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  1. #16
    io mordo
    Ospite non registrato
    Penso di poter essere anche psicologo professionista di me per certi versi... ad esempio posso interpretare i miei sogni, mi posso autoprescrivere dei comportamenti... ma i vantaggi con una figura esterna sono innumerevoli... ma tanto il guaritore è dentro di me
    ...voglio dire: non potrei certo sostituire lo psicologo professionista ma qualche lavoretto del tutto paragonabile al suo posso farlo da solo...
    ciao

  2. #17
    io mordo
    Ospite non registrato
    penso che uno fra i più importanti compiti dello psicologo sia quello di fornire al paziente gli strumenti per lavorare autonomamente su di sé... no?

  3. #18
    Super Postatore Spaziale L'avatar di sinonimo
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    ACCADUEO E IO MORDO....

    Complimenti per le risposte....
    Vi chiedo ora, visto ke siamo d'accordo che alcuni possono essere psicologi di se stessi...provate a elencare le risorse mentali intrapsichichiche, che uno dovrebbe possedere per autocurarsi. ATTENZIONE: Non sto negando il relazionale, c'è sempre, solo solo a livello di rappresentazioni mentali del sè visto dagli altri e viceversa... Intendo quali abilità cognitive o se preferite quali componenti dinamiche nn devono mai mancare, nn dovrebbero. Non parlo di coping, parlo ad es. di uno psicologo che cura per anni pazienti e poi magari nn riesce ad essere terapeuta di sè.... OPPURE RIESCE "PERFETTAMENTE"...
    Buona vita a tutti!

  4. #19
    Super Postatore Spaziale L'avatar di sinonimo
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    IO mordo bravo, è uno dei compiti peculiari.......dunque perchè uno psicologo nn potrebbe autocurarsi? O anche uno psichiatra...
    Buona vita a tutti!

  5. #20
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    Definizione di illusione: "un errore dei sensi o dello spirito, che scambia l'apparenza con la realtà.

    I nostri sensi ci informano delle cose che ci stanno intorno, permettendoci di conoscerle. Dopo che le informazioni ci sono giunte dagli organi di senso, vengono da noi interpretate.
    Ma se la "fotografia" ci giunge in maniera inesatta, avremo di questa cose una informazione errata. Può anche essere che i nostri organi di senso funzionino perfettamente, ma che non si sia in grado di interpretare correttamente le informazioni.
    In entrambi i casi, abbiamo una percezione errata di qualche cosa che esiste ovvero una illusione, che viene definita anche percezione deformata."
    Fonte qui
    Essere psicologi di se stessi è (per me) una illusione.
    Che io interpreti i miei sogni o che prescriva certi comportamenti a me stesso non fa di me uno psicologo, ma una persona che attiva le proprie risorse e conoscenze per cercare di stare meglio.
    Che io conosca tecniche psicologiche di "cura" non fa di me uno psicologo sempre, dovunque e con chiunque, ma una persona che possiede fra le proprie risorse la possibilità di utilizzare queste nel momenti di difficoltà.
    Io diciottenne che sento di avere problemi, che mi affascina scoprire la causa o i movimenti che avvengono attorno ai problemi, posso scegliere di fare psicologia e utilizzare le conoscenze acquisite come risorse rispetto alla mia persona..

    Non so se ci siete passati pure voi.. io quando studiavo e studio certe materie come psicopatologia, psicodinamica delle relazioni familiari, ecc., continuavo e continuo a fare autodiagnosi su praticamente tutte le patologie descritte nel DSM.. anche questo allora è essere psicologi di se stessi no?
    Che significa che io sono un DSM ambulante? La psicologia insegna prima ad ammalarsi e poi a curarsi? Perchè posso permettermi di dire che sono psicologo di me stesso solo al momento della cura e non permettermi di affermare che la psicologia ha ammalato me stesso perchè mi ha fatto scoprire certe cose che ignoravo?
    Perchè semplicemente la psicologia non significa questo e non vuole insegnare questo! Ci sono insegnanti di psicologia che invece vogliono fare credere (illudere) che funzioni così come ci sono e ci sono stati teorici che hanno portato avanti questo discorso.
    Inoltre, qui introduco il fatto che noi siamo i più bravi a mentire indovinate con chi? CON NOI STESSI.. Quindi in teoria, lo psicologo di noi stessi dovrebbe prendersi cura dell' essere se stesso un bugiardo patologico e poi magari (dopo venti anni di lavoro sulle menzogne) iniziare a lavorare su altro di se stessi...
    In una parola: Illusione.
    Io come persona posso curare me stesso.. non come psicologo.

  6. #21
    Postatore OGM L'avatar di morrigan
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    sono d'accordo con quanto detto da accadueo. cercare di comprendere quale sia la causa di un proprio malessere potrebbe anzitutto portarci a soluzioni errate, perchè la percezione di ciò che ha "causato" il malessere non dipende solo dal soggetto e dal suo acume, ma anche dal gioco di relazioni in cui è immerso. pertanto, se sono soggetto attivo di una relazione e individuo in qualche aspetto di questa relazione qualcosa che mi nuoce,
    a) potrei fare semplicemente un ragionamento lineare e individuare all'esterno di me la causa, ma ignorerei completamente la mia parte nel mantenimento di uno stato di equilibrio;
    b) potrei cercare di individuare quale sia stato il mio contributo nell'insorgenza di tale malessere, ma potrei fare un ragionamento lineare in senso opposto, oppure non essere in grado di focalizzare la complessità della situazione proprio perchè mi ci ritrovo all'interno;
    c) dando per possibile il fatto che io possa riuscire a comprendere il gioco complesso di relazione in cui sono immerso, dovrei essere in grado anche di cambiare il mio ruolo all'interno di esso, ma, essendo io attore ed essendo il mio comportamento legato alle risposte che gli altri attori mi daranno, potrei non essere capace di rispondere in modo diverso ad un comportamento a cui ho sempre risposto seguendo determinate regole.
    d'altro canto, ognuno sa quanto sia frustrante riconoscere in cosa continua a sbagliare e comprendere di non essere in grado di cambiare il comportamento. per quanto valide siano le tecniche che io posseggo, per quanto forte sai la teoria a cui mi riferisco, per quanto abbia potuto internalizzare un modello di intervento, dubito che riuscirei ad utilizzare su di me quelle tecniche. al massimo posso utilizzare il modello per spiegarmi certe dinamiche, ma comprendere non vuol dire curare.
    se prendiamo il caso delle fobie, ci rendiamo conto che i soggetti fobici sono perfettamente in grado di riconoscere l'illogicità dei loro comportamenti, ciò nonostante non riescono a modificare il proprio comportamento. se ci pensate, alla fine si tratterebbe della stessa cosa: comprendere e chiarire non equivale a curare, quindi, per quante nozioni io abbia acquisito come psicologo, nel momento in cui ho qualche problema, non mi serviranno, se non per comprendere. faccio un altro esempio: i giovani terapeuti in formazione hanno un supervisore con cui discutere di quanto fatto in terapia, se ognuno fosse in grado non solo di monitorizzare minuto per minuto il proprio comportamento, ma anche rendersi conto dei giochi di invischiamento che i pazienti possono proporre, non ci sarebbe bisogno di un supervisore e il giovane terapeuta, ringalluzzito, sarebbe perfettamente in grado di comprendere cosa sta avvenendo in seduta e di reagire in maniera consona. alla fine di tutto questo discorso, se lo psicologo ha necessità di far supervisionare il proprio agire in ambito lavorativo, perchè poi dovrebbe essere in grado di rinunciare ad una supervisione quando si tratta di lavorare su se stessi? mi sembra un controsenso.
    il lavoro su se stessi è prezioso e sicuramente una maggior chiarezza aiuta nel proprio lavoro, ma la consapevolezza va raggiunta, a mio avviso, con l'aiuto di qualcuno che possa osservarci da un punto rialzato e che sappia mantenere una posizione dentro-fuori che gli consenta di capire le dinamiche nelle quali io sono immerso e, allo stesso tempo, di non restarne invischiato.

  7. #22
    Toblerone.om
    Ospite non registrato

    forse qualche volta si riesce

    la mia esperienza personale mi porta ad affermare che sì, in determinati casi e con determinate condizioni si può essere terapeuti di se stessi.
    ho sofferto di attacchi di panico per un periodo di circa 6 mesi.
    dopodichè ho cominciato a prendere xanax ma senza un appoggio psicologico parallelo.
    altri 6 mesi ed ero praticamente dipendente (psicologicamernte) dal farmaco.
    punto e a capo. nessun passo avanti.
    allora ho iniziato a lavorare su me stesso cercando, con le conoscenze che avevo, di arrivare all'origine del malessere. al punto zero dal quale era partito tutto.
    credo di esserci riuscito e la riprova sta nel fatto che ho smesso con lo xanax e anche con gli attacchi.
    forse è stato un caso, forse il tipo di problematica si prestava bene ad una autoanalisi, fatto sta che ho risolto il mio problema by myself.

    ritengo comunque che, anche se possibile, sia un qualcosa di molto difficile, poichè viene a mancare completamente il punto do vista oggettivo, fondamentale in una qualsiasi terapia psicologica.

  8. #23
    io mordo
    Ospite non registrato
    Ciao, Morrigan, nessuno dice che siamo infallibili, tanto meno quando proviamo a fare questo lavoro da soli, questo è chiaro.

    "ma comprendere non vuol dire curare."

    ...e perchè no? forse volevi dire guarire, ma se è per questo nessuna terapia guarisce...

    "comprendere e chiarire non equivale a curare"

    si è compreso e chiarito quando il sintomo è scomparso, la comprensione digitale delle nostre dinamiche va integrata con quella analogica, la metafora ad esempio, il sogno, da cui deriva una sensazione di sollievo e la cessazione del sintomo.
    ritengo che non sia il sintomo la parte malata del soggetto ma le sue dinamiche psicotiche che lo generano, penso che siamo tutti daccordo che il sintomo sia una metafora di un determinato vissuto interiore generato da una parte psicotica della personalità, di relazioni psicotiche anche, certo.

  9. #24
    Postatore OGM L'avatar di morrigan
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    ciao io mordo, non intendevo dire guarire, intendevo dire proprio curare. se dici che si può comprendere solo quando il sintomo scompare, allora i fobici? gli ansiosi? gli ossessivo-compulsivi? loro sono pienamente in grado di comprendere l'illogicità del sintomo, ma sono in grado di autocurarsi.
    se poi si tengono in considerazione le dinamiche relazionali, allora forse il mio discorso si può spiegare meglio: se si considera il sintomo come una manifestazione di disfunzionalità all'interno di sistema, se sono "immerso" in una relazione, con sue precise regole, con ruoli giocati da tutte le parti in causa, diventa difficile pensare che, pur avendo consapevolezza del mio malessere e delle caratteristiche della sintomatologia, riesca a modificarla da solo, perchè, per poterlo fare, avrei la necessità di cambiare l'intero sistema che cerca di mantenere intatto il suo equilibrio e in cui ogni parte (me compreso!) gioca il suo ruolo per mantenere l'omeostasi. io stavo considerando il sintomo da questo punto di vista, non come una disfunzione del singolo individuo, ma solo come manifestazione di problematiche relazionali.
    sono d'accordo con te quando affermi che il sintomo è una metafora di un vissuto interiore e di dinamiche disfunzionali e rigide, proprio per questo dubito che io possa autocurarmi, per farlo dovrei prima comprendere a fondo le relazioni cui partecipo attivamente, è questo che, sencondo me, è difficile da fare. è curioso che proprio oggi abbia cominciato a leggere qualcosa di molto attinente al nostro discorso.

    "Siamo così implicati nelle nostre relazioni con gli altri che queste stesse relazioni per noi sono difficili da discernere con chiarezza. Siamo così calati nella relazionalità che per noi è quasi impossibile comprenderne appieno i contorni e i meccanismi interni."

    Stephen Mitchell "Il modello relazionale. Dall'attaccamento all'intersoggettività" Cortina Editore

    se, quindi, il sintomo è manifestazione di disfunzioni nel sistema, ed io non posso discernere con chiarezza i meccanismi interni del sistema in cui sono inserito e dalla cui disfunzione deriva il sintomo, ne deduco che non posso autocurarmi.
    ma questo, ovviamente, è solo il mio pensiero.

  10. #25
    io mordo
    Ospite non registrato
    "ciao io mordo, non intendevo dire guarire, intendevo dire proprio curare. se dici che si può comprendere solo quando il sintomo scompare, allora i fobici? gli ansiosi? gli ossessivo-compulsivi? loro sono pienamente in grado di comprendere l'illogicità del sintomo, ma sono in grado di autocurarsi."

    ciao, esatto, loro sono pienamente capaci di comprendere l'illogicità del sintomo ma, hailoro, è come dire che non hanno ancora compreso la sua logica... e continuano a portarselo dietro... il sintomo ha una logica...
    A sentire le teorie sistemiche però sembra che la terapia cognitivo-comportamentale non possa funzionare in ragione di un principio teorico... ma questa elimina i sintomi, come fa allora? poi se ne generano altri? ...e perchè la psicoanalisi non è capace di curare fobie, disturbi ansiosi o ossessivo-compulsivi?

    Io penso che sia possibile agire terapeuticamente su di se, come persona, lo psicologo è quello che si occupa degli altri, daccordo con H2O...
    ...ma a questo punto mi chiedo come agisce il terapeuta sistemico...
    ciao

  11. #26
    io mordo
    Ospite non registrato
    un disturbo di personalità ha a che fare con il sistema?

  12. #27
    Giurato di Miss & Mister OPs L'avatar di Parsifal
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    Originariamente postato da io mordo
    "ciao io mordo, non intendevo dire guarire, intendevo dire proprio curare. se dici che si può comprendere solo quando il sintomo scompare, allora i fobici? gli ansiosi? gli ossessivo-compulsivi? loro sono pienamente in grado di comprendere l'illogicità del sintomo, ma sono in grado di autocurarsi."

    ciao, esatto, loro sono pienamente capaci di comprendere l'illogicità del sintomo ma, hailoro, è come dire che non hanno ancora compreso la sua logica... e continuano a portarselo dietro... il sintomo ha una logica...
    A sentire le teorie sistemiche però sembra che la terapia cognitivo-comportamentale non possa funzionare in ragione di un principio teorico... ma questa elimina i sintomi, come fa allora? poi se ne generano altri? ...e perchè la psicoanalisi non è capace di curare fobie, disturbi ansiosi o ossessivo-compulsivi?

    Io penso che sia possibile agire terapeuticamente su di se, come persona, lo psicologo è quello che si occupa degli altri, daccordo con H2O...
    ...ma a questo punto mi chiedo come agisce il terapeuta sistemico...
    ciao
    Tutti questi temi sono molto interessanti,vorrei provare a rispondere a una di queste domande: perchè la terapia cognitivo-comportamentale elimina i sintomi ad es. un disturbo da attacchi di panico,mentre la psicoanalisi no?

    Un disturbo da attacchi di panico si deve analizzare a due livelli distinti: 1- la vulnerabilità al disturbo,che si basa su aspetti generali del funzionamento mentale della persona 2 -modificazioni specifiche che vengono attivate nel momento in cui inizia il disturbo.Questo accade più in generale per tutti i disturbi mentali.

    Il primo livello viene considerato sia dalla psicoanalisi sia dal cognitivismo (che,nel caso del dap,individua le cause nella percezione di se' come vulnerabile o debole).Il secondo livello non viene considerato dalla psicoanalisi mentre è il primo aspetto considerato nella terapia cognitiva.
    Il disturbo da attacchi di panico,a questo secondo livello,si basa sostanzialmente sull'idea che,nel momento in cui la persona sente che il battito del cuore accelera e la respirazione diventa affannosa,ciò comporterà la sua morte o la sua perdita di controllo o la sua pazzia.Fin che non si interviene su queste convinzioni un lungo lavoro sulle origini del sintomo è del tutto inutile.
    Anche se la persona riflette per anni sulle modalità (psicoanalitiche o cognitive) con le quali si è reso vulnerabile al dap,fincchè non ha la certezza che,quando sente il cuore e il respiro diventare incontrollabili,non morirà nè impazzirà,non modificherà il suo sintomo.

  13. #28
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    Re: forse qualche volta si riesce

    Originariamente postato da Toblerone.om
    forse è stato un caso, forse il tipo di problematica si prestava bene ad una autoanalisi, fatto sta che ho risolto il mio problema by myself.
    Ciao Toblerone.om ,
    anche io ho sofferto per circa sei mesi di attacco di panico. Avevo 23 anni ed ero ancora studente di psicologia. Il giorno seguente al primo attacco, mi visitai il cuore e feci le analisi. Una volta accertato che il fisiologico stava bene, spostai l' attenzione sul versante psichico. Fu un lungo travaglio a pensarci, però oggi non posso affermare che fu grazie e solo ad un mio lavoro di analisi e/o psicologico, "ieri" si. Insomma, non so se avrei avuto successo "da solo" se non fosse stato per il supporto ricevuto dagli altri, ad esempio, dei miei genitori. Mio padre, che con tanta pazienza la notte si alzava per andare a dormire sul mio letto, perchè io così potessi assillare mia madre delle mie paure di morte o di imminente follia. Il cardiologo che mi tranquillizzò. I miei amici che evitarono di invitarmi a fumare spinelli. Il web e gli scrittori di storie vissute. I libri sul tema. Tante altre persone e tanti altri contesti.
    Un pò tutti furono psicologi del mio disagio e un pò tutti ho ringraziato.. Anche me stesso.

    Originariamente postato da io mordo
    un disturbo di personalità ha a che fare con il sistema?
    mi inviti a nozze.
    Prendo in considerazione un disturbo di personalità per prenderli tutti e mi aiuto con il DSM (è possibile farlo con tutti i testi che descrivono i disturbi di personalità).
    Tratto dal DSM IVtr:
    "Disturbo Paranoide di Personalità [301.0]
    Caratteristiche diagnostiche.
    La caratteristica essenziale del Disturbo Paranoide di Personalità è un quadro pervasivo di sfiducia e sospettosità, tanto che le motivazioni degli altri vengono interpretate come malevole. Questo quadro compare nella prima età adulta, ed è presente in una varietà di contesti.
    Gli individui con questo disturbo presumono che gli altri li sfruttino, li danneggino o li ingannino, anche quando non vi sono prove che supportino queste aspettative (Criterio A1). Sospettano, [...]"

    Dicevo che prendo un disturbo per parlarne di tutti perchè, queste sono descrizioni relazionali della persona(lità).
    L' effetto che può apparire quando si leggono certe cose è che queste (descrizioni) siano frutto dell' interno della persona (ad esempio sifducia e sospettosità), però gli autori non hanno fatto la statistica dei racconti dei pazienti.. loro hanno fatto la statistica dei comportamenti relazionali che poi vengono 'tradotti' dagli autori come sfiducia, sospettosità o la sensazione di sfruttamento e inganno. Mi son fatto capire? Praticamente, i ricercatori osservano (ad esempio) che una persona si relaziona con altre persone con insulti, che queste si allontanano fisicamente quando si approssima una vicinanza corporea, che quando viene chiesto un favore, loro (i paranoici) si rifiutano...
    poi cosa fanno i ricercatori? Traducono questi comportameni e modi di relazionarsi con definizioni soggettive (attenzione soggettive per gli autori) come sospettosità, sfiducia, sensazione di fruttamento.
    Poi, veniamo noi, psicologi, psicoterapeuti e psichiatri che dobbiamo imparare a regola d'arte ciò che i ricercatori hanno tradotto delle relazioni, incasellarle per bene e, dulcis in fundo, ritradurre nuovamente, ciò che è stato tradotto dai ricercatori in definizioni, con i comportamenti e i modi di relazionarsi della persona che abbiamo di fronte.
    Quanta distorsione si crea in tutti questi passaggi? Non sarebbe stato meglio direttamente trascrivere comportamenti e modi di relazionarsi?
    Anche le persone che non hanno a che fare con il campo della psicologia e affini, oggi parlano il linguaggio psicologizese.
    Salve dottore sono depresso, ho una bassa autostima, scarsa concetrazione, dormo poco e sono calati i miei interessi.
    Bene, dove e da chi ha imparato a decifrare e a distinguere questi sintomi? Ri-Tradotti in comportamenti e modi di relazionarsi cosa succede?
    Questi comportamenti, siamo sicuri che combaciano con quelli che hanno visto i ricercatori del DSM?
    E se così fosse, io Accadueo, ri-ri-traducendo i comportamenti e i modi di relazionarsi osservati in definizioni, queste ri-combacerebbero con quelle del DSM?

  14. #29
    Toblerone.om
    Ospite non registrato

    vero

    Per accadueo.
    Hai ragione quando dici che il supporto delle persone che ti stanno intorno è fondamentale.
    Nel mio caso lo è stato quello della mia ragazza di allora.
    (niente genitori nè amici visto che a loro non ho mai detto nulla di questa cosa).
    Quello che però è arrivato da me stesso, e che poteva arrivare solo da me stesso, è stato il lavoro di comprensione sulle cause "profonde" che avevano generato il disturbo d'ansia.
    Ripeto: non so se sono pienamente riuscito ad individuare la radice del problema (proprio perchè mi manca un riscontro oggettivo) ma sicuramente il risultato è stato ottenuto.
    E in fondo nell'affrontare un problema, di qualsiaisi tipo, quello che realmente conta, alla fine, è riuscire a risolverlo.

  15. #30
    io mordo
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da Parsifal
    Tutti questi temi sono molto interessanti,vorrei provare a rispondere a una di queste domande: perchè la terapia cognitivo-comportamentale elimina i sintomi ad es. un disturbo da attacchi di panico,mentre la psicoanalisi no?

    Un disturbo da attacchi di panico si deve analizzare a due livelli distinti: 1- la vulnerabilità al disturbo,che si basa su aspetti generali del funzionamento mentale della persona 2 -modificazioni specifiche che vengono attivate nel momento in cui inizia il disturbo.Questo accade più in generale per tutti i disturbi mentali.

    Il primo livello viene considerato sia dalla psicoanalisi sia dal cognitivismo (che,nel caso del dap,individua le cause nella percezione di se' come vulnerabile o debole).Il secondo livello non viene considerato dalla psicoanalisi mentre è il primo aspetto considerato nella terapia cognitiva.
    Il disturbo da attacchi di panico,a questo secondo livello,si basa sostanzialmente sull'idea che,nel momento in cui la persona sente che il battito del cuore accelera e la respirazione diventa affannosa,ciò comporterà la sua morte o la sua perdita di controllo o la sua pazzia.Fin che non si interviene su queste convinzioni un lungo lavoro sulle origini del sintomo è del tutto inutile.
    Anche se la persona riflette per anni sulle modalità (psicoanalitiche o cognitive) con le quali si è reso vulnerabile al dap,fincchè non ha la certezza che,quando sente il cuore e il respiro diventare incontrollabili,non morirà nè impazzirà,non modificherà il suo sintomo.
    Come sarebbe che la psicoanalisi non cura il DAP?

    Tu dici quindi che il soggetto non capisce nemmeno "l'illogicità del sintomo"?
    Ma come prende in considerazione la sua logica invece la terapia cognitivo-comportamentale?

    Ci ho pensato anch'io ma immagino che il secondo punto, nel tuo discorso, venga considerato come parte del primo dalla psicoanalisi... mi spiego meglio, penso che per la psicoanalisi avere queste paure irrazionali sia una conseguenza non slegata dalla vulnerabilità al disturbo... in altre parole la psicoanalisi non agisce direttamente sul sintomo perchè crede che scomparirà quando si chiarirà l'origine del disturbo o comunque quando la situazione generale del paziente migliorerà...

    mah... il confronto tra questi 2 ragionamenti mi spiazza parecchio... perchè se il sintomo, fin quando esiste, fosse effettivamente legato a delle dinamiche psicotiche dell'individuo, eliminarlo cognitivamente equivarrebbe ad incrementare la parte psicotica del soggetto... altrimenti bisogna affermare che il sintomo è di per sé una parte malata del paziente...

    ...qual'è il tuo ragionamento allora? che il sintomo si svincola totalmente dai fattori che lo generano?
    ...ma i sintomi si modificano anche e sembrano farlo seguendo una certa logica...

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