Rispondo a te perchè mi pare la risposta più precisa alla mia domanda sulla relazione fra oggettività e soggettività. C'è una grossa differenza fra il mio modo di vedere ed il vostro. Il vostro pone una barriera di differenziazione ai vissuti personali dalle prove oggettive. Mi rendo conto che ciò è funzionale per una visione sobria e distaccata, necessaria in un contesto scientifico. Tuttavia non riesco a concepire tale divisione, se non in una probabile personalità orientata all'esterno ( estroversa ) che non è la mia. Non riesco a vedere la possibilità di questa divisione fra fatti oggettivi documentati ed esperienza soggettiva di quest'ultimi. Allora la differenza di opinioni si riduce a differenza soggettiva e non ad una difficoltà di comprensione dei fatti reali. Sottolineo che questa è la Mia opinione.Originariamente postato da willy61
Ma, in realtà, quando si parla di scienza, non si parla dei discorsi degli scienziati, o delle loro convinzioni, o delle loro credenze. Si parla di un corpus teorico con un nucleo solido, fatto di equazioni matematiche, scritto in un linguaggio che non è il linguaggio interpretabile e denso di significati proprio degli esseri umani.
Io penso sia questa la cosa più difficile da afferrare, quando si parla di scienza e di oggettività. Perché, specie da psicologi, siamo abituati a considerare il linguaggio che utilizziamo come un velo o un travestimento, un impedimento. Ma il linguaggio matematico della scienza è altra cosa rispetto a questo. L'oggettività è insita in quel linguaggio. Il problema grosso è che quel linguaggio e quello che usiamo quotidianamente appartengono a grammatiche differenti, non sono traducibili l'uno nell'altro. Occorre fare lo sforzo, tremendo spesso, di impararli entrambi.
Forse è solo possibile se consideriamo la scienza come un'opera di conoscenza a sè stante, come prodotto di tanti menti umane che hanno collaborato lungo il tempo a scoprire delle leggi. Tenete sempre presente che quest'opera non esiste mai senza la vostra esperienza e quindi divisa dalla vostra soggettività.
Adesso mi hai fatto capire molto bene il concetto. Tuttavia mi sembra una via di fuga ad una attuale incomprensione del fenomeno della trasmissione di pensiero.Tu ti chiedevi cosa c'entrasse il decadimento degli atomi di U238 con la casualità e la causalità. Le equazioni della fisica quantistica ci restituiscono un mondo che, a livello microscopico, è profondamente casuale. La causalità entra in gioco al livello macroscopico, come media di una distribuzione, come picco di probabilità. Se andiamo a livello microscopico, quello che osserviamo è il caos.
Potresti vedere l'analogia con il comportamento umano. Prvedere il comportamento di un singolo in una qualunque situazione è pressoché impossibile. Ma è facilissimo prevedere il comportamento di un grande gruppo, o di una folla. Pure, quella folla, che si muove e risponde in modo così ordinato e prevedibile, è composta da individui del tutto autonomi ed imprevedibili.
Questa riflessione è molto bella ed illuminante. Condivido l'idea che la mente non sta dentro le persone ma fra di esse, che sia prodotto di interazione di tutte le menti. Tuttavia dovrai sempre ammettere che anche qui una certa individualità esiste in mezzo all'interscambio, giacchè possiamo riconoscere la differenza fra la nostra mente e quella altrui. Il mio pensiero si incontra, plasma e differenzia una volta che viene in contatto con il tuo, ma una volta che io e te non abbiamo più contatti possiamo dire che le nostre menti viaggiano separatamente dal quel momento in poi, sebbene inevitabilmente diverse. In questo caso un soggetto è l'insieme delle differenze esistenti fra gli oggetti. Se qualcosa è in continuità fisica e psichica ( in senso esperienziale, o è meglio dire fenomenologico? ) con un altra cosa, allora le due sono la stessa cosa. Se prendo due penne perfettamente uguali e le metto una accanto all'altra, vedrò che esse sono diverse perchè facenti parti di 2 entità fisiche e psichiche diverse, tant'è che occupano posizioni diverse nello spazio. Così il mio pensiero "Oggi è una bella giornata" è diverso dal tuo "Oggi è una bella giornata" perchè ne riconosciamo punti di origine fisica e psichica diversi ( la mia e la tua mente ).Un'ultima nota. Mi pare che alla base di questa conflittualità tra descrizione oggettiva e descrizione soggettiva del mondo, vi sia una convinzione (per me curiosa) secondo la quale la mente sta dentro la scatola cranica. E, quindi, dato che la mente è individuale e riceve segnali attraverso il corpo, allora ogni mente è solitaria e interpretativa e ogni descrizione possibile è meramente soggettiva.
Ma esistono altre possibilità. La mente di un bambino (qualunque cosa sia la mente) si forma, cresce nell'intrscambio continuo con la madre e le altre persone che lo circondano. Senza la mente degli altri, non esisterebbero né la mia né la tua. Forse potremmo provare a vedere la mente non come qualcosa che si colloca "dentro" le persone, ma "tra" le persone. Il discorso dela soggettività e dell'oggettività, mi pare, assumerebbe un tono del tutto diverso. La domanda non sarebbe più "Cos'è oggettivo", ma piuttosto "Cos'è un soggetto?".
Korianor, mi sai dire cos'è l'equazione personale?![]()
La mia opinione sul resto che scrivi la sai già. Dovremmo restituire soggettività alle conoscenze scientifiche, forse ne uscirebbero molto più valorizzati i momenti di incontro fra le menti su questo tema, senza cadere nella paura di sbagliare. La divisione che operi te è forse dovuta alla condivisione, accettata da tutti, di certi principi base che regolano quei fatti e li fanno apparire come oggettivi; in questo caso mi posso riferire soltanto all'idea, che ho appena sentito accennare certe volte, che ogni scienza parte da dei presupposti e si sorregga su di essi, e che sia quindi qui la loro debolezza. Non posso seguirti molto oltre, però posso farti questo esempio: se riduci la depressione del soggetto misurandola con un test, ottieni una misurazione condivisibile ma perdi il contenuto emotivo della sua esperienza. Così ottieni qualcosa di diverso da ciò che la realtà propone, che non è rappresentativo di ciò che succede a quella persona che noi chiamiamo Depressione ( lo devi ammettere, è proprio così ). Portami un risultato tratto da un articolo e forse saprò spiegarti meglio.
In ogni caso il fatto in sè rappresenta sicuramente un insieme di significati e quindi non ne è divisibile. Quando tu parli di differenza fra risultati oggettivi e discussione sui significati operi una divisione razionale, ma non reale, fra le due. Nello stesso momento in cui fai esperienza dei risultati essi hanno un tuo personale significato.
L'unica via di uscita che io vedo è quella che io dicevo prima, ovvero il considerare la scienza come l'insieme dei saperi scissi dalla propria mente, messi in un luogo estraneo alla nostra soggettività a testimoniare la loro freddezza. È una concezione che però non potrò mai condividere, perchè a mio parere dimostra una razionalizzazione. L'ansia dell'incertezza, la paura dell'ignoto, la chiusura alla vita.







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