporee molto simili). E' dal complesso scambio madre-bambino che avviene un'espansione diadica della coscienza del bambino e la possibilità di distinguere fra tutto ciò che sperimenta. La patologia infantile spesso constata la difficoltà d'intesa fra il bambino e il suo comunicare alla madre lo stato di disagio che avverte e la difficoltà della madre di comprendere di cosa ha necessità il proprio figlio e fornire la risposta adeguata, o meglio permettere al bambino di collegare la sua risposta adeguata col suo stato di malessere e in questo modo di differenziare ulteriormente il segnale diretto alla madre per comunicare con lei quel disagio che adesso conosce, ha individuato e ha messo in relazione a qualcosa che lo faccia cessare.
Un saluto
Un “assassinio” è già una caratterizzazione su ciò che è accaduto, la parola stessa ha un senso definito su cui abbiamo già concordato in precedenza nel momento in cui uno pone il termine e l’altro lo accetta.
“Assassinio” è già una costruzione sociale, non un dato di fatto, è un termine che interpreta già come sono andati i fatti, non qualcosa che si imponga da sola nella sua cristallina evidenza.
Mettere fine alla vita di un uomo (sto cercando di usare il termine più neutro possibile, ma mi rendo conto che è impossibile essere “neutri”, perché il linguaggio è già di per sé un costrutto sociale) non sempre viene definito omicidio e non sempre è una cosa considerata riprovevole.
Se io uccido in battaglia un nemico che vuole invadere il mio Paese, faccio opera patriottica; se uccido per fermarlo un serial killer che sta facendo strage di persone sconosciute e innocenti (come quel tizio tempo fa a Oslo) è possibile che venga encomiato per quest’atto di coraggio; in alcuni casi ben pochi biasimerebbero un medico che mettesse fine (su richiesta esplicita del paziente) ad un uomo in fin di vita, o in stato vegetativo permanente, per far cessare ciò che è diventato per lui solo calvario e sofferenze.
Potrei farti molti altri esempi, ma mi fermo qui, ti accenno soltanto ai numerosi distinguo giuridici circa l’atto di procurare la morte di un’altra persona; si parla di omicidio colposo, preterintenzionale, intenzionale, premeditato, efferato, con aggravanti, ecc., e talvolta è difficile distinguere fra l’una e l’altra categoria.
Non c’è nessuna verità, realtà, dato di fatto, che si imponga così com’è, noi singolarmente, ma più spesso collettivamente, tessiamo il senso della realtà in cui viviamo e che abitiamo e questa tessitura si trasforma continuamente e può essere diversa nello stesso soggetto da un momento all’altro, in diversi gruppo di soggetti, in differenti gruppi umani, in popoli e culture differenti.
Se andiamo in montagna d’inverno noi occidentali vediamo la neve come “bianca” e basta, al massimo qualche sciatore, qualche guida alpina, ti distingue la neve in compatta, farinosa, ghiacciata, ...; un Inuit ha decine di modi per distinguere la neve e per lui non è solo bianca, ma riesce a distinguere colori della neve che per noi sono invisibili.
Un saluto
La teoria è sempre qualcosa di personale, una maschera dietro cui ci illudiamo di nascondere noi stessi ... non sono forse teorie i discorsi dei nostri pazienti? E non ci sono forse loro dietro le pieghe di questi discorsi? E più la consideriamo obiettiva, più intima è la parte di noi che gli abbiamo affidato di celare.
Concordo con te su questo punto, dare attenzione solo al malessere del paziente “struttura” e rende concreto quel malessere, lo cristallizza e lo autoperpetua (perché se io do attenzione solo a quello il paziente mi presenterà quell’aspetto di sé in maniera quasi esclusiva).
Un saluto
Ma in un tribunale Megiston si cerca prima di tutto di ricostruire i fatti e poi in base a questa ricostruzione viene applicata la legge. La verità di cui parlo io è la ricostruzione dei fatti, quella di cui parli tu rappresenta un giudizio di valore. Sui giudizi di valore non può esserci verità, questo lo sanno tutti, per me la gioconda potrebbe essere una schifezza ed allo stesso tempo essere ammirata dal resto del mondo come un capolavoro. Ma non è che per me una persona è morta e per te no, perché dobbiamo metterci d'accordo affinché un tizio qualsiasi sia morto adesso. Puoi non sapere che un tizio è morto o vivo, ma mica questo fino a che non lo vieni a sapere pure tu sta in uno stadio intermedio!Originalmente inviato da Megiston Matema
Ora se due persone diverse A e B credono che è accaduto qualcosa, ancora non c'è giudizio, ma sono d'accordo su quel che è avvenuto, poi aggiungono anche un giudizio... A dice "è avvenuto questo ed è bene"... B dice lo stesso "è avvenuto questo ma è male" sono d'accordo su quel che avvenuto ma in disaccordo rispetto ad un giudizio di valore. Ora anche se sono d'accordo su quel che è avvenuto c'è anche la possibilità che le cose siano andate diversamente. Certe volte in un tribunale sbagliano proprio a valutare quel che è avvenuto stabilendo che è avvenuto qualcosa che non è mai avvenuto! Io di questo parlavo... E capita che una persona innocente per la legge stessa finisce in galera e venga creduto da tutti gli altri che è avvenuto qualcosa che non è mai avvenuto. Una cosa è contestare un certo tipo di legge che non ti sta bene, altra contestare l'accertamento dei fatti, sono due cose diverse. Se mi arriva una multa a casa per un divieto, si può contestare la legge, cioé dire "questa multa in queste circostanze è ingiusta", o si possono contestare i fatti cioé le circostanze stesse... "io non ho superato il limite di velocità!".
La prima è un'opinione che tutto sommato è anche normale che non debba esser condivisa e non è descrittiva, ma rispetto alla seconda c'è un'idea di fondo secondo la quale qualcuno ha torto e qualcuno ragione, anche se non si sa chi.
Se mi si dice "ieri notte eri nella stanza X e hai preso a coltellate Y" e io stavo da un'altra parte e sfortunatamente non ho un alibi (qualcuno che m'abbia visto), non è mica poi così scontato che se nessuno mi crede che stavo da un'altra parte, diventa tutto vero perché la verità viene creata in modo condiviso, la verità non è una sintesi statistica tra le credenze di diverse persone, qualcuno la conosce correttamente qualcuno si sbaglia, non si costituisce o crea grazie ad un'accordo. Prima d'arrivare al giudizio tipo "è un bene ch Y è stato accoltellato" bisogna vedere pure se sia vero che è stato accoltellato.
E' con questo modo di impostare le cose che non sono d'accordo, sarò positivista o che vuoi tu, ma non mi convince 'st'idea qua.
Qua per me si confonde quel che si conosce con quel che è avvenuto davvero. E di storie rispetto a quel che avviene davvero ne raccontano tutti un mucchio (e ne sono raccontabili infinite), ma non è che se non si sa quale sia la storia corretta vuol dire che la verità ancora non è stata creata. Una storia vera in mezzo al mucchio delle storie narrabili già c'è ora per me, siamo noi che non conosciamo quale sia. Posso essere d'accordo rispetto al fatto che si crea la conoscenza, ma non si può creare liberamente il fatto che quel che è conosciuto calza coi fatti, questo si trova al di là di ogni accordo o opinione, si può solo osservare e non creare.
Se il fatto che io sia morto dipende dal fatto che lo vengano a sapere altri, è meglio non far diffondere la notizia mai, così campo in eterno, secondo 'ste idee qua sarei vivo davvero, visto che il fatto che "io sia morto" è una costruzione sociale
.
Le persone disperse poi, in che stato si trovano? Non sono né vive, né morte?
Se qualcuno non ha contatti con nessuno per un giorno, e nel frattempo, visto che nessun altro sa come abbia passato il tempo, bisogna credere che s'è assentato materialmente dalla realtà in quel periodo di tempo?
Mica ho capito come si crede che funzioni la cosa con queste idee qua. Le altre teorie saranno pure ingenue ma si capiscono.
Ultima modifica di Char_Lie : 13-11-2011 alle ore 18.20.31
Second thoughts:
nei primi "Scritti" di Melanie Klein c'è un riferimento ai progressi nelle capacità intellettive del figlio, prima frenate. Pare che un maggiore senso di libertà nel chiedere, nell'indagare questioni [supposte] vietate, abbia a che fare con una deposizione dell'onnipotenza del proprio pensiero e di quello dell'Altro. In altre parole: accorgersi che ci sono delle zone d'ombra, dei "non so", sotto le conoscenze che diamo per assodate, aumenta la libertà di una conoscenza più libera e meno vincolata a qualche divinità (morale, genitoriale, religiosa). Chiedere, interrogarsi, sembra essere il modo per esistere realmente, per avere coscienza di esistere, per sviluppare il proprio sapere e il proprio essere. Le canzoni che cantano le sirene sono quelle relative all'approdo, alla conoscenza sicura, ammaliante. Come De André, anche Bion ci ricorda la ragione del viaggio: viaggiare. La confusione delle lingue, lo spazio che si apre tra l'Uno e l'Altro, l'asimmetria, la non corrispondenza, "il n'y a pas de rapport sexuel", la faglia che c'è tra noi e l'Altro, tra "je" e "Moi", tra l'"Io" e il soggetto dell'inconscio, tutto ciò è quello che ci spinge ad una crescita, alla rottura del "si fa così" e del "si pensa così".
Ad esempio, chi è che obbliga Char_Lie a lavorare?
Ultima modifica di lalangue : 13-11-2011 alle ore 18.37.36
Nessuno, infatti non è il lavoro che mi manca, è lo stipendioOriginalmente inviato da Megiston Matema
, e pare che se uno non lavora, nessuno lo paga
, questa regola qua mi "obbliga" a lavorare.
Per aver qualche soldo in più devo lavorare, questa cosa qua mi disturba un bel po', forse è una convinzione sbagliata questa?
Il lavoro non l'ho mai reclamato, ed è uno di quei beni che sono inesauribili, per chi pensa sia un bene. Se uno vuole può fare di tutto, spalare la neve, raccogliere cartacce nelle pinete, soccorrere le vecchiette che portano le buste della spesa e così via, hai voglia, di lavoro ce n'è in abbondanza. Chi scende in piazza e chiede di lavorare, comprenda bene quel che sta chiedendo, perché onestamente se uno vuol venire a casa mia a far le pulizie gratis, glielo concedo volentieri, se una bella donna vuol prostituirsi gratis, ancora meglio.
Se facciamo un'analisi in cui invece di pagarvi un centinaio di euro a seduta, qualcuno di voi paga me una cinquantina all'ora per venirci (costo pure di meno di molti di voi), credo a tutto subito, anzi non mi perdo un giorno, facciamo un'analisi di quelle proprio belle approfondite (sette ore alla settimana), e vedrete che miglioramenti!
Altro che resistenze a venire e inventarsi scuse, vengo volentieri, il rapporto "rottura di palle"/"benefici" per me sarebbe ottimo. Poi mi sa che le scuse iniziate ad inventarvele voi per saltare le sedute.
Pensate che stia scherzando, no io parlo seriamente, provate a diffondere questo tipo di terapia qua. Invece della "talking cure" la "money cure", provatela con i pazienti che si sono rivelati resistenti, secondo me funziona di più, certo un po' costosa per il terapeuta (la situazione si inverte, ci vogliono terapeuti ricchi e non pazienti ricchi), ma vedrete che funziona là dove l'analisi fallisce.
Saluti
Ultima modifica di Char_Lie : 13-11-2011 alle ore 21.45.23
a te, Carissimo, te la fanno gratis, l'analisi, e pure ti pagano, sì, ho bell'e capito!
comunque non ho capito quale canzone di De Andrè, io avevo postato Bennato, poi mi sono trovata spiazzata con De Andrè, non sarà che è stato un lapsus di Lalangue?
Eheheh, magariiiiiii....![]()