
Originalmente inviato da
Iggy1982
Cerco di dare il meglio di me, nel tradurre la risposta che per la quarta volta ripropongo.
Dunque.
Assumendo da principio che per quanto mi riguarda non esistono reati di serie A e di serie B (come abbiamo già visto), nel momento in cui qualsivoglia opera d'ingegno ne integri una o più espressioni, essa è da considerarsi al pari di qualunque altra che rappresenti violenza. Aggressione armata, stupro, omicidio e simili sono espressioni massime di deviazioni non necessariamente patologiche ma sicuramente sociali, che sono e devono essere punite. Tuttavia l'opera di ingegno non è una deviazione in sé, ma può al limite rappresentarla. E la rappresentazione non è punibile se non accompagnata dalla cosiddetta apologia del reato, che in nessun videogioco è mai stata una componente; e questo perché dietro i videogiochi ci sono case produttrici reali, società distributrici su suolo nazionale e internazionale, una rete massificata di promozione... insomma, un macrosistema assolutamente legale e controllato. Essendo quindi assente la componente legalmente perseguibile del videogioco, quel che vi è contenuto è da prendersi come espressione libera d'ignegno, della cui qualità e intelligenza non è rilevante discutere. E se è concessa la libertà di rappresentazione di qualunque nefandezza possibile, non ci sono i presupposti per una distinzione giuridicamente rilevante. Moralmente il discorso è differente, ma dal momento in cui io difendo la libertà di rappresentazione e di acquisto e non l'idea intrinseca dello stupro simulato (verso cui non ho un sentimento particolare ma nemmeno alcun tipo di curiosità), ne deriva che la componente morale non è messa in discussione quando affermo che non c'è alcuna differenza tra lo stupro simulato, l'omicidio simulato o l'aggressione armata simulata.
Inoltre, per approfondire nuovamente il concetto che vede nell'analogia una base più o meno comune, basta estendere le parole spese per il videogioco a qualsiasi opera d'ingegno (termine che quindi non ho usato a caso) per rilevare che nessun tipo di violenza - visiva o letteraria - può essere tacciata di malcostume, se la violenza non è insegnata ma raccontata. Un libro violento non insegna la violenza, la rievoca. Un film non la insegna, semplicemente la rappresenta. E nemmeno un videogioco la insegna, rappresentandola con una componente interattiva che non ha scopo didattico bensì narrativo. Quanto pessima sia la storia, analogamente a quanto detto prima, non è rilevante. Nonostante le caratteristiche proprie di ciascun medium offrano punti di vista sempre diversi, non si può stabilire scientificamente come e quanto questi vengano interiorizzati. L'interattività per esempio, benché si possa facilmente trovare più immersiva, non necessariamente viene interiorizzata più delle parole scritte in un libro. Questo dipende principalmente dal soggetto. Si potrebbe dire allora che mentre un libro lascia ampio spazio di interpretazione al lettore (un'immagine violenta può essere più o meno macabra a seconda - per esempio - delle conoscenze anatomiche del lettore, delle esperienze pregresse, dei ricordi derivati dalla realtà o dall'intrattenimento, attraverso esperienze dirette o indirette per mezzo di cinema e telegiornali), un videogioco - più similmente a un film - propone una realtà che non ha bisogno di essere elaborata. Ed è quindi verosimile anche pensare che un'idea non elaborata personalmente risulti meno trascinante. Non è forse usuale sentire frasi come "il film non era male, ma il libro è molto meglio"? Eppure ancora non sarebbe corretto sostenere che il libro è effettivamente più coivolgente al punto da essere potenzialmente pericoloso (in caso ovviamente ruoti su tematiche delicate).
La stessa storia di violenza raccontata sui nostri tre medium di riferimento (videogiochi, pellicole e libri) presenterà inevitabilmente tecniche differenti, ma certamente le stesse questioni morali. E valutando l'opportunità di una presa di posizione di tipo etico, non si può stabilire dove sia lecito lasciar esprimere violenza e dove non lo sia. Ciò che è moralmente inaccettabile non va in assoluto accettato, percui se al contrario una tematica è già stata ampiamente esplorata, questa può essere diffusa attraverso ogni canale e senza distinzione alcuna, fatta salva la necessità di riservare i contenuti al target più appropriato.
Spero che questa volta la mia risposta non difetti di completezza.