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  1. #16
    Matricola L'avatar di lorena322
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    11-04-2005
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    sori(ge)
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    Riguardo al tema del topic...ne parlavo qualche tempo fa in sede di formazione (faccio una scuola di specializzazione) e pare che proprio ci sia questa tendenza, da parte di clienti gay, di scegliere terapeuti gay. Anche in realtà meno provinciali della nostra, ad esempio gli Stati Uniti. Non so dirti perchè sia così, ma è una sorta di dato di fatto.

    Ciao!!

  2. #17
    Partecipante Assiduo L'avatar di silvia80
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    05-05-2007
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    240
    Secondo me il nocciolo della questione è capire se sia "giusto" o meno da parte del terapeuta dichiarare il proprio orientamento sessuale,religoso,politico ecc...

    Cosa ne pensano le varie scuole?Qualcono sa rispondere?

  3. #18
    Partecipante Assiduo L'avatar di Andrea1975
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    05-07-2007
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    174

    Re: omosessualità: i terapeuti

    Originariamente postato da Giuliamd
    Ieri ho ricevuto la telefonata di una paziente in analisi da alcuni mesi, che mi ha comunicato la sua decisione di cambiare terapeuta perché ne ha trovata una omosessuale come lei.
    Non si tratta del fatto che si trovi male con me, anzi, abbiamo sbrogliato alcune questioni serie, ma cambia semplicemente perché l'altra ha il suo stesso orientamento sessuale.
    Al di là del movimento che questa paziente sta facendo, e che credo di poter identificare bene, mi sto chiedendo se sia corretto che gli psico-professionisti dichiarino il loro orientamento sessuale ai pazienti (vale per tutti, ovviamente).
    Ho avuto altre pazienti omo, ma è la prima volta che mi interfaccio con una simile questione.
    Vi ringrazio se sarà possibile avviare un dibattito.
    Caro Giuliamd,

    non entro nella questione della lettura della omosessualità da parte della comunità perchè non ho abbastanza esperienza e conoscenza in merito. Però mi domando però dove e come la tua paziente possa aver saputo dell'omessessualità del nuovo terapeuta. Magari è stata semplicemente una conoscenza comune, che conosce appunto gli orientamenti delle persone in questione, a metterli in contatto.

    Sarebbe anche interessante, ma non so se è corretto farlo in questa sede, leggere in termini di transfer la motivazione che ti ha dato per il cambio di terapeuta. Credo comunque tu lo interpretato magari anche della paziente stessa.

  4. #19
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    28-03-2004
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    Originariamente postato da silvia80
    Secondo me il nocciolo della questione è capire se sia "giusto" o meno da parte del terapeuta dichiarare il proprio orientamento sessuale,religoso,politico ecc...

    Cosa ne pensano le varie scuole?Qualcono sa rispondere?

    Non credo che possiamo stabilire in assoluto se sia "giusto o sbagliato" dichiarare il proprio orientamento sessuale. Intendiamoci: non mi presenterei mai dicendo ad un paziente "piacere, sono eterosessuale, ateo e tifoso di curling"... Scherzi a parte, ci sono due considerazioni che farei a proposito. Prima di tutto penso (ovviamente in buona compagnia...) che la famosa neutralità analitica, per come è stata spesso intesa, sia impossibile. L'analista è sempre coinvolto personalmente, dice sempre qualcosa di sè stesso, anche con i suoi silenzi. Opinioni personali, atteggiamenti, orientamenti dell'analista emergono nella relazione, a mio modo di vedere, con una funzionalità rispetto a ciò che porta il paziente. Un paziente omosessuale, nel caso, credo che facilmente attiverà nell'analista fantasie, pregiudizi, stereotipi anche molto profondi sull'omosessualità.
    E qui passo alla seconda considerazione che mi sembra attinente al tema della "self-disclosure" in analisi. Personalmente credo che non vada utilizzata di regola ma penso che analisti molto esperti, in determinate condizioni, possano comunicare qualcosa di esplicitamente loro per risolvere una situazione di grave impasse.

    Un saluto
    gieko

  5. #20
    ninfaverde
    Ospite non registrato

    credo..

    Io sono inesperta, ma posso dirti che secondo me innanzitutto la scelta della paziente in questione è stata superficiale, in quanto avere qualcosa in comune come l'orientamento sessuale non significa che la terapia sia facilitata o che il terapeuta lavori meglio. Non si deve ricercare una complicità amicale, bensì un'alleanza di lavoro. Quanto al terapeuta in questione non credo si possa dire in assoluto che ha sbagliato nel parlare del suo orientamento, ma certamente la motivazione che ha spinto questa paziente a lasciarti è scarna.

  6. #21
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    28-03-2004
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    Re: credo..

    Originariamente postato da ninfaverde
    Io sono inesperta, ma posso dirti che secondo me innanzitutto la scelta della paziente in questione è stata superficiale, in quanto avere qualcosa in comune come l'orientamento sessuale non significa che la terapia sia facilitata o che il terapeuta lavori meglio. Non si deve ricercare una complicità amicale, bensì un'alleanza di lavoro. Quanto al terapeuta in questione non credo si possa dire in assoluto che ha sbagliato nel parlare del suo orientamento, ma certamente la motivazione che ha spinto questa paziente a lasciarti è scarna.
    Non sono proprio d'accordo, mi sembra che tu sminuisca molto la portata della scelta della paziente, che ha con ogni probabilità motivazioni molto profonde, sia nello scegliere di andare da una terapeuta "dello stesso orientamento sessuale", sia di abbandonare la precedente. La motivazione potrà sembrare banale ma penso che dietro la scelta di un terapeuta "simile" ci sia molto, e, con ogni probabilità, sia proprio un tema centrale nella vita del soggetto.
    Quando un paziente abbandona la terapia, per quanto banale possa sembrare la sua motivazione, c'è sempre una causa riconducibile al funzionamento della diade terapeutica, a volte non interpretata o comunque troppo grande per essere affrontata in quel momento da entrambe.

    Un saluto
    gieko

  7. #22
    ninfaverde
    Ospite non registrato

    non dicevo questo..

    Non credo che una persona debba cercare nel terapeuta un compagno di sventura, ovvero colui che si trova nella stessa barca. La diade terapeutica e l'alleanza sono elementi che prescindono dalle condizioni di vita similari: per trattare un omosessuale non devo essere necessariamente omosessuale, o meglio posso costituire un'alleanza migliore rispetto ad una diade composta da due omosessuali. Questo intendevo dire.. La professionalità non dipende dai nostri orientamenti e questo dovrebbe valutarlo molto bene il cliente che si orienta verso un omosessuale come lui.

  8. #23
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Non si può che essere d'accordo con te, se si parla di alleanza a livello di consapevolezza. Il problema è che questi "ragionamenti" non valgono a livello inconscio, dove si può invece stabilire un'alleanza collusiva, come probabilmente è avvenuto in questo caso, in base alla "similarità" dell'orientamento sessuale. Potrebbe essere, per ipotesi, proprio il non aver colluso con questa dimensione ma, eventualmente, il non averla portata alla luce interpretandola, che ha fatto sì che il paziente cambiasse terapeuta.
    gieko

  9. #24
    ninfaverde
    Ospite non registrato

    ma..

    Il punto è proprio questo: spesso il paziente sceglie il terapeuta con l'istinto e l'impulsività, non con l'accuratezza e la ponderazione che una scelta così importante per la propria vita dovrebbe comportare.

  10. #25
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Non la penso esattamente così. Penso che i pazienti, inconsciamente, "scelgano" sempre accuratamente il terapeuta, nonostante le giustificazioni razionali possano essere "superficiali". Paziente e terapeuta si "scelgono" sempre in base ad una reciproca funzionalità inconscia, quindi difensiva. Penso che questo sia assolutamente normale e che accada sempre. è poi la successiva possibilità di interpretare questa funzionalità, osservando il transfert e il controtransfert, che fa sì che l'analisi proceda e ci siano dei cambiamenti di livello e di struttura.

    Ho l'impressione che la non accuratezza e ponderazione con cui i pazienti scelgono il terapeuta sia più da riferire al terapeuta stesso che non riesce a cogliere le dimensioni collusive nella diade e ad interpretarle. In questi casi la relazione arriva all'impasse e all'abbandono della terapia da parte del paziente.

    Non voglio dare l'impressione che sia sempre colpa del terapeuta (il che poi rimanda anche alla teoria che segue e alle chiavi di lettura che utilizza...) perchè penso che questi fenomeni collusivi, soprattutto quando non si ha molta esperienza, siano talmente comuni e profondi che non è sempre facile coglierli. Penso che, però, l'analisi personale e la supervisione servano proprio ad "allenarsi" a portare un "terzo sguardo" su di essi per poterli cogliere sempre più prontamente.
    gieko

  11. #26
    ninfaverde
    Ospite non registrato

    penso..

    Hai sicuramente ragione riguardo alla maggiore responsabilità sociale ed etica del terapeuta, perchè di fatto è lui il professionista che dovrebbe saper cogliere gli spunti e le potenzialità germinali del rapporto duale. Purtroppo sono molto sfiduciata nella capacità generalizzata di farlo, per cui ritengo che anche il paziente debba collaborare attivamente nella comprensione della collusione. In termini molto grezzi, il paziente è una sorta di acquirente di una prestazione e deve stare attento affinchè la prestazione possa essere sufficientemente adeguata al suo modo di essere. Il gioco che si innesca a due dipende da entrambi e la tutela del paziente vorrebbe che si desse maggiore potere decisionale al paziente stesso, in quanto agente del suo cambiamento e non passivo oggetto di lavoro. Ciò è possibile se lo si rende più informato riguardo ai rischi di una cattiva scelta, che può precludere molte strade future e persino distruggere la vita.

  12. #27
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Scusate se intervengo. Forse sto proiettando, ma ho l'impressione che negli ultimi post si stia facendo strada un'atmosfera di "controllo", di "ricerca di sicurezza" di "pretesa di certezze" che mi pare incongrua parlando di psicoterapie e, soprattutto, di psicoanalisi.
    Sono d'accordo che il paziente sia "acquirente di una prestazione",ma mi chiedo:

    a) quale parte del paziente?
    b) di quale prestazione?

    Perché penso che in gioco ci siano livelli di coscienza molto differenziati, e quel che vale ad un livello non vale nell'altro.

    Che il paziente sia agente del suo stesso cambiamento è cosa che mi trova d'accordo, così come mi trova d'accordo il dargli maggior potere decisionale. Ma questo siggnifica anche accettare che il suo potere decisionale si esprima nell'interruzione di un'analisi e nella ricerca di un altro/a terapeuta. Non è che possiamo considerare autonomo il paziente solo quando fa quel che ci piace.
    Quanto ai rischi di una cattiva scelta, la scelta la fa il paziente, quindi ne sopporta anche i rischi e le conseguenze.

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  13. #28
    ninfaverde
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    penso..

    Ciao Willy, mi trovo d'accordo con te su alcuni punti, ma penso che sia importante diffondere nella nostra società una cultura psicologica tra i vari strati della popolazione disagiata e non. Il fatto che un paziente cambi terapeuta di per sè non è giudicabile, perchè dovremmo conoscere le circostanze, ma mi è sembrato di capire dalla discussione già avviata che in questo specifico caso la scelta era stata guidata da una somiglianza con il terapeuta. Da lì è partita la mia obiezione al fatto che una scelta guidata principalmente da questa componente sia stata ponderata con la dovuta cautela. Sono contro le psicoanalisi di anni ed anni, comunque definite da obiettivi terapeutici controversi e sfumati. Sono per la chiarezza e un approccio orientato al presente, per cui ritengo che una forma di controllo possa sia costituire per lo psicologo un riscontro del suo operato, sia una tutela per il paziente, che affida la sua salute mentale nelle mani di uno sconosciuto. Purtroppo sottolineare l'indefinitezza della psicoterapia ha portato per decenni a legittimare ogni tipo di sconvoniente modalità di entrare in contatto con il paziente e di utilizzare ogni sorta di metodo, a prescindere dalla considerazione di ciò che effettivamente fa bene a quella persona con quelle peculiarità e caratteristiche. In ragione di quanto esposto, non sono d'accordo sul rifiuto di un controllo e ricerca di maggiori sicurezze. In fondo la ricerca psicologica non sta mirando proprio ad un livello più elevato di scientificità?

  14. #29
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Credo che willy sottolinei un punto specifico, cosa che ho cercato di fare anche io: tra paziente e terapeuta sono presenti livelli di coscienza diversi.
    Il ragionamento di ninfaverde sembra che manchi della nozione di inconscio. Potrebbe essere a causa di un orientamento teorico differente, cosa che rispetto. Tuttavia mi sembra che in questo caso e nella generalizzazione che si sta operando (perchè un paziente abbandona la terapia?) la nozione di inconscio sia preziosa e possa potenzialmente aiutarci a capire meglio cosa può avvenire, almeno all'interno di un orientamento psicoanalitico. E questo anche in virtù del fatto che hai voglia a spiegare ad un paziente i rischi, aiutarlo a soppesare scelte, a ponderare... e non c'è diffusione culturale che tenga. Questo perchè non si ha a che fare con la sola razionalità. I pazienti lasciano la terapia ammettendo addirittura di fare uno sbaglio: se ci fermiamo al livello razionale rischiamo di non capire le dinamiche sottostanti a tale decisione - e quanto ci siamo invischiati anche noi.

    Per quanto riguarda il resto non mi sembra che la psicoanalisi abbia obbiettivi terapeutici così "controversi e sfumati" e che la sua "indeterminatezza" abbia "portato a legittimare ogni tipo di sconvoniente modalità di entrare in contatto con il paziente e di utilizzare ogni sorta di metodo, a prescindere dalla considerazione di ciò che effettivamente fa bene a quella persona con quelle peculiarità e caratteristiche". Se la pensi così ti chiederei di argomentare meglio la tua posizione, di modo da capire cosa intendi.
    Non penso, infatti, che si faccia una analisi di più anni solo per un capriccio o per una "fumosità" negli obiettivi degli analisti, ma per ben altri e più importanti motivi: un cambiamento strutturale necessita di molto tempo.

    Non confonderei infine la ricerca e la scientificità con l'utilizzare un approccio "orientato al presente" e che proponga al paziente dei programmi da "ponderare". La ricerca è una cosa (e peraltro la si fa anche in psicoanalisi) la clinica è un'altra: sono utili l'una all'altra ma non sovrapponibili e non mi risulta di dati che univocamente dimostrino quali siano le psicoterapie più efficaci da proporre ai pazienti.
    gieko

  15. #30
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    "Un cambiamento strutturale necessita di molto tempo"

    Perchè? Quali argomentazioni? Quali prove?

    Mi sembra tanto il motto che "il tempo cura le ferite".
    Forse vero, ma assiomatico.
    Laddove rientra nella cura, dovrei pormi qualche quesito in più non appoggiandomi a sua maestà "l'esperienza", mia o altrui che sia.
    Di esperienze ne facciamo tutti, di conclusioni comuni poche.
    Il rimando alla teoria, al di là di metafore "barbose" (e qui mi riferisco a quella nota freudiana), è irrinunciabile.
    Personalmente nè ho, nè mostro così tanto rispetto nei confronti di molti indirizzi teorici - terapeutici: la filosofia dell' "anything goes" non mi ha mai entusiasmato, specie quando coperta dall'autorità del titolo. Non è quello che fa gieko, s'intende. Il punto è che mi sento di dire che sopporto male la convivenza di "etichettamento" al di là del mantello del rispetto quando non dell'obbligo all'albo.
    Qui lo posso dire: non rispetto molte teorie, di conseguenza ancora meno chi le sostiene (limitatamente a quell'ambito).
    Che poi in terapia "qualcosa" funzioni è un altro discorso.
    Sarà per questo che non raramente sento dire dal "senso comune" cose molto più interessanti di quante ne leggo, argomenti specialistici compresi.
    E' un pensiero in parte disgiunto dalla discussione, la mia intenzione è solo quella di "polemizzare": un buon inizio per disvelare, o quanto meno per giustificare le ovvietà.


    Santiago
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

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