
Originalmente inviato da
Megiston Matema
Caro Char_lie,
si subisce qualcosa che non era prevista, che non ci appartiene, eppure ci capita; qualcosa che sentiamo come estraneo che viene a disturbare il corso della nostra vita e che per qualche motivo non possiamo scantonare.
Ma la morte, la sofferenza, il porsi come soggetto, fanno parte integrante di noi, sono inscritte nella nostra carne fin dalla nascita, non sono degli accidenti che ci capitano per caso: siamo esseri mortali, esposti alla sofferenza e che possono riflettere su se stessi.
Mi sorprende quando qualcuno a cui viene diagnosticato un male incurabile esclama: “Proprio a me doveva capitare!”, capita a tutti, è solo questione di tempo; si può essere dispiaciuti, certo, ma non sorpresi. Qualcuno avrà sei mesi di vita, qualcun altro sei o sessant'anni, ma prima o poi tutti li dovremo capitare, come chicchi de caffè nner macinino.
L’uomo moderno, noi, viviamo in questa costante rimozione del nostro destino, non ne vogliamo sapere, viviamo come se la morte e la sofferenza non ci riguardassero, viviamo come se non sapessimo più riflettere su noi stessi, viviamo sulla trama di una fiction infinita scritta e sceneggiata da un folle, tutto pur di illudersi di non soffrire.
Se hai sottomano il libro di Nietzsche Così parlò Zarathustra ti consiglio di leggerti il passo dove parla dell’ultimo uomo nell’introduzione, quello siamo noi: l’ultimo uomo di Nietzsche!
La morte è cosa che riguarda i vecchi, e si è vecchi oltre i novant’anni, nessuno muore più, semplicemente qualcuno entra in un ospedale e non ne esce più, e non lo vedi più in giro; è scomparsa la visibilità della morte e questo ci fa illudere di aver sconfitto la morte.
Anche la sofferenza sta scomparendo, non ci sono più quei bei nevrotici di una volta, impediti nell’azione, che traducevano in sintomo e in sofferenza questa impossibilità di agire; ora sembra di avere a che fare con tanti Tarzan che passano da una follia all’altra, da un amore all’altro, da un entusiasmo all’altro, dandosi pochissimo margine per la sofferenza, per l’elaborazione dei fallimenti.
La morte, la sofferenza, la riflessività fanno parte integrante di noi, non sono nostre nemiche in senso assoluto anche da loro, attraverso di loro, possiamo migliorare la nostra esistenza, non si va da nessuna parte (anzi, si passa solo da un’illusione all’altra) rimuovendole, facendo finta che non ci riguardino.
Non è solo una questione di accettarle obtorto collo, devi proprio amarle, perché fanno parte di te e sono essenziali per vivere: senza tenere in alcun conto la morte non è possibile apprezzare davvero la vita, così come non avrebbe alcun senso per noi la luce del giorno se prima non ci fosse stata la notte!
Un saluto.