Se la scienza, per esempio, è la massima espressione dell'Occidente e se essa stessa è il ''comune modo di intendere'' la ''dimensione umana'' dalla notte dei tempi, allora, anche nel discorso scientifico, possono essere identificati irrimediabili punti di rottura. E' come se, da Freud in poi, non fosse più assolutamente possibile seguire una
teleologia orientata ad un sapere condiviso della dimensione umana, un progresso di conoscenza insomma; perlomeno, ogni passo in tal senso, deve essere messo in rapporto con l'assolutamente altro da questo progresso: con l'inconscio appunto. In fondo, la storia dell'uomo, da quando essa è tramandabile in un plesso di codici condivisi, è storia dell'Io, una storia del ''giorno'' umano: la psicoanalisi ci consegna anche la notte; il sogno diventa il simbolo del più grande sacrificio: l'Io si ripiega su se stesso e vede al fondo della sua costituzione ciò che non è mai stato narrato; il non-narrabile della traccia notturna. L'altro, che in Jung è il Sè (l'assolutamente inconscio) è ciò che ''obbliga a sacrificare'': una sorta di necessità logica che sopravviene con quel punto di rottura di cui abbiamo parlato. ''Il Sè è il sacrificante e Io sono il dono offerto''...certamente non significa che l'Io se ne va al diavolo; al contrario, il sacrificio richiesto è quello della sua ''autosufficienza'': quando si comunica la regola fondamentale al paziente non si fa che ribadire, ogni volta, questa posizione essenziale e necessaria alla cura.
Certo, sono convinto che neuromancer stia già per impugnare un pesante sasso da scagliarmi virtualmente addosso, probabilmente infastidito da un certo linguaggio che, ''secondo lui'', è lontano dalla sua realtà

: ma non so proprio come esprimermi; non so come rendere con parole diverse quello che, a mio parere e non solo, è l'essenza del punto di rottura operato dalla psicoanalisi.
Saluti,
Luigi