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  1. #16
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di ziogargamella
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    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Ho apprezzato l'intervento di el loco perchè a mio parere sottolinea un aspetto importante ovvero quello della condivisione dell'esperienza con il paziente e della possibilità di un incontro profondo, che vada molto oltre la diagnosi, utile solo fino ad un certo punto. Secondo me evidenzia come si possa correre il rischio di voler etichettare per avere dei riferimenti che ci aiutino, ma che sono riferimenti NOSTRI.
    Me lo si perdoni ma è ciò che sento molto proprio nel post di ziogargamella. Anche ammesso che il nodo centrale sia l'autostima (cosa discutibile, perchè ci sono elementi di organizzazione delle patologie alimentari più spiegativi, e l'autostima è solo una rappresentazione successiva. Ovvio che qui pesa la PROPRIA teoria), come possiamo saperlo a priori? Il freddo che sente la paziente magari non sarà il freddo della terapeuta, ma neanche solo quello legato alla sua termoregolazione alterata, cosa potrebbe rappresentare a livello presimbolico?
    Costruire con il paziente la situazione terapeutica non fermandosi a schemi eziopatogenetici che sono senz'altro utili e che dobbiamo avere in testa, ma che NON sono spiegativi di QUELLA persona, credo sia la base per poter lavorare insieme ad un cambiamento.

    Un saluto


    domanda iniziale è: quale diagnosi per?
    Dunque gli interventi successivi dovrebbero essere volti a offrire spunti di riflessione in questo senso e in questa direzione. Il fine di una diagnosi non è certo quello di collocare in modo rigido una persona ll'interno di una categoria ed "etichettare per avere dei riferimenti che ci aiutino, ma che sono riferimenti NOSTRI" (Gieko).
    Questo approccio diagnostico (etichettare) è assolutamente errato perchè spesso diventa spesso una etichetta che tende a schedare, e a volte addirittura rischia di diventare una profezia che si autoadempie, non rispondendo più alle finalità per cui è stata utilizzata. Questo NON significa allora che dati certi sintomi, data una certa anamnesi, dobbiamo far finta di non dover arrivare una diagnosi. Questa se non diventa una sterile etichetta è fondamentale per più ragioni; indirizza la scelta terapeutica sulla base di protocolli gia sperimentati, facilita la comunicazione tra operatori coinvolti nella terapia, rende possibile una prognosi in base all'andamento di pazienti con problematiche analoghe, permette di valutare l'efficiacia di un trattamento farlacologico o psicoterapeutico o integrato....
    In fase di diagnosi parlare del freddo avvertito dalla paziente in chiave metaforica (freddezza di sentimenti-di comunicazione-vuoto interiore etc) è quanto di più errato si possa fare. Poi in fase di terapia questo come ho gia detto può essere uno spunto interessante. In fase di diagnosi le elucubrazioni mentali sono solo dei forti rischi. Nello specifico, ritornando al caso della paziente in questione, dire che la sua sensazione di freddo è legata a "quello che sente nella sua psicologa (...) solo in attesa di potersi fidare, di sentire del calore nelle comunicazioni" (el loco) è solo, per utilizzare un'accezione usata da gieko per parlare di diagnosi, un "riferimento NOSTRO". Questa si che è una NOSTRA interpretazione del suo freddo. Peraltro scientificamente poco condivisibile, se è vero che tra i sintomi piu diffusi dell'anoressia vi è la perdita di peso, amenorrea e....intolleranza al freddo e continue sensazioni di freddo soprattuttoalle estremità. Le cose che ha detto il loco sono sue interpretazioni, non basate su dati di fatto. Ripeto, cose interessanti, utili, ma in questo momento inutili e fuorvianti. Appunto, riferimenti nostri, questi si sono i veri riferimenti nostri, le nostre interpretazioni. Che poi siano cose corrette può essere, ma non lo sappiamo, e non ci interessano nemmeno in fase diagnostica, fase che vedo viene snobbata.
    Se poi vogliamo parlare di filosofia della scienza e nello specifico della utilità della diagnosi allora è un altro discorso. Da questo punto di vista il mio modello è certamente poco medico e molto psicologico. Ma questo non significa bypassare la diagnosi. Solo considerare il fatto che a volte la suddivisione in categorie diagnostiche discrete rischia di ingenerare la falsa impressione che nel comportamento umano esiste una discontinuità. Appunto, categorie discrete. In ambito psicologico questo problema è ancora maggiore che in ambito medico, dove esiste infatti un continuum tra normalità e patologia, dove una diagnosi viene posta in base a fattori qualitativi oltre che quantitativi.
    ....questo non significa che allora i fattori quantitativi non contano, anzi. Le nostre interpretazioni pur buone e intelligenti che siano devono in questa fase essere messe da parte lasciando spazio ad una obiettività osservativa.

  2. #17
    Partecipante Esperto L'avatar di wundt_12
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    Sono pienamente in linea con il commento appena fatto da zio gargamella...
    Dobbiamo rispettare ciò ke di quantitativo abbiamo all'interno di una diagnosi senza rendere tutte le variabili "interpretabili". Quest'atteggiamento è pericoloso alla pari delle strette categorie del DSM. La difficoltà di una diagnosi pscicologica sta proprio nel restare in equilibrio tra questi due aspetti della realtà umana e psichica.
    Tra l'altro credo che questo è il tipo di atteggiemanto che permette alla categoria dei medici di definire la diagnosi psicologica "mera" come è stato fatto poche settimane fa.
    Sasi

  3. #18
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Carissimo ziogargamella

    In fase di diagnosi parlare del freddo avvertito dalla paziente in chiave metaforica (freddezza di sentimenti-di comunicazione-vuoto interiore etc) è quanto di più errato si possa fare.
    A me non pare. A patto che...
    Ci si ricordi la differenza tra una psicoterapia ed una psicoanalisi, e la differenza nella formazione di uno psicoterapeuta e di uno psicoanalista. Non intedo scomodare massimi sistemi, né mettermi a sostenere la "superiorità" di una o di un'altra forma di trattamento. Voglio solo ricordare che, per quanto ne so, per quanto imparo, per quella che è la mia formazione, la "diagnosi" serve solo a farci capire più velocemente tra professionisti. E che mi pare che, quando si pensa e si agisce in termini psicoanalitici, separare "diagnosi" e "trattamento" sia impossibile. Per alcuni motivi:
    a) Perché la diagnosi cambia con il procedere del trattamento. Quando un'analisi, o una psicoterapia, funzionano, alcuni sintomi scompaiono, altri possono apparire, si modificano strutture caratteriali. E tutto questo ogni giorno, seduta dopo seduta. Ci sono progressi e regressioni. Ogni volta il paziente che vediamo è in parte lo stesso paziente di prima, in parte no.
    b) Perché anche il "colloquio diagnostico" può (e spesso ha) effetti terapeutici.

    ....questo non significa che allora i fattori quantitativi non contano, anzi. Le nostre interpretazioni pur buone e intelligenti che siano devono in questa fase essere messe da parte lasciando spazio ad una obiettività osservativa.
    E qui io non riesco proprio ad essere daccordo con te. Può essere che io mi sbagli, e che tu abbia pienamente ragione. Ma non riesco a fare diagnosi come se stessi in un laboratorio chimico ad analizzare una pietra. La persona che ho davanti chiede, parla, piange, cattura la mia attenzione, mi fa provare gioia, o rabbia, o disgusto o noia. E la "diagnosi" la baso anche su questo. Ma ritorniamo, mi pare, alla differenza tra "psicoanalisi" e "psicoterapia". E mi pare che ci si debba sempre ricordare, quando si interloquisce con qualcuno, di quale sia il suo orientamento teorico. Gieko si sta preparando per essere uno psicoanalista, e vede il mondo attraverso una ottica che è sua, ma che non mi pare essere né peregrina né scorretta.

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  4. #19
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    Perdonami se insisto, ma più rileggo il tuo intervento e più mi viene voglia di intervenire...

    domanda iniziale è: quale diagnosi per?
    Come continua questa tua frase? con un ... per cosa? o con un ... per chi?

    Le cose che ha detto il loco sono sue interpretazioni, non basate su dati di fatto. Ripeto, cose interessanti, utili, ma in questo momento inutili e fuorvianti. Appunto, riferimenti nostri, questi si sono i veri riferimenti nostri, le nostre interpretazioni. Che poi siano cose corrette può essere, ma non lo sappiamo, e non ci interessano nemmeno in fase diagnostica, fase che vedo viene snobbata.
    Come se i riferimenti, le sensazioni,le emozioni che in noi suscita una paziente (o anche il semplice racconto di un incontro con una paziente) non fossero, a pieno titolo, "dati di fatto"! Se nella psicoterapia ciò che c'è in gioco è la soggettività, c'è da entrambe le parti (cinquanta e cinquanta, direbbe qualcuno del Ruolo ).
    Perché dunque dovrebbero essere (in questo momento, certo, solo che non si capisce bene in quale momento poi tornino ad essere importanti) "inutili e fuorvianti"? Inutili rispetto a cosa? Magari inutili rispetto alla classificazione di un essere umano come F306.54. Ma forse non così inutili rispetto al suo essere un essere umano singolare e unico. E neanche rispetto al NOSTRO essere esseri umani e non macchine diagnostiche.

    Non c'è nulla da snobbare. Solo da considerare all'interno di un punto di vista più ampio.

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  5. #20
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Ci sono due punti principali su cui non mi trovo d'accordo, come ha giustamente sottolineato willy, a causa di un approccio diverso alla fase diagnostica e a quella terapeutica in generale.

    Citazione Originalmente inviato da ziogargamella Visualizza messaggio
    Questo NON significa allora che dati certi sintomi, data una certa anamnesi, dobbiamo far finta di non dover arrivare una diagnosi. Questa se non diventa una sterile etichetta è fondamentale per più ragioni; indirizza la scelta terapeutica sulla base di protocolli gia sperimentati, facilita la comunicazione tra operatori coinvolti nella terapia, rende possibile una prognosi in base all'andamento di pazienti con problematiche analoghe, permette di valutare l'efficiacia di un trattamento farlacologico o psicoterapeutico o integrato....
    Nessuno ha detto che bisogna "far finta di non dover arrivare una diagnosi", è chiaro che una ipotesi diagnostica è utile e raccomadabile, ma questa può comprendere molti altri elementi oltre i "dati oggettivi" del sintomo. Certo, se la diagnosi è finalizzata all'applicazione di protocolli terapeutici validati (altro punto per me discutibile, ma non mi ci addentro, per il momento...) o simili, è comprensibile che l'attenzione agli elementi soggettivi non sia importante, col rischio di perdere informazioni molto importanti sulla persona e sulle sue modalità di funzionamento. Questo ovviamente non significa nè comunicarle al paziente, nè valutarle come dati oggettivi. Avere un'ipotesi, anche basata sui propri vissuti, vuol dire anche modificarla dopo le opportune verifiche. Non capisco in che modo potrebbero essere "fuorvianti" o addirittura "pericolose" come dice wundt.

    L'altro punto che noto nel post è la tendenza a non considerare, oltre alla dimensione "reale" del sintomo, al dato fisiologico - ad es. il freddo - il fatto che questo possa veicolare anche dei significati soggettivi per il paziente come per il terapeuta. Non è questione di negare il piano reale, quanto di potervi accostare una dimensione di significato psichico che esso potrebbe assumere, ovviamente condividendolo col paziente. E' chiaro che si produce un'interpretazione, ma se questa diviene un'ipotesi che si co-costruisce col paziente e non un'imposizione di un nostro punto di vista, si aprono spazi di lavoro estremamente utili.
    Magari mi sbaglio, ma questo punto di vista mi sembra che rimandi ad una divisione tra psiche e soma che porta ad avvicinarsi ad un modello medico (che non a caso tirate entrambi in ballo...)


    Un saluto
    Ultima modifica di gieko : 04-12-2007 alle ore 17.33.41
    gieko

  6. #21
    Partecipante Esperto L'avatar di wundt_12
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    Mio caro gieko la pericolosità a cui mi riferivo io era per quanto riguarda un atteggiamento completamente avversino nei confronti dei dati oggettivi perchè mi sono spesso trovato di fronte a colleghi che interpretavano la pur minima componente fisiologica.
    Io mi sono forse espresso male ma era mia intenzione portare a riflettere solo sul fatto che il perseverare in questo atteggiamento rende inutili le tante battaglie portate avanti verso i medici per dare validità alle nostre diagnosi. Qualche settimana fa sbirciando sul sito dell'ordine ho letto una lettera di non so quale presidente di categoria, ordine o professione che definiva la diagnosi psicologica "mera" e continuava dicendo che noi psicologi non eravamo in grado di effettuare diagnosi differenziale.
    Con questo lungi da me contestare il metodo psicanalitico o di chiedere di rendere tabula rasa la nostra mente per diventare macchinette da diagnosi. E' ovvio che quello che avviene nella stanzetta con il nostro paziente/cliente fa parte di una relazione che mette in gioco entrambi i soggetti, con la propria mente e con la propria formazione personale oltre che professionale.
    Ultima modifica di wundt_12 : 04-12-2007 alle ore 18.23.09
    Sasi

  7. #22
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Citazione Originalmente inviato da wundt_12 Visualizza messaggio
    Mio caro gieko la pericolosità a cui mi riferivo io era per quanto riguarda un atteggiamento completamente avversino nei confronti dei dati oggettivi perchè mi sono spesso trovato di fronte a colleghi che interpretavano la pur minima componente fisiologica.
    Sono senz'altro d'accordo che l'interpretazione selvaggia è una sciocchezza.

    Citazione Originalmente inviato da wundt_12 Visualizza messaggio
    Io mi sono forse espresso male ma era mia intenzione portare a riflettere solo sul fatto che il perseverare in questo atteggiamento rende inutili le tante battaglie portate avanti verso i medici per dare validità alle nostre diagnosi. Qualche settimana fa sbirciando sul sito dell'ordine ho letto una lettera di non so quale presidente di categoria, ordine o professione che definiva la diagnosi psicologica "mera" e continuava dicendo che noi psicologi non eravamo in grado di effettuare diagnosi differenziale.
    Capisco che possa esserci questa preoccupazione, ed è giusto prenderla in considerazione. D'altra parte mi chiedo però perchè si senta sempre così tanto il confronto con il modello medico da cui, almeno a parole, ci si vuole emancipare. Se un medico dice che le diagnosi psicologiche non valgono un granchè, non capisco perchè dargli tanto peso e non pensare piuttosto che magari sta facendo affermazioni su un ambito in cui non ha competenze e che è basato su principi epistemici differenti. La validità delle nostre diagnosi non dipende dalla loro conformità con quelle mediche, quanto da una forte coerenza epistemica con la disciplina che è la psicologia clinica (anche se si apre il problema epistemico, ma non è il caso di parlarne qui).

    Un saluto
    gieko

  8. #23
    Partecipante Esperto L'avatar di wundt_12
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    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio


    Capisco che possa esserci questa preoccupazione, ed è giusto prenderla in considerazione. D'altra parte mi chiedo però perchè si senta sempre così tanto il confronto con il modello medico da cui, almeno a parole, ci si vuole emancipare. Se un medico dice che le diagnosi psicologiche non valgono un granchè, non capisco perchè dargli tanto peso e non pensare piuttosto che magari sta facendo affermazioni su un ambito in cui non ha competenze e che è basato su principi epistemici differenti. La validità delle nostre diagnosi non dipende dalla loro conformità con quelle mediche, quanto da una forte coerenza epistemica con la disciplina che è la psicologia clinica (anche se si apre il problema epistemico, ma non è il caso di parlarne qui).

    Un saluto
    E' per questo che dicevo che, come in qualsiasi altra cosa, c'è bisogno di buon senso. La giusta misura!
    Sasi

  9. #24
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di ziogargamella
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    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio

    Come continua questa tua frase? con un ... per cosa? o con un ... per chi?
    Come se i riferimenti, le sensazioni,le emozioni che in noi suscita una paziente (o anche il semplice racconto di un incontro con una paziente) non fossero, a pieno titolo, "dati di fatto"! Se nella psicoterapia ciò che c'è in gioco è la soggettività, c'è da entrambe le parti (cinquanta e cinquanta, direbbe qualcuno del Ruolo ).
    Perché dunque dovrebbero essere (in questo momento, certo, solo che non si capisce bene in quale momento poi tornino ad essere importanti) "inutili e fuorvianti"? Inutili rispetto a cosa? Magari inutili rispetto alla classificazione di un essere umano come F306.54. Ma forse non così inutili rispetto al suo essere un essere umano singolare e unico. E neanche rispetto al NOSTRO essere esseri umani e non macchine diagnostiche.

    Non c'è nulla da snobbare. Solo da considerare all'interno di un punto di vista più ampio.

    Buona vita

    Guglielmo

    buona vita anche a te.

    le sensazioni e le emozioni che il paziente suscita nel terapeuta hanno una valenza molto importante in terapia. Ma in terapia caro willi61. In fase di diagnosi contano fino ad un certo punto. In fase di diagnosi, e in questa fase siamo, dato che, ripeto, la richiesta inziale è "la mia pz è anoressica?" e non "come fare terapia alla mia pz anoressica?" contano maggiormente gli aspetti che ho menzionato prima. Che il freddo della paziente sia letto dal terapeuta come un possibile freddo a livello di rapporti, di comunicatività, è una interpretazione del terapeuta. A parte che, lo ripeto, a livello diagnostico questo dato non ci serve, xè ci servono una serie di sintomi che possono nell'insieme portarci ad un quadro *diagnostico* piu o meno definito, e il freddo che la paziente avverte lo è, dato che sappiamo che questo è uno dei sintomi frequenti dell'anoressia.
    Rimanendo sul freddo della paziente poi, e collegandomi a quanto ho detto circa una *obiettività osservativa* che tu hai sottolineato, faccio presente quanto detto da el loco:" non potrebbe essere che il freddo (che non c'è in realtà) di cui parla la paziente 19 enne e da cui si difende con maglioni spropositati sia quello che sente nella sua psicologa, freddo che viene e non me ne tiro fuori anche se ci lavoro da anni al mio"
    Voglio sottolineare l'ultima parte della frase detta da el loco "...anche se ci lavoro da anni al mio"
    Cosa voglio dire? che alcuni resoconti che il paziente ci fa, possono toccare dei punti che per noi sono particolarmente caldi, particolarmente sentiti, magari ancora dei nodi non risolti... "anche se ci lavoro da anni al mio". ..Sembra che il freddo della paziente in lui abbia risuonato e abbia acquisito una valenza di freddezza di rapporti e di comunicazione alla luce della sua esperienza, della sua lettura basata sui suoi temi di vita. Questo è normale, legittimo, ma in terapia. Dove vi è un confronto, dove è possibile costruire una rete di significati con il paziente alla luce della condivisione. Allora questi fenomeni di risonanza diventano importanti. Ma *non* in fase di diagnosi. Perchè sarebbe una cosa mia, non della paziente. Perchè la paziente ci riporta un *dato oggettivo*, il freddo che sente. Che questo venga letto da noi come freddezza di rapporti e di comunicazione, è una roba nostra, non della nostra paziente. E noi dobbiamo (e questo anche in terapia) metterci *dietro* il paziente, lasciare che sia lui a dare delle interpretazioni e dei significati ai resoconti che ci porta, altrimenti la psicoterapia la faremmo noi, non il paziente. Noi siamo li da supporto, per indirizzare, per guidare, non per mettere in bocca al paziente *cose nostre*. La risonanza è importante, ma deve esserci in primo luogo dentro di noi la consapevolezza che è una *roba nostra*. Vedo molto spesso che i *metodi* della diagnosi vengono scambiati con le *procedure* di una psicoterapia. Sono due mondi legati ma diversi e lontani.
    Ultima modifica di ziogargamella : 05-12-2007 alle ore 01.03.46

  10. #25
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    Ciao,
    io sono dell'idea che quando qualcuno pone una domanda, come premessa ci sia già una mezza risposta in mente.
    La domanda di Manuelas "la mia paziente è anoressica?" seguita da descrizioni sulle differenze di peso della ragazza nel tempo, del freddo, occhi lucidi e voce tremante, secondo me, non chiede (a noi utenti del forum) "aiuto" per definire una diagnosi, bensì una conferma dell'ipotesi diagnostica che ha premesso nel titolo.
    Per quel che posso immaginare in questo momento rispetto alla storia fono ad ora raccontata, potrebbe anche essere una ragazza Rom che si alza alle 5 di mattina e che giornalmente cammina 6 km, pranza con mezzo panino quando riesce a prendere 4 spiccioli e la sera si ritrova a far l'amore per 3 ore con suo marito e quindi ulteriore utilizzo di energie. Potremmo diagnosticarla anoressica una ragazza del genere?
    A mio avviso, i termini che vanno di moda in certi periodi ed in certi luoghi, vengono utilizzati troppo facilmente con il rischio poi che, come ricorda Ziogargamella
    indirizza la scelta terapeutica sulla base di protocolli gia sperimentati, facilita la comunicazione tra operatori coinvolti nella terapia, rende possibile una prognosi in base all'andamento di pazienti con problematiche analoghe, permette di valutare l'efficiacia di un trattamento farlacologico o psicoterapeutico o integrato....
    Manuelas, non mi sto riferendo personalmente a te, scrivo delle riflessioni in generale, anche per ricordarle a me stesso. Definire qualcuno o qualcosa genera degli effetti pragmatici su chi definisce e su chi è definito.

    Il "perdere peso" o "l'essere dimagriti" non è di per sè "sintomo" dell'anoressia, così come il sentire freddo o il presentarsi curati.
    Per dire.. anche i consumatori di cocaina e/o anfetaminici perdono peso, sentono freddo e si presentano curati..
    ciaociao

  11. #26
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    esattamente cosi accadueo , tutto è relativo. Il sintomo in sè non dice nulla se non è accompagnato da un ragionamento sulla sua semantica. ...questo però , come ho già detto, non significa che *dato* un sintomo *allora* dobbiamo interpretarlo sulla base di nostri schemi mentali, sulla base dei nostri temi di vita (cosa molto pericolosa e come ho visto frequente) e sulla base di interpretazioni che sono nostre e non co-costruite col paziente.
    Esempio concreto, un attacco di panico: può essere segno di una organizzazione fobica, o allo stesso tempo sintomo dissociativo nei quadri di disorganizzazione. Tutto è relativo e nulla ha un significato a priori. Tutto va costruito attrvaverso la relazione con il paziente. Purchè non ci si lascia prendere la mano da interpretazioni *personali*, che è un rischio che vedo moltoooo forte negli orientamenti psicanalitici dai quali mi dissocio *totalmente*.....e vaiii giu critiche ora
    Ultima modifica di ziogargamella : 05-12-2007 alle ore 10.25.34

  12. #27
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Citazione Originalmente inviato da ziogargamella Visualizza messaggio
    Tutto è relativo e nulla ha un significato a priori. Tutto va costruito attrvaverso la relazione con il paziente. Purchè non ci si lascia prendere la mano da interpretazioni *personali*, che è un rischio che vedo moltoooo forte negli orientamenti psicanalitici dai quali mi dissocio *totalmente*.....e vaiii giu critiche ora
    Sono certamente d'accordo, sono affermazioni che ho fatto poco sopra, è interessante che non le abbia riprese. Ad ogni modo il rischio di fornire interpretazioni personali credo sia proprio di tutti gli orientamenti (anzi, magari in psicoanalisi c'è l'analisi personale che aiuta molto a distinguere ciò che è proprio da ciò che è dell'altro...), sebbene a volte tenuto a bada da protocolli e diagnosi standardizzate. D'altra parte credo che una lettura personale sia inevitabile perchè nella relazione col paziente si è presenti con tutta la propria soggettività in quanto terapeuti. Partire da questo presupposto (che è il presupposto costruttivista) può essere di grande aiuto, in fase di diagnosi come in terapia. Anche perchè - e ricordo che nessuno ha parlato di interpretare un dato come il freddo che il paziente sente durante il colloquio conoscitivo... - potrebbe non esserci una distinzione così netta tra la consultazione e la terapia, e comunque sono sempre quelle due persone, paziente e terapeuta, che si incontrano e che "sentono" reciprocamente delle cose l'uno dell'altro, cose che vanno anche ben al di là del sintomo, ad un ascolto attento ed aperto. Questo è ciò che significa, secondo il mio punto di vista, co-costruire il processo assime al paziente.
    Quindi nessuna critica se tu non ti riconosci nella psicoanalisi, solo la precisazione che, di certo, non è psicoanalitico fornire interpretazioni selvagge, e che, probabilmente, c'è una visione superficiale di ciò che chi lavora ad orientamento psicoanalitico fa col paziente.
    Aggiungo solo che non vuol dire che l'interpretazione di el loco sia corretta, ma che potrebbe rappresentare uno spunto interessante emerso attraverso un suo vissuto su un aspetto relazionale tra paziente e terapeuta, così come potrebbe rivelarsi errato o estremamente più complesso. Sia willy che io abbiamo mi sembra piuttosto chiaramente sostenuto questo punto, cosa che d'altra parte fai anche tu.
    gieko

  13. #28
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    le sensazioni e le emozioni che il paziente suscita nel terapeuta hanno una valenza molto importante in terapia. Ma in terapia caro willi61. In fase di diagnosi contano fino ad un certo punto. In fase di diagnosi, e in questa fase siamo, dato che, ripeto, la richiesta inziale è "la mia pz è anoressica?"
    Qui io sono su una posizione diversa dalla tua. Provo a renderla più esplicita:
    - Per iniziare, non riesco a differenziare tra di loro la fase "di diagnosi" e quella "di terapia". Forse perché ancora non mi è capitato di vedere una persona per dei colloqui "diagnostici" e poi inviarla a un terapeuta. Magari, per te, questa è pratica più comune e quindi riesci a differenziare tra di loro queste due fasi. Non so. Io sono agli inizi e molte cose debbo ancora imparare. Ma mi piacerebbe discutere più a fondo le ragioni di questa distinzione, che io trovo difficile da effettuare.
    - In fase di "diagnosi", come del resto in fase "di terapia", la mia domanda è: "Chi è questa persona?", non: "Cos'ha questa persona?". Questa io la vedo come la differenza più grande tra il mio approccio ed il tuo. E non mi piace affatto la domanda "La mia paziente è anoressica?", perché un essere umano è qualcuno, non qualcosa. Perché ridurre la complessità di un soggetto ad una serie di sintomi non mi dice nulla. Perché, come sosteneva la mia vecchia tutor di tirocinio: "Ci sono i paranoici, ma ogni paranoico è paranoico a modo suo".

    Peraltro, non capisco bene come possano convivere assieme l'impostazione di differenziare tra loro fase diagnostica e fase terapeutica, o i richiami all'oggettività, e le frasi, condivisibili e molto belle, che aggiungi poi.

    Buona vita

    Guglielmo
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  14. #29
    Neofita L'avatar di simba111
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    Io credo che la tua idea di anoressia sia corretta, ma anche che sia prematuro affrontare questo argomento con lei. Devi seguire quello che lei ti dice; per ora lavora sui sintomi che ti porta ed è pronta a considerare come tali. Devi costruire un solido legame di fiducia altrimenti non si aprirà mai. In questa prima fase è molto utile indagare come vive, le sue amicizie, se fa sport e soprattutto quanto ed indaga molto sulla sua famiglia, chiedi informazioni sul legame coi genitori e su questi come coppia, spesso l'anoressia nasce da conflitti della coppia genitoriali latenti, Ciao ed in bocca al lupo!!!

  15. #30
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di ziogargamella
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    X gieko: io sono molto favorevole all’approccio costruttivista che tu citi, x questo motivo ritengo che le interpretazioni vadano costruite attraverso la relazione col paziente, attraverso un lavoro di condivisione, una costruzione condivisa di senso e significato. La mia posizione diventa però più rigida quando mi sembra di vedere che tale interpretazioni siano solo il frutto di una elaborazione del terapeuta basata su un dato di fatto che il paziente porta. Qui vedo un po’ il limite della psicanalisi rispetto appunto ad un approccio diverso come quello cognitivista e costruttivista, o se non vuoi usare la parola *limite*, il divario che separa un orientamento da un altro. A proposito di diverse interpretazioni e diverse costruzioni di significati tra orientamenti differenti, porto il sogno come esemplificazione. In psicanalisi mi pare di sapere che in base a precisi codici simbolici determinati elementi di un sogno vanno a costruire un certo significato. In psicoterapia cognitiva non ci sono invece codici predefiniti in base ai quali un certo elemento significa che “..”, perché il suo significato viene discusso e *costruito* attraverso il dialogo e l’interazione con il terapeuta, che aiuta il paziente a trovare un perché, una collocazione, un senso, e una semantica di fondo. In questo modo due sogni apparentemente *identici* , fatti da due persone diverse, non essendoci un simbolismo precodificato come sfondo teorico, possono avere due significati profondamente diversi. Del resto lo stesso willi parla di unicità della persona. Questa esemplificazione mostra chiaramente come tale unicità attraverso questo approccio venga salvaguardata e tutelata. Bene, dal mio punto di vista questo è un altro limite della psicanalisi, il rischio che l’unicità della persona non dico venga persa, ma in buona parte sfumata. La presenza ingombrante di un terapetuta "onniscente", un rapporto terapeutico poco equilibrato tra paziente e terapeuta a favore di questo ultimo. E la cosa non mi stupisce se penso che la psicanalisi ha come cornice teorica, quantomeno per grande parte, le *intuizioni* certo suffragate da casi empirici del buon Freud, con tutto ciò che ne consegue. Con questo non voglio dire che uno è bene e l’altro è male. Ognuno, proprio per l’unicità di fondo che ci contraddistingue, può trovare ogni percorso affascinante più di un altro per i mille e più motivi che devono essere rispettati. E sono il primo a sostenere che una psicoterapia non va certo a buon fine perché si ha un orientamento piuttosto che un altro.

    Willi, il tuo secondo punto:
    Gia nel momento in cui tu dici “ci sono i paranoici, ma un paranoico lo è a modo suo” ti contraddici forse senza rendertene conto. Nella frase precedente a questa infatti tu scrivi “E non mi piace affatto la domanda “La mia paziente è anoressica?", perché un essere umano è qualcuno, non qualcosa. Perché ridurre la complessità di un soggetto ad una serie di sintomi non mi dice nulla”
    Portando questo tuo ragionamento alle sue naturali conseguenze non dovresti allora utilizzare la parola paranoico, che rimanda ad una categoria diagnostica. Certo, dici che ogni paranoico lo è a modo suo, ma questo credo vada da sé. Come fai allora a capire “che tipo di paranoico è?”, se dici che ogni paranoico è diverso da un altro? Attraverso la tanto vituperata diagnosi, si torna sempre li. Capisco che tu faccia confusione come hai scritto tra diagnosi e terapia. Io invece cerco sempre di fare una distinzione ben chiara, ma semplicemente per una questione di tutela del paziente. Se non so cosa ha, ergo, se non so che diagnosi abbia, non posso sapere se sono la persona adatta a dare cura a questa persona. Come sai infatti ognuno di noi, per sua forma mentis, per istruzione, per cultura, per pregiudizi, per disposizioni personali, sa di essere in grado di poter dar cura a certe tipologie di pazienti e non ad altre. O quantomeno dovrebbe saperlo. Per questo considero fondamentale non mescolare *mai* la diagnosi, o meglio, i primo colloqui di assessment, con quello che sarà, eventualmente, la psicoterapi.

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