Qui dentro sembra l'anticamera dell'Inferno, il tempo è dilatato, come se ogni lancetta allo scoccare dell'ora scandisse un giorno nuovo. Faticoso restare in piedi, faticoso fingere una parvenza di normalità. Si rincorrono déjà vu continui a cui non riesco a mettere fine. Nell'arco di una giornata riesco a tingermi di tutte le sfumature di cui l'umore può impregnarsi e se - con enorme sforzo – provo a virare verso i colori più chiari, riesci a captare questa mia condizione e puntualmente mi piombi addosso come un macigno, riversando su di me le tue frustrazioni di una vita, le tue miserie, la tua infelicità. Mi dispiace, perché so che involontariamente sono stata io ad incastrarti in questa vita che – è evidente - non volevi e non ti soddisfa, probabilmente nelle tue preghiere hai sperato che non uscissi da quell'ospedale, in effetti ero poco più di un aborto mancato. Altri al tuo posto avrebbero messo le tende accanto all'incubatrice… tu, voi non c'eravate, nessuno. Non ho mai chiesto spiegazioni, il perché già lo conosco, me ne date dimostrazione ogni benedettissimo giorno, lo conosco il motivo della vostra ingiustificata assenza, lo so perché non c'eravate. Per me non ci siete stati mai, nemmeno quando i medici volevano staccare la spina e, mi rivedo attraverso gli occhi di quella minuscola creatura che lotta tra la vita e la morte, che per uno scherzo del destino o un volere Superiore, ha beffato tutti e si è aggrappata alla luce. Non ci sei mai stata, anzi continui a volermi annientare, vuoi distruggermi, sei contenta quando vedi che risulto inconcludente, gioisci per i miei fallimenti. Certe volte penso che persone come voi non dovrebbero averne figli, non è giusto verso chi davvero li vorrebbe e non può. In quattro mesi possono cambiare tante cose, può succedere di tutto. Tu dov'eri? A me vengono i brividi solo a pensarci, riuscivi a dormire la notte? E come si porta questo segreto nel cuore, come? Non ti condanno, non l'ho fatto mai, avrai avuto le tue mille paure ed i tuoi molteplici disagi venendo da quel tipo di famiglia, mi spiace per quello che indubbiamente avrai dovuto passare, mi spiace ma nessuno ti ha obbligato, potevi percorrere altre vie. Eh, ma poi con che coraggio rimettevi piede tra quei bigotti?! Eppure la natura ti stava venendo incontro ma quel piccolo essere ti ha rotto nuovamente le uova nel paniere, ha rovinato un'altra volta i tuoi piani. Sei una commediante, peccato che con me non l'hai mai spuntata, me lo sentivo alla bocca dello stomaco, l'ho sempre saputo che non mi volevi (e chissà, magari è proprio per questo che sono scappata dal tuo grembo appena ho potuto). Certe sensazioni non puoi inventartele, figuriamoci come potrebbe una bambina che si affaccia al mondo. Devo darti una nuova brutta notizia: non mollerò, non lo farò neanche stavolta, ma adesso sono io che non ti voglio accanto, non ho bisogno di te, posso privarmi tranquillamente dell'ennesimo uccello del malaugurio. Non provo rancore, nemmeno odio, assolutamente, solo intolleranza ma indotta visto che è semplicemente una conseguenza del vostro atteggiamento. Purtroppo devo adeguarmi, avrete pochissimo d'ora in avanti da me, mi spiace, non sono il vostro zerbino. La colpa è prevalentemente mia perché ho sempre ingoiato bocconi amari in silenzio e non era, non è per mancanza di carattere, speravo che un giorno mi avreste voluto bene ma giunti a questo punto non sono più intenzionata ad inventare una coscienza (che non avete) per voi, l'ho fatto per troppo tempo e sono stata sempre quella che ci ha rimesso (in termini di energia, di investimento affettivo, di speranze puntualmente disilluse). Comincerò, un mattone dopo l'altro, ad innalzare un ulteriore muro tra noi, stavolta per mia volontà (come se a voi importasse poi qualcosa). Dici che sembro un ospite (indesiderato, forse ti è sfuggito di mente, ma si era sulla punta della lingua), che vi evito e non vi racconto di me. Ma cosa pretendete? Non sapete alcunché di me perché non vi siete mai fermati a domandare, vi avrei risposto, ma a tutti andava bene così e adesso va bene così a me. Ora non serve, non mi serve la vostra ipocrisia, non la voglio. Potendo andrei via, potendo l'avrei fatto chissà quanti anni fa. Non vi sopporto più, non sopporto più i vostri inspiegabili ed immotivati repentini sbalzi d’umore, non sopporto i vostri musi lunghi, non sopporto le vostre urla, non sopporto la vostra totale mancanza di rispetto, non sopporto le vostre bugie, la vostra meschinità. Non sopporto il vostro ottuso orgoglio, la vostra algida indifferenza, la vostra arroganza. Non sopporto la maschera di perbenismo che rispolverate nelle occasioni formali, quelle in cui vi ricordate che esiste una fantomatica famiglia, in cui diventiamo pedine da mostrare (quanti sacrifici fate per noi, quanti soldi sprecati per noi), e vi arrabbiate se non vogliamo prestarci a giocare alla famiglia della Mulino Bianco, se vogliamo restarcene a casa piuttosto che seguirvi. A me non importa di cosa pensi la gente, i vicini, i vostri parenti, non mi importa e non vi devo certo spiegazioni, né a voi, né a loro. Potendo andrei via domani stesso, ma dove? Ho provato - non so più quanti anni di fila - col servizio civile, da barista, gelataia, commessa, cameriera; ho lasciato il mio numero in ogni negozio e locale della zona e dei paesi limitrofi: le faremo sapere. Certo, ritenta sarai più fortunata. Ma uno che vuole lavorare in questo Paese che deve fare? Deve solo prostituirsi? Come posso andarmene se non riesco a mantenermi da sola? E a questo punto però voglio fare l’escort, così almeno guadagno di più e posso permettermi quello che voglio, oppure potrei trovarmi qualcuno pieno di soldi e fare la mantenuta. E se andassi a mendicare per strada? Aspe' aspe', ho trovato: i provini per la casa del grande fratello (così risolvo due problemi in uno). Sono abbastanza idiota per essere presa? Ma si, ecco il mio prossimo obiettivo: andare al Grande Fratello! Per la velina inutile provare, mi hanno sempre detto che sono un cesso ambulante, peccato!
Per anni, quei sette anni che sono stata con te ho rivissuto come in un plastico in miniatura le dinamiche malate della mia famiglia, dove tu eri il carnefice ed io la vittima. Tu mi maltrattavi ed io mi incolpavo, tu mi sminuivi ed io ti davo ragione, perché sai, forse è così che deve essere trattata una come me, questo merita una come me (mi dicevo). Tutti erano convinti che ti avrei raggiunto, tutti - fuorché io, guarda un po' – sapevano per certo che sarei rimasta legata a te per il resto dei miei giorni, nessuno si accorgeva che invece stavo lentamente morendo, mi stavo spegnendo, non ero felice. Ancora una volta il mio amore era andato buttato al vento, ancora una volta mi ero affidata alla persona sbagliata. Ma se i genitori non si possono scegliere e, volente o nolente, devi tenerteli, almeno con i ragazzi non hai legami di sangue. Che poi, diciamocela tutta, sono sempre stata sola anche quando apparentemente non lo ero, non mi pesa continuare ad esserlo, sto bene così, non ho bisogno di un pinco pallino qualsiasi per sentirmi completa o realizzata. Il punto è che tu, invece, in pochissimo tempo hai scardinato le mie finte certezze, mi hai ricordato che ho un cuore che batte ancora, mi hai travolto ed hai stravolto ogni cosa, rimettendo in subbuglio quell’equilibrio di cui mi stavo riappropriando. Ho stampato davanti agli occhi i tuoi scuri che mi trafiggono, che mi scavano dentro, mi accarezzano, mi accolgono. Spesso mi sono bloccata, non riuscivo a parlarti, ti ho trattato male senza un motivo reale, ti ho urlato contro cose che non pensavo. Ho dipinto su di me il ritratto dell’antipatia, sono stata cinica, a tratti presuntuosa ma stavo perdendo il controllo della situazione, non riuscivo a gestirmi, né ero in grado di gestire te. Ho cercato di mettere dei paletti, mi sono imposta di non lasciarmi coinvolgere, mi sono obbligata a prendere le distanze ma appena incrociavi il mio sguardo mi scioglievo, le barricate cadevano e mi sono ritrovata sommersa dalle stesse pietre che ti lanciavo per tenerti lontano. Questo mi ha fatto capire che il carnefice non è mia madre, non è mio padre, non è il mio ex, non è la prossima persona che mi farà del male, sono io il mio carnefice, sono io il carnefice di me stessa. Sono io a boicottarmi, mi remo contro perché ho paura di avvicinarmi anche solo di striscio alla felicità, sono troppo abituata al suo contrario che qualsiasi novità positiva mi paralizza e mi porta a ricalcare sempre gli stessi copioni autolesivi. E nessuno può tirarmi fuori da questa palude, sono l'unica a conoscere la via di fuga, peccato tentenni nell'imboccarla. Ora, sarebbe molto più semplice (forse) metterti da parte, convincermi che sono una folle visionaria che era fatta di crack quando ti era accanto, sono abituata a rinunciare a quello che realmente voglio, a soffocare e controllare ciò che sento… ma continuerei a prendermi in giro se fingessi che nulla mi sia accaduto. Al momento sei (il pensiero di te) l'unico che riesce a riportarmi in vita, che mi fa sorridere, che mi fa vibrare. Non riesco a staccarmi da te perché per una volta ho scelto me e quello che realmente voglio, ed in questo frangente ciò che realmente voglio, purtroppo sei tu. Ma ho le mani legate, non posso fare altro che rassegnarmi e impegnarmi a dimenticarti.







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