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  1. #16
    Partecipante L'avatar di ellea
    Data registrazione
    21-10-2003
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    35
    Originariamente postato da marzia78
    ....Ribaltamento del proprio punto di vista, trasformazione, ridefinizione, sintonia tra le varie istanze della personalità.... tutti concetti molto validi che convogliano forse in un unico fine:promuovere il benessere del paziente!
    Il discorso di Ellea è molto chiaro e condivisibile soprattutto da chi possiede la medesima chiave di lettura...io purtroppo ho una formazione molto diversa, il che mi porta a vedere le cose e i problemi attraverso altre lenti! ( questa consapevolezza comunque non mi impedisce di avere massimo rispetto per i meccanismi di proiezione e interpretazioni di tipo psicoanalitico)
    Il fine ultimo della terapia (e del terapeuta!!!) sarebbe anche e soprattutto stabilire in modo "lucido" se l'orientamento del trattamento che proponiamo e applichiamo sia realmente idoneo al caso (ex. trattare l'enuresi infantile non fisiologica con trattamento a orientamento psicoanalitico quando la letteratura incoraggia e sostiene trattamenti di tipo comportamentale)!
    Nella mia breve esperienza ho visto purtroppo parecchio "accanimento terapeutico" e caparbietà da parte dello psyco di turno, quando sarebbe bastato orientare la "bussola" verso altri "interni paesi stranieri"!
    La puntualizzazione di Marzia mi sembra più che opportuna: la mia è una delle possibili chiavi di lettura, tra l'altro neppure "posseduta" in modo solido perchè sono ancora al 2° anno di psico.E condivido pure il discorso sulla necessità di valutare se l'orientamento è quello adatto o se occorrono "aggiustamenti" di tiro o altre rotte da perseguire anche se questa mi pare piuttosto una valutazione da fare all'inizio o in corso d'opera, più che essere una finalità della psicoterapia.

    ciao
    ---
    ellea

  2. #17
    marzia78
    Ospite non registrato
    Hai perfettamente ragione, grazie per avermelo fatto notare, sarà stato un "lapsus"?!
    In effetti volevo dire come "ultima" cosa, che la mission di un terapeuta, agli ALBORI del rapporto col paziente, sia stabilire se il trattamento che propone è idoneo al caso...
    ps:
    per essere al secondo anno di psicologia mi sembri comunque già molto in gamba!

  3. #18
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
    Data registrazione
    17-04-2003
    Messaggi
    492
    Originariamente postato da marzia78
    ....Ribaltamento del proprio punto di vista, trasformazione, ridefinizione, sintonia tra le varie istanze della personalità.... tutti concetti molto validi che convogliano forse in un unico fine:promuovere il benessere del paziente!
    Il discorso di Ellea è molto chiaro e condivisibile soprattutto da chi possiede la medesima chiave di lettura...io purtroppo ho una formazione molto diversa, il che mi porta a vedere le cose e i problemi attraverso altre lenti! ( questa consapevolezza comunque non mi impedisce di avere massimo rispetto per i meccanismi di proiezione e interpretazioni di tipo psicoanalitico)
    Il fine ultimo della terapia (e del terapeuta!!!) sarebbe anche e soprattutto stabilire in modo "lucido" se l'orientamento del trattamento che proponiamo e applichiamo sia realmente idoneo al caso (ex. trattare l'enuresi infantile non fisiologica con trattamento a orientamento psicoanalitico quando la letteratura incoraggia e sostiene trattamenti di tipo comportamentale)!
    Nella mia breve esperienza ho visto purtroppo parecchio "accanimento terapeutico" e caparbietà da parte dello psyco di turno, quando sarebbe bastato orientare la "bussola" verso altri "interni paesi stranieri"!
    ciao.
    Condivido quest' idea.
    Un terapeuta dovrebbe porsi anche in un' ottica di umiltà. Consapevolezza che la propria epistemologia ha dei limiti, tra l' altro intrinsechi ad ogni orientamento.
    Rifiutare o inviare a professionisti differenti un caso per il quale non si possiedono strumenti.
    Il fine ultimo rimane fornire 'strumenti' validi per poter arrivare al' obbiettivo definito nell' Accettazione.
    Un requisito che ritengo essenziale è non anteporre un fine ultimo al paziente mediato dalla nostra epistemologia di riferimento.
    In questo senso, il fine ultimo non lo pone il terapeuta ma il paziente.
    Il terapeuta ascolta il paziente cercando di interpretare empaticamente la richiesta.
    Aldilà dei limiti imposti degli spazi psico-fisici, verso un' acquisizione della prospettiva del paziente.
    Qualcosa di profondamente differente rispetto la professione del medico dove si effettua una diagnosi e si prescrive una terapia.
    LA DIAGNOSI NON ASSUME SIGNIFICATO. Non c'è diagnosi, c'è la comprensione empatica del disturbo di Mario Rossi, che sarà sicuramente differente dal disturbo di Andrea Bianchi, anche se entrambi hanno ad esempio un disturbo d' ansia generalizzato.

    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  4. #19
    marzia78
    Ospite non registrato
    Ciao, anche io condivido le tue idee, soprattutto
    quando dici che il fine ultimo della terapia è delimitato dal paziente, dai suoi personali e specifici bisogni.
    Non è un caso che sia il paziente, più spesso di quanto si pensi, a sentirsi "guarito" grazie al trattamento e dunque decida di interromperlo in modo del tutto autonomo...
    mar

  5. #20
    Partecipante Figo L'avatar di Pandora
    Data registrazione
    21-02-2005
    Residenza
    Roma, nata e vissuta :)
    Messaggi
    906
    C'è una metafora molto semplice ma efficace che descrive il cambiamento prodotto dal processo psicoterapeutico. Il paziente prima di intraprendere la terapia è come un ciclista costretto a pedalare con una pesante scimmia aggrappata attorno al suo collo; il ciclista continua a pedalare ma il peso dell'animale rende assai gravoso il suo compito.
    La psicoterapia non elimina la "scimmia" dalla vita del ciclista, ma gli permette di sganciarla dal proprio collo, facendola pedalare al suo fianco, su un'altra bicicletta..
    In poche parole il cambiamento dovuto alla terapia non comporta una eliminazione di problemi, ma fornisce al paziente gli strumenti per gestire le situazioni difficili senza esserne schiacciato.

    Spesso si intraprende una psicoterapia a causa di uno specifico disagio e si lavora sulla domanda del paziente, ma di fatto una volta terminato il percorso dovrebbe verificarsi nel paziente un cambiamento generale di prospettiva da cui origina un modo nuovo di considerare e gestire le proprie difficoltà, a prescindere dalla loro natura.

    Dove c'è la Ragione c'è il dispotismo, dove ci sono le ragioni c'è la libertà.
    (P. Martinetti)

    Giace l'alta Cartago, appena i segni
    dell'alte sue ruine il lito serba.
    Muoiono le città, muoiono i regni
    copre i fasti e le pompe arena et erba...

    (T. Tasso)

    -Membro del Club Del Giallo - tessera n°6-SEGRETARIA DI REDAZIONE

    TUTTO CIO' CHE NON CI UCCIDE CI RENDE PIU' FORTI

  6. #21
    swwetfay76
    Ospite non registrato
    Concordo con qualcuno (non ricordo chi scusate!) che ha detto che la psicoterapia cognitiva non si riduce al tentare di avere la scomparsa del sintomo.
    Se così fosse potrei evitare di studiare 4 anni.
    Quindi gli psicoanalisti farebbero bene a non denigrare ciò che non conoscono e a non ridurre l'ignoto in due sterili paroline che storpiano completamente il senso di realtà.

    detto questo, il fine ultimo della psicoterapia, a prescindere da essere concordato col paziente attraverso il contratto terapeutico, è definito in base a ciò che tu credi essere l'origine del suo malessere... o meglio, ciò su cui tu credi si debba agire per produrre una modificazione fino a soddisfare il contratto terapeutico fatto.

    Un esempio: la psicoterapia cognitiva pensa che (spero di spiegarmi bene) il problema di fondo derivi da un'insieme di avvenimenti che determinano chi sei e le idee irrazionali che sei venuto a trovarti ad avere e queste idee ti creano emozioni esasperate che producono malessere e rinforzano le idee irrazionali, provocando un crollo a catena.

    Se devo agire su un paziente, ciò che faccio è agire sia a livello delle sue idee irrazionali, cercando di individuarle e ristrutturarle cognitivamente (detta così sembra facile, ma non ci si mette due minuti!) e agire a livello delle sue emozioni.

    L'obiettivo da raggiungere è di tipo emotivo, cioè riguarda la modificazione di un'emozione, al fine di farla divenire un’emozione positiva o, se resta comunque negativa, deve divenire almeno meno grave e più tollerabile (es. da disperazione a tristezza).

    L'assunto su cui si basa (da ciò che ho capito ) è che in ogni disturbo psicologico le emozioni sono sempre esasperate (es depressione - tristezza; ansia - paura)... se si riesce a "far rientrare" le emozioni in una sorta di normalità, ridimensionandole, si riesce ad agire di riflesso meglio, anche sulle idee irrazionali del paziente

    Mamma mia... spero di essermi spiegata.... chiedo venia comunque perchè ho iniziato la scuola di specializzazione da gennaio e questo è quello che, bene o male, ho capito e mi è stato detto, fin'ora

    A presto

    fay

  7. #22
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
    Data registrazione
    17-04-2003
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    492
    Originariamente postato da marzia78

    Non è un caso che sia il paziente, più spesso di quanto si pensi, a sentirsi "guarito" grazie al trattamento e dunque decida di interromperlo in modo del tutto autonomo...
    mar
    E' vero Mar!.
    Quando un trattamento volge al termine si sente nell' aria.
    E' un sensazione che si rende evidente. Quando il tempo della fine della terapia inizia ad apparire,lo psicologo ed il paziente assistono allo spettacolo.

    Comunque, quei pazienti che vedendo risultati abbandonano la terapia senza consultarmi li considero degli Abbandoni.

    'La fine è importante in tutte le cose' Hagakure

    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  8. #23
    marzia78
    Ospite non registrato
    Infatti Rubens, sulle conseguenze che comportano prematuri abbandoni potremmo scriverci papiri immensi...purtroppo il rischio di drop-out è sempre in agguato se non si riesce a creare la tanto agognata "alleanza terapeutica" (credo che questo sia uno tra i pochi concetti su cui convergono tutte le psicoterapie)... Comunque ci sono degli abbandoni, parlo per modestissima esperienza personale, che non rappresentano una sconfitta del processo terapeutico ma piuttosto un'importante fase di crescita ed espansione del paziente che non sempre lo stesso riesce a comunicare. Spesso gli eventi quotidiani possono far saltare più di un appuntamento col terapeuta, in altri casi è difficile invece riprendere le fila del rapporto a seguito di importanti cambiamenti lavorativi e/o stravolgimenti esistenziali..E pian piano, quel legame a cui ci si attaccava come "sanguisughe"( per capire, per guarire, per star comunque meglio con se stessi e con gli altri) viene meno...si spezza apparentemente quel senso di continuità!Tuttavia lo psicoterapeuta non percepisce l'assenza come fallimento... sente che è ormai stato perfettamente introiettato e metabolizzato dal paziente, alla stregua di tutte le figure significative da cui, crescendo, ci rendiamo autonomi e indipendenti!E' ovvio che io mi riferisca a rapporti terapeutici che hanno dato buoni frutti, percorsi che stanno volgendo al termine e che lo stesso terapeuta considera "successi" per il paziente e per se stesso, non a relazioni teraputiche appena nascenti o che si trovano all'acme o a un punto nodale!
    E', secondo me, un pò ciò che prova un genitore, quando, senza proferire parola, vede un figlio che comincia (o ricomincia) a camminare con le sue gambe e sparisce dalla sua vista, a volte per sempre..se si è fatto un buon lavoro, entrambi sanno di poter contare sull'altro ovunque andranno..
    Ps
    per finire...e poi stoppo il mio logorroico intervento... anche io come swwwetfay, concordo con chi diceva qualcosa di più verosimile sull'orientamento cognitivo-comportamentale (rubens mi sa che eri sempre tu?!) e soprattutto con lei, visto che, anche se le scuole son diverse, anche io sono al primo anno di una scuola cognitivo-comportamentale...
    Vi saluto tutti, mar

  9. #24
    agex
    Ospite non registrato
    "Concordo con qualcuno (non ricordo chi scusate!) che ha detto che la psicoterapia cognitiva non si riduce al tentare di avere la scomparsa del sintomo.
    Se così fosse potrei evitare di studiare 4 anni.
    Quindi gli psicoanalisti farebbero bene a non denigrare ciò che non conoscono e a non ridurre l'ignoto in due sterili paroline che storpiano completamente il senso di realtà."

    Hai ragione, cara, hai perfettamente ragione! Ma cosa intendi per "scomparsa del sintomo"?

    "L'assunto su cui si basa (da ciò che ho capito ) è che in ogni disturbo psicologico le emozioni sono sempre esasperate (es depressione - tristezza; ansia - paura)... se si riesce a "far rientrare" le emozioni in una sorta di normalità, ridimensionandole, si riesce ad agire di riflesso meglio, anche sulle idee irrazionali del paziente".

    Così però parli come quegli analisti che del turpiloquio hanno fatto ragion d'esistere......depressione, ansia, paura, tristezza NON sono emozioni esasperate, e visto che qui si parla con facilità di sintomatologia, che ne dite di sviscerare l'argomento? D'altronde il fine di un percorso terapeutico ha tra gli obiettivi ANCHE (non solo) la scomparsa sintomatologica. Da qualche parte accenni agli attacchi di panico e dei centri Jonas; bene; vogliamo partire da lì per capire?



    "L'obiettivo da raggiungere è di tipo emotivo, cioè riguarda la modificazione di un'emozione, al fine di farla divenire un’emozione positiva o, se resta comunque negativa, deve divenire almeno meno grave e più tollerabile (es. da disperazione a tristezza)."

    Ptremmo proseguire cercando di capire quando un'emozione è positiva, e quando è negativa. Esempi clinici o da strada, è indifferente. Grazie.
    Te la senti (Laura, giusto?) di intraprendere questo ragionamento?
    Ale

  10. #25
    Partecipante Esperto L'avatar di LaurAt
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    "L'obiettivo da raggiungere è di tipo emotivo, cioè riguarda la modificazione di un'emozione, al fine di farla divenire un’emozione positiva o, se resta comunque negativa, deve divenire almeno meno grave e più tollerabile (es. da disperazione a tristezza)."

    Ptremmo proseguire cercando di capire quando un'emozione è positiva, e quando è negativa. Esempi clinici o da strada, è indifferente. Grazie.
    Te la senti (Laura, giusto?) di intraprendere questo ragionamento?
    è proprio questo il punto che mi riguarda personalmente.
    di parlarne pubblicamente e dettagliatamente, sinceramente non me la sento.

    ho riflettuto tanto al riguardo, ed ora ho iniziato una terapia che spero riesca a fare ordine tra le molteplici e contrastanti emozioni che provo: amore/odio/nostalgia/rimpianto/rassegnazione...
    alimentate essenzialmente da una idealizzazione delle persone. ed è su questo elemento che dovrò far luce.
    "Tutti dovremmo preoccuparci del futuro, perché là dobbiamo passare il resto della nostra vita." - C.F. Kettering

  11. #26
    agex
    Ospite non registrato
    "è proprio questo il punto che mi riguarda personalmente.
    di parlarne pubblicamente e dettagliatamente, sinceramente non me la sento."

    Ciao tesoro, perdonami ma non facevo riferimento a te, ma ad un'altra Laura. Tra l'altro fatti rinforzare: fai proprio bene a non parlarne pubblicamente! Qui è meglio rimanere nel generico o, più specificatamente, nel metateorico; o, optimum, nel clinico.



    "ho riflettuto tanto al riguardo, ed ora ho iniziato una terapia che spero riesca a fare ordine tra le molteplici e contrastanti emozioni che provo: amore/odio/nostalgia/rimpianto/rassegnazione...
    alimentate essenzialmente da una idealizzazione delle persone. ed è su questo elemento che dovrò far luce."

    Quelli che citi sono sentimenti, istintivi ed affettivi.
    Bene, buona fortuna.

  12. #27
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    Originariamente postato da marzia78
    Comunque ci sono degli abbandoni, parlo per modestissima esperienza personale, che non rappresentano una sconfitta del processo terapeutico ma piuttosto un'importante fase di crescita ed espansione del paziente che non sempre lo stesso riesce a comunicare.
    Infatti, una sconfitta sarebbe un termine troppo pesante per definire un processo che, anche se interrotto, ha portato verso cambiamenti.

    Tuttavia considero l' ultima seduta tra le più importanti. La consapevolezza di essere giunti alla fine di un percorso ed avere acquisito strumenti utili.
    Come dire, una celebrazione della vetta dopo una scalata impegnativa.

    Chi non giunge alla vetta potrà assaporare il piacere delle altitudini, di essere capace di mettersi in marcia, ma la vetta rimane una tappa essenziale. Poi magari, potranno esserci altre vette da scalare.

    Come scrisse Yamamoto Tsunetomo ".......la fine è importante in tutte le cose".

    Rubens

    Penso di non essere stato io a parlare di t. c. comportamentale, allora chi è stato?
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  13. #28
    marzia78
    Ospite non registrato
    Ma sarà che sono un pò rinco?
    Il qualcuno a cui si riferiva swwwetfay....ero io!!!!!ci credo che concordavo con l' incipit del suo intervento...!Comunque il mio riferimento aveva un significato diverso...parlavo di non "semplice" eliminazione" del sintomo da parte di un' impostazione cogn/comp. in un discorso ben preciso (vedi thread precedenti)...

    Però mi ricordavo che anche tu Rubens, forse in un'altra discussione, parlavi delle scuole di psicoterapia in generale ( e quindi anche della cognitivo-comportamentale)... da qui la confusione...
    tu sei sistemico, mi sembra (correggimi se sbaglio)?

    ...Agex che bello trovarti qua, ci siamo confrontati al volo su Terri Schiavo e trovo i tuoi interventi sempre molto stimolanti!

    A proposito dell'ultima parte del discorso di Swwwetfay sull'obiettivo da raggiungere (di tipo emotivo, rientro dell'emozione ecc), qui non mi ritrovo molto.. (essendo diverse le scuole che frequentiamo anche l'impostazione subisce inevitabilmente variazioni)..
    Tuttavia ci sono abbastanza sul discorso delle idee irrazionali (preferisco però parlare di "distorsioni cognitive" che il soggetto costruisce e che vengono rinforzate attraverso la messa in atto di condotte disfunzionali e patologiche che vengono apprese)...!

    Secondo voi a chi sta definire la valenza negativa o positiva dell'emozione?
    Al terapeuta o al paziente?

    ps scusate se ho fatto un pò di confusione, spero tuttavia di essere arrivata in modo chiaro ai rispettivi interlocutori..
    mar

  14. #29
    swwetfay76
    Ospite non registrato
    x agex: ci sto eccome ad addentrarmi in questo discorso, fermo restando però che le mie conoscenze in merito della terapia cognitivo-comportamentale, sono limitate a quelle acquisite in 3 mesi di we di lezione.... quindi, per antonomasia, LIMITATE!
    Per cui se ci addentriamo di più in questo discorso, posso risponderti per ciò che sò e ho capito... oltre, devi aspettare che me lo spiegano
    p.s. come sai che mi chiamo "laura"?! non ho mai parlato di Jonas.... dove l'hai letto?

    A parte questo, concordo in pieno con Marzia78... l'altra cosa che mi preme sottolineare è che, come giustamente dici anche tu, probabilmente frequentiamo scuole diverse, ma la cosa più imposrtante è un'altra: anche nella mia stessa scuola ho due didatti che sono di posizioni quasi diametralmente opposte...
    uno è psicologo psicoterapeuta cognitivo in senso stretto ed è quello che ripete a macchinetta che lo scopo della terapia è la modificazione dell'emozione ( x positiva o negativa intendevo solo dire che ad es. si può riuscire a trasformare la tristezza in serenità/gioia e quindi da negativa a positiva o si può limitare l'emozione negativa, ridimensionandola ad es. da disperazione a tristezza)
    e l'altro invece è uno psichiatra, psicoanalista con visione evulzionista della psicologia, che poi ha fatto formazione con Liotti in terapia cognitiva.

    Quando si parla di psicoterapia e psicoterapeuti cognitivi comportamentali quindi, bisogna innanzi tutto distinguere su chi propende x uno o per l'altro aspetto e poi, all'interno di questi due "schieramenti", distinguere tra i mille sottoinsiemi differenti che si differenziano per infinite sfumature e distinzioni.

    Il mio didatta, formato da Liotti, spiegava come addirittura tra Guidano e Liotti (padri del terapia cognitiva italiana), benchè lavorassero insieme e dalla loro collaborazione fosse nata l'attuale psicoterapia, ci fossero enormi differenze, tanto che tra i terapeuti formati dall'uno e dall'altro c'è una vera e propria diversità.
    Quindi parlare di terapia cognitivo-comportamentale in senso stretto è troppo riduttivo.

    Che differenza c'è tra psicoterapia comportamentale e quella cognitiva?
    La prima puntava alla pura scomparsa sintomatologica. Un es: vuoi smettere di fumare? io, ogni volta che ti accendi una sigaretta, ti metto sotto al naso l'ammoniaca che è fastidiosa e puzza. Dopo un po' di volte ti sarai condizionato (stile cane di pavlov) e appena prenderai in maneo una sigaretta ti verrà nausea. Bel metodo, peccato che non funzioni. Perchè? perchè si è visto che facendo così c'era la "scomparsa del sintomo" ma solo apparente, poichè, come insegnano gli psicoanalisti, il sintomo non scompare ma si "sposta"
    Ecco perchè qualcuno ha deciso di indagare un po' più a fondo della mente e ha scoperto che, quando una persona ha un sintomo (disturbo), ha anche delle idee irrazionali (distorsioni cognitive) che lo sostegnono e queste a loro volta, producono un'emozione che rinforza a sua olta la distorsione e così via.
    Quindi, l'assunto è per farla semplice, se sistemiamo con la ristrutturazione cognitiva, le distorsioni cognitive e il suo assetto emozionale, scompare anche il sitnomo, che ne è l'espressione esterna.

    E' vero che l'obiettivo della terapia è generalmente la scomparsa del sintomo, ma quando il sintomo non può scomparire come la mettiamo?
    Faccio un esempio... se lavoro in un hospice e faccio psicoterapia a malati terminali che hanno un cancro e me ne si presenta uno che ha una vera e propria depressione secondaria al suo cancro, io cosa gli dico? caro signore, il suo cancro la sta uccidendo, sono cavoli suoi perchè questo problema non è risolvibile e dunque nemmeno il suo sintomo...arrivederci, son 60 euro, grazie.

    Non credo proprio si possa fare così. Si può però ridimensionare l'emozione "negativa" che in questo caso è disperazione e trasformarla in tristezza. Certo che non posso farlo diventare felice. E la stessa cosa la posso fare sui parenti del medesimo malato che stanno male perchè intravedono la futura morte del congiunto. Idem se viene una signora a cui è morto il marito... non posso risolverle il "problema" se no sarei Dio. Però posso aiutarla a superare la situazione "riducendo" l'emozione negativa.
    Per questo parlavo di ridimensionare l'emozione e non togliere il sintomo.

    E' ovvio che l'obiettivo top è non avere più la sintomatologia che fa star male, ma spesso non si può fare,quindi per me l'obiettivo generale è ridimensionare l'emozione.

    Come lo faccio? ovviamente agendo sia sulle distorsioni cognitive che sulle emozioni stesse. Come si faccia, nello specifico, ve lo dirò più avanti, quando ci avrò capito meglio anch'io

    Spero di essere stata più chiara

    E spero di non aver detto cavolate, perchè ragazzi ripeto, volevo solo sottolineare che la terapia cognitiva non è una cosa da due soldi del tipo, ti tolgo il sintomo come con un farmaco, ma di te, di cosa pensi e provi, non me ne frega niente.... ma purtroppo per ora ho idee in testa che sto ancora cercando di riordinare ed è quindi per me difficile, spiegare ad altri quello che io stessa sto ancora assimilinado

    a presto
    fay

  15. #30
    agex
    Ospite non registrato
    "...Agex che bello trovarti qua, ci siamo confrontati al volo su Terri Schiavo e trovo i tuoi interventi sempre molto stimolanti!"

    Grazie tesoro, piacere mio! Bene, aiutami a ragionare allora, ok?

    "Secondo voi a chi sta definire la valenza negativa o positiva dell'emozione?
    Al terapeuta o al paziente?"

    A nessuno dei due, perché non esiste valenza positiva e negativa delle emozioni; sfido chiunque a portarmi un esempio di emozione negativa.

    "x agex: ci sto eccome ad addentrarmi in questo discorso, fermo restando però che le mie conoscenze in merito della terapia cognitivo-comportamentale, sono limitate a quelle acquisite in 3 mesi di we di lezione.... quindi, per antonomasia, LIMITATE!
    Per cui se ci addentriamo di più in questo discorso, posso risponderti per ciò che sò e ho capito... oltre, devi aspettare che me lo spiegano
    p.s. come sai che mi chiamo "laura"?! non ho mai parlato di Jonas.... dove l'hai letto? "

    Ok, sono certo che potremo capire molte cose, a prescindere dalla tua scuola. Che ti chiami Laura ce l'hai scritto sotto, non rimandi forse al tuo sito? Mi sono iscritto alla lista psixo-prof, e ho partecipato subito al forum telematico in relazione ai casi clinici; mi arrivano molte e-mail, vorrei rispondere a quelle sui disturbi alimentari, ma non so come accedere ai forum! Conosco analisti Jonas, ci sarebbe molto da dire.


    "uno è psicologo psicoterapeuta cognitivo in senso stretto ed è quello che ripete a macchinetta che lo scopo della terapia è la modificazione dell'emozione ( x positiva o negativa intendevo solo dire che ad es. si può riuscire a trasformare la tristezza in serenità/gioia e quindi da negativa a positiva o si può limitare l'emozione negativa, ridimensionandola ad es. da disperazione a tristezza)"

    La tristezza non è una emozione, bensì un sentimento disforico dispiegatosi dall'assorbimento-riconoscimento-tolleranza di un evento frustrante nel dolore: il dolore viene riconosciuto in quanto tale, il livello di soglia rimane il primo, c'è equlibrio omeodinamico tra il Sistema Aspecifico Facilitatorio e il Defacilitatorio (inibitorio); a meno che uno stato melanconico sintomatico suggerisca una crisi della presenza, una tensione del tronco (seconda soglia), e l'inibizione conseguente (dalla grigia periacqueduttale deriva il sintomo sine materia). La gioia: piacere o mania? Di certo non è mai sintomatica, al contrario della melanconia o depressione; disperazione: plasmazione della rabbia per decongestionare il sistema, pensa al cordoglio nell'elaborazione del lutto. Insomma, mettiamo un po' di ordine nei concetti di pertinenza cerebrale.

    "Che differenza c'è tra psicoterapia comportamentale e quella cognitiva?
    La prima puntava alla pura scomparsa sintomatologica. Un es: vuoi smettere di fumare? io, ogni volta che ti accendi una sigaretta, ti metto sotto al naso l'ammoniaca che è fastidiosa e puzza. Dopo un po' di volte ti sarai condizionato (stile cane di pavlov) e appena prenderai in maneo una sigaretta ti verrà nausea. Bel metodo, peccato che non funzioni. Perchè? perchè si è visto che facendo così c'era la "scomparsa del sintomo" ma solo apparente, poichè, come insegnano gli psicoanalisti, il sintomo non scompare ma si "sposta" "

    C'è un po' di confusione. MA non è colpa tua, bensì dei tuoi maestri che spacciano per sintomo ciò che non lo è. La dipendenza non è un sintomo, questo sopraggiunge laddove la sgolia di reclutamento dello stesso (Central Grey Matter) mi permette il fastidio o quant'altro verso la dipendenza tossica. Attraverso l'ammoniaca appunto SI CREA UN SINTOMO LADDOVE NON C'E', E INFATTI IL CANE DI PAVLOV E' L'ESEMPLIFICAZIONE DELLA FORMAZIONE DELLA MEMORIA RIMOSSA E DELLA PATOLOGIA SENZA SINTOMO VERSUS MEMORIA AUTOBIOGRAFICA. L'ho già spiegato in altri post, Pavlov prima di Freud ha scoperto il rimosso, la paranoia, la patologia, poi il sintomo con il giochetto infame ellissi/cerchio (atetosi emotiva: ansia). Bene: impariamo che non c'é scomparsa del sintomo perché in realtà viene creato il sintomo, mentre la ricerca della dipendenza permane, e si manifesterà in altre forme patologiche con o senza sintomi. Questo è un punto imprescindibile per chi fa clinica, sia cognitivista che psicoanalista o quant'altro!

    "Ecco perchè qualcuno ha deciso di indagare un po' più a fondo della mente e ha scoperto che, quando una persona ha un sintomo (disturbo), ha anche delle idee irrazionali (distorsioni cognitive) che lo sostegnono e queste a loro volta, producono un'emozione che rinforza a sua olta la distorsione e così via. "

    Questo qualcuno dovrebbe cercare di studiare più a fondo le emozioni, allora comprenderebbe che il cervello emotivo o limbico (prosencefalo basale sino alla settale), nell'integrazione con il talamo intralaminare tramite sinapsi corticali, permette il pensiero in elaborazione, l'immaginazione e quant'altro; laddove prevale il facilitatorio (eccitazione) non c'è pensiero, ma istinto. Tra l'altro il sintomo non è il disturbo, c'è il disturbo (patologia) e il riflesso di evitamento (sintomo).


    "E' vero che l'obiettivo della terapia è generalmente la scomparsa del sintomo, ma quando il sintomo non può scomparire come la mettiamo?
    Faccio un esempio... se lavoro in un hospice e faccio psicoterapia a malati terminali che hanno un cancro e me ne si presenta uno che ha una vera e propria depressione secondaria al suo cancro, io cosa gli dico? caro signore, il suo cancro la sta uccidendo, sono cavoli suoi perchè questo problema non è risolvibile e dunque nemmeno il suo sintomo...arrivederci, son 60 euro, grazie."

    Chi lo dice che il sintomo non può scomparire? Per favore, lasciamo in pace sti sintomi....il sintomo rappresenta un segnale di allarme, un riflesso di evitamento, grazie al cielo! Gli psicotici non hanno sintomi!!! Se non scompare vuol dire che ancora il paziente è imparanoicato!!
    Senza se...io lavoro anche in un hospice con i malati neoplastici anche in fase terminale: MA CHE E' LA DEPRESSIONE SECONDARIA AL CANCRO? La depressione rappresenta l'inibizione!!! Il paziente non tollera la malattia, aumenta il dolore da cancro, vuole farla finita e l'inibitorio lo blocca, all'interno di un circolo cortocircuitantesi! La depressione non evolve con la proliferazione metastatica, l'intolleranza sì! E noi dobbiamo crudamente lavorare su quella! La vita è dignitosa e va vissuta dignitosamente fino alla fine! Sto scrivendo questi punti cruciali in un libro di formazione per gli operatori che operano nelle équipe multidisciplinari degli hospice domiciliari oncologici, spero che entro l'anno sia nelle librerie. Comunque l'argomento è complesso, va sviscerato.

    "Si può però ridimensionare l'emozione "negativa" che in questo caso è disperazione e trasformarla in tristezza. "

    Bene. Diciamo dolore versus depressione, per l'esattezza.



    "Idem se viene una signora a cui è morto il marito... non posso risolverle il "problema" se no sarei Dio. Però posso aiutarla a superare la situazione "riducendo" l'emozione negativa.
    Per questo parlavo di ridimensionare l'emozione e non togliere il sintomo."

    Elaborazione del lutto. Ne vogliamo parlare? Ridurre l'emozione che vuol dire? Dov'é il sintomo? Ad esempio: la donna piange: plasma la rabbia: con chi ce l'ha? Con Dio? Sogna il marito morto: cosa segnala il sogno? Quale desiderio? Va al cimitero: quale significato assume? Prova dolore: bene, non c'è bisogno di un sintomo. E' lipotimica: c'è sintomo: che è successo? Insomma, anche questo argomento va sviscerato con più dovizia di particolari e con più attenzione.


    "E' ovvio che l'obiettivo top è non avere più la sintomatologia che fa star male, ma spesso non si può fare,quindi per me l'obiettivo generale è ridimensionare l'emozione"

    Ovvero? Distruggendo l'amigdala? Non si può ridimensionare un'emozione, nessuno scienziato lo sa fare. MA si può mutare le soglie di attivazione emotiva.......parliamone......le soglie cerebrali.....

    "Come lo faccio? ovviamente agendo sia sulle distorsioni cognitive che sulle emozioni stesse. Come si faccia, nello specifico, ve lo dirò più avanti, quando ci avrò capito meglio anch'io "

    Sono in trepidante attesa; da anni studio tali eventi, e solo la ricerca psicoanalitica (neurologica) mi ha permesso di carpire il funzionamento emotivo. Ma agirvi sopra.......

    "E spero di non aver detto cavolate, perchè ragazzi ripeto, volevo solo sottolineare che la terapia cognitiva non è una cosa da due soldi del tipo, ti tolgo il sintomo come con un farmaco, ma di te, di cosa pensi e provi, non me ne frega niente...."

    Nessuna cavolata, stai cercando come tutti noi. Brava.
    Ale

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