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Discussione: Prescrivere farmaci

  1. #16
    Angelus
    Ospite non registrato
    ok...mi intrometto anche io e riporto un'esperienza vissuta sulla mia pelle.
    Indubbio che il 99% dei medici non ti chiede assolutamente una mazza quando ti dà qualche goccetta di valium e probabilmente se lo fanno è perchè nel 99,9% dei casi non succede un accidente.
    Quando sono stato da uno psichiatra per imposizione della mia scuola, tra l'altro, anche lui, come tanti, indubbiamente, ha fatto il barman, perchè ovviamente non si aspettava di avere di fronte un ragazzo di 16 anni che soffriva di cuore.
    E se mia mamma non avesse il vizio di leggere il foglietto delle medicine, se mia mamma non avesse alzato il telefono e detto al dottore "ehi, dottore, ma mio figlio ha un leggero problema al cuore, può prendere lo stesso le medicine?" potevo avere molto più di una "semplice complicazione".
    Ma non era mica responsabilità di mia mamma sapere che quelle medicine non le potevo prendere.
    Sono stato fortunato.
    Io faccio psicologia clinica.
    Sono a metà.
    Ho dato biologia e psicologia fisiologica (quasi diciamo ), l'anno prossimo darò psichiatria. E saranno gli unici 3 esami con una "vaga" attinenza con la medicina che farò.
    Io dico quello che ha detto mia: mi sento in grado di prescrivere psicofarmaci? No, non mi sento in grado, perchè se mi si presentasse di fronte uno con un determinato problema cardiaco, ad esempio, io non sarei in grado di distinguere quale farmaco sarebbe meglio per lui. Perchè non conosco la sua patologia. Non basta nemmeno conoscere di che è composto un farmaco, per prescriverne bisogna sapere anche delle malattie di chi ci si presenta di fronte.
    Il fatto che i medici facciano i barman lo vivo sulla mia pelle ogni volta che vado in un ospedale quando sto male, quando vado da un medico nuovo che mi prescrive nuovi farmaci e ogni volta che torno dalla farmacia devo mettermi seduto sulla poltrona a leggermi le controindicazioni.
    E non sono poche le volte che mi trovo a dover chiamare il medico e dirgli quello che in sostanza disse mia madre allo psichiatra.
    E parlo anche di semplici farmaci per il raffreddore o l'allergia.
    Io, onestamente, da psicologo clinico, che nel suo corso di studi ha fatto solo quegli esami di una qualche attinenza medica, non mi sento per niente pronto a prescrivere farmaci a qualcuno.
    Il fatto che loro lo facciano con tanta leggerezza, non vuol dire che ci dobbiamo prendere anche noi questa leggerezza, perchè resta un comportamento NON CORRETTO nei confronti di chi ci si presenta di fronte.
    Il medico che non si accerta se un paziente è in grado di prendere un farmaco o no, è un CATTIVO MEDICO. Se in molti fanno così vuol dire solo che ci sono tanti cattivi medici, non che anche noi psicologi possiamo prescrivere farmaci.
    almeno io la penso così.

  2. #17
    evaluna^
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da Angelus
    Il medico che non si accerta se un paziente è in grado di prendere un farmaco o no, è un CATTIVO MEDICO. Se in molti fanno così vuol dire solo che ci sono tanti cattivi medici, non che anche noi psicologi possiamo prescrivere farmaci.
    almeno io la penso così.
    esatto
    e poi vi prego, non facciamo di tutt'erba un fascio, voglio sperare che non tutti gli psichiatri siano così....io non mi sto facendo un cu per diventare un distributore automatico di medicine ...forse mi guasterò col crescere...

  3. #18
    Ospite non registrato
    Ciao a tutti! Leggendo il vostro interessante dibattito ho deciso di intervenire! Per quanto riguarda la prescrizione di farmaci da parte di psicotertapeuti specializzati e quindi non semplicemente di psicologhi, io sarei d'accordo; ovviamente dovremo sostenere degli studi o degli esami più specifici per quanto riguarda la farmacoterapia dei farmaci che a noi interessano con connessi i vari effetti collaterali, le controindicazioni ecc.. Ovviamente da parte nostra si tratterebbe di prescrivere solo i farmaci che regolano i neurotrasmettitori correlati con le varie patologie inerenti i disturbi dell'umore, d'ansia ecc.; quando questi disturbi sono tali da ostacolare al paziente lo svolgimento della psicoterapia e non solo, non vedo perchè non possiamo essere noi psicoterapeuti, con l'acquisizione delle conoscenze adeguate, a prescrivere un farmaco che in quel momento riteniamo opportuno per quel pz. Una cosa grave è che molti psichiatri si improvvisano psicoterapeuti e qui non vi è alcuna regolamentazione e non capisco perchè! Non trovo nemmeno corretto che semplici laureati in medicina possano accedere alle scuole di psicoterapia ma anche in questo caso non vi è alcuna regolamentazione(che so un corso propedeutico...). ciao ciao

  4. #19
    Secondo me il problema è che gli psicofarmaci comunque non agiscono solo e direttamente sul SNC...ma hanno effetti anche su altri distretti (pensiamo ad esempio agli effetti collaterali a carico dell'apparato gastrointestinale dei triciclici, o alla pericolosità degli IMAO in associazione a farmaci ad azione simpaticomimetica - li sapremmo riconoscere?- o a cibi ricchi di tiramina , agli effetti sul sistema endocrino dei neurolettici...) per cui non possiamo pensare di agire solo sul sintomo e basta...ci sono tante cose da tenere in considerazione su cui non siamo preparati...
    Sul problema degli psichiatri che si improvvisano psicoterapeuti ho detto anch'io la mia
    [“Tutte le lettere sono d'amore”]>>Yellow Letters

  5. #20
    giorgia10
    Ospite non registrato
    Io temo che il medico non tanto non si accerti della situazione clinica complessiva di un paziente quanto trascuri completamente quanto indicato nei famosi foglietti illustrativi. Se si dovessero considerare tutte, ma proprio tutte le controindicazioni, nessun medico prescriverebbe più nulla. Forse è anche per evitare la paralisi nelle cure che si comportano così.

    Per quanto riguarda i farmaci maggiori, tipo imao, litio, con forti limiti e possibili interazioni sono d'accordo che debba assolutamente esserci un follow-up medico. Ma sono convinta che per i "minori" basterebbe una buona preparazione che ci venisse data da esami ad hoc di farmacologia. In fondo il nostro iter formativo comprende tanti esami che non formano affatto e che danno solo una cattedra a qualcuno: perché non modificare la nostra formazione in una direzione più "medica"?

    C'è comunque molto su cui meditare e riflettere. Sugli psichiatri improvvisatisi psicoterapeuti sono d'accordo: mi viene in mente il caso di un'amica con un bel transfert in atto per uno psichiatra da cui era in cura e che, spinta purtroppo da me a parlargliene, perché pensavo sapesse gestirlo, si è limitato a darle un articolo sul transfert e a mandarla via.
    No comment.
    Ciao
    Giorgia

  6. #21
    Teniamo conto che nei foglietti illustrativi ormai sono segnalati effetti collaterali, interazioni e precauzioni d'uso relative magari a complicanze che si sono verificate anche solo una volta (questo per evitare problemi tipo cause legali, ecc) ma che nella pratica clinica si incontrano molto difficilmente...e teniamo anche conto che il foglietto illustrativo non è indirizzato al medico, ma al paziente...per il medico mi sembra ci siano libricini che riportano studi e cose varie, oltre a spiegazioni approfondite del meccanismo d'azione. Purtroppo, sia nel campo della psicofarmacologia che in generale, c'è una tendenza alle "prescrizioni selvagge"
    da: http://sopsi.archicoop.it/rivista/19.../casacchia.htm
    Negli ultimi venti anni, infatti, gli psicofarmaci sono progressivamente diventati una classe farmacologica di ampio utilizzo nella vita quotidiana di milioni di individui. Alla fine degli anni '70 il Valium (Diazepam) era il farmaco più prescritto al mondo. Breggin (1), nel 1991, riportava che negli Stati Uniti le benzodiazepine erano tra i farmaci più utilizzati e che 5-10 milioni di persone ogni anno venivano trattate con farmaci neurolettici. In Germania, nel 1981, 4 benzodiazepine figuravano tra i 25 farmaci più prescritti. In Italia, nel 1991, il Tavor (Lorazepam) è risultato il farmaco più venduto in assoluto (2). Da tali dati sintetici si può considerare l'importanza del fenomeno "psicofarmaci" per la medicina moderna.
    siamo tutti ansiosi?Tutte queste benzodiazepine sono prescritte nel modo giusto?

    Tornando al tema iniziale...quanto del desiderio di avere la possibilità di prescrivere farmaci al paziente è dato dalla volontà di fare il bene del suddetto e quanto da una sfiducia nei mezzi che, come psicologi, abbiamo a disposizione?Perchè questa necessità di una formazione più medica?
    Secondo me comunque dovremmo avere una formazione in farmacologia (o meglio, in psicofarmacologia) a prescindere dalla possibilità o meno di prescrivere farmaci, ma che formazione ci vorrebbe secondo voi per poterlo fare?
    [“Tutte le lettere sono d'amore”]>>Yellow Letters

  7. #22
    L'avatar di laura81
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    Ho letto con interesse questo dibattito e sono d'accordo con Mia.
    Ritengo che non sia necessario che lo psicoterapeuta somministri farmaci, ma d'altra parte sarebbe di certo utile e interessante integrare le conoscenze in ambito psicologico e terapeutico con una formazione in psicofarmacologia.
    Credo che il desiderio di avere la possibilità di prescrivere farmaci al paziente sia dovuto principalmente ad una sfiducia nei mezzi che abbiamo a disposizione e ben poco alla volontà di fare il bene del paziente stesso!
    La cura dei distrubi della sfera psichica è un argomento difficile, delicato e sul quale non basta una competenza generica, bensì una competenza specialistica. A mio avviso psicoterapeuta e psichiatra sono specialisti che concorrono in maniera diversa e congiunta all'obiettivo di cura del paziente: alla terapia psicologica può associarsi quella farmacologica... a quale scopo mettere nelle mani di un unico specialista un processo di cura così complesso ed eterogeneo?


  8. #23
    louis
    Ospite non registrato

    louis

    La non possibiltà di prescrivere credo sia un limite che prima o poi
    dovrebbe essere affrontato anche da un punto di vista istituzionale. Secondo me è più un problema 'politico' che qualcosa che non possa essere affrontato nella formazione dello
    psicologo. Con tutti questi corsi corsettini che l'università si inventa possibile che non si possa fare partire qualcosa di biennale o triennale solo per gli psicologi che vogliono acquisire tali conoscenze e renderle operative.
    I percorsi si potrebbero 'integrare' in molti modi e avere maggiore
    conoscenza non fa male. Certo non si può costringere achi ha una laurea a farsi sei anni di medicina , ma un paio di anni o tre molti si sentirebbero di spenderli.
    E invece questi parallelismi , questi percorsi che non si incrociano
    mai sembra il difetto di base ( ma politicamente voluto) del modo
    di proporre la formazione. O sei Pico della Mirandola o meglio
    ancora pico de paperis oppure mediamente limitato.

  9. #24
    LiIa
    Ospite non registrato

    quali interessi

    ovvia, mi pronuncio. il corso di laurea di psicologia non forma una perizia farmacologica.
    un semplice dato di realtà che secondo me non va vissuto come stigma di inferiorità o strumentalizzato per acuire stagnanti competizioni con i medici. Relativizzare l’esclusività o indiscutibilità del proprio intervento credo sia un esercizio sano, come qualcuno ha notato.
    Secondo me è importante focalizzare questo: quanto la questione “abilitazione” maschera una logica di “controllo” del pz ? Questa rivendicazione di “parità” operativa è semplicemente riconducibile al vacillare di una “credibilità” professionale? quanto opera nell’interesse della salute piuttosto che nell’interesse di categoria?
    trovo l’idea di inserire elementi di farmacologia più specifici nel corso di laurea di psicologia davvero auspicabile , non per dilatare il solco fra psicologi e medici e conferire una illusoria “sovranità” allo psicologo, per liberarlo dal giogo della “sudditanza” in virtù di malcelate rivalità con la categoria medica, tanto meno per rimuovere quel fastidioso dubbio fisiologico che accompagna ogni iter terapeutico, anche quello più specialistico. Semplicemente servirebbe ad avere più indicazioni per orientare il pz. o per inquadrare meglio ciò che egli riporta. lo psicofarmaco può essere un presidio terapeutico utile, anche se non è una soluzione prodigiosa, così come la parola può essere un fattore terapeutico altrettanto potente: nessuno dei due è concepibile come intervento “puro”e indipendente, cioè privo di implicazioni reciproche, né come in assoluto più valido dell’altro Non sarebbe male quindi conoscere a fondo i “meccanismi d’azione” di entrambi i fattori e soprattutto che significato assumono per il paziente e nella relazione con esso. sarà il pz a fornire importanti indicazioni e starà al professionista cogliere queste indicazioni e saperle gestire, ed eventualmente gestire la collaborazione con il medico o viceversa con lo psicologo. Il fatto che non abbiamo una competenza sufficiente per prescrivere i farmaci quindi non giustifica un nostro disinteresse in merito o un atteggiamento di discredito nei confronti di chi può farlo. Secondo me la pluralità di soggetti curanti non è disgregante in sé, penso anzi che in alcuni casi possa essere proficua. genera confusione al paziente quando è gestita male dai terapeuti coinvolti e strumentalizzata per screditarsi a vicenda.
    diversa è quindi l'argomentazione dello "sporcarsi le mani". C’è tutto un dibattito relativo alla natura della psicoterapia: alcuni, prevalentemente di scuola psicoanalitica “classica”, sostengono aprioristicamente che lo psicoterapeuta (medico o meno) debba evitare in ogni caso, quindi indipendentemente dalla patologia del pz, di “rompere” il setting con elementi “fuorvianti” o strumentalizzabili, come le “questioni farmacologiche” . Ma questa è una posizione teorica specifica, che non può essere data come massima assoluta, pena la reclusione ideologica.

  10. #25
    louis
    Ospite non registrato
    "Relativizzare l’esclusività o indiscutibilità del proprio intervento credo sia un esercizio sano, come qualcuno ha notato.
    Secondo me è importante focalizzare questo: quanto la questione “abilitazione” maschera una logica di “controllo” del pz ? Questa rivendicazione di “parità” operativa è semplicemente riconducibile al vacillare di una “credibilità” professionale? quanto opera nell’interesse della salute piuttosto che nell’interesse di categoria?
    "

    Credo che istituzionalizzare una categoria di 'frustrati' non vada
    molto nell'interesse della salute .... perchè 'frustrati' ?
    Non solo perchè non possono prescrivere farmaci ( è inutile negarlo che questa componente esista) ma proprio perchè è
    un lavoro di cui spesso non si comprendono i confini , e dunque
    può sconfinare nel lavoro del psichiatara del maestro di vita e del guru di turno ... laddove la psiche si allontana dal concetto di anima per diventare un concetto più tecnico non vedo perchè non
    si possa fare il passo successivo .. cioè rendere più consistente
    tale professionalità ...
    Faccio fatica ad esempio a comprendere perchè siano ancora tanti i giovani che si iscrivono a psicologia , quando alla fine fare medicina sembrerebbe il percorso che garantisce comunque maggior consistenza.
    Infatti cosa impedisce agli psichiatri di fare anche gli psicologi?

  11. #26
    LiIa
    Ospite non registrato

    comepermagia

    Intanto non mi risulta che lo psicologo sia irrimediabilmente un “frustrato”, non dipingerei a tinte così fosche la situazione. Sarò stata fortunata ma ho trovato persone che fanno questo lavoro con serietà e passione. Certo, esistono tante difficoltà insite a questa professione. esistono dei problemi reali a gestire alcuni interventi che dovrebbero essere articolati su vari livelli e coinvolgere tanti interlocutori. Esistono dei rischi nello stare a lungo termine a contatto con situazioni emotivamente stressanti. È un lavoro complesso. Tutto questo naturalmente può scoraggiare, può creare degli ostacoli apparentemente insormontabili, può deludere, può logorare. Ma non condivido né la tua “ingrata” analisi né i tuoi “espedienti”. Il concetto erroneo di partenza è quello che tenta di assimilare l’intervento psicologico al “medicinale”, ossia alla panacea universale ed indiscutibilmente efficace, al portentoso rimedio perfetto (ci risiamo). Nemmeno il farmaco lo è. Non è così, ormai lo sanno anche i muri, e non so chi ti abbia gabellato questa frottola . il fatto che l’intervento psicologico sia complesso, che coinvolga tante variabili, ed il fatto che non si fregi della definizione di scienza cosiddetta “esatta”, non significa che debba rinunciare a riferimenti di rilevanza. Se non può aspirare a concetti di verifica sperimentale tradizionali, può puntare a raccogliere tanti risultati analizzati sistematicamente.
    Io non penso affatto che un intervento che non si spaccia per miracolosamente risolutivo sia inconsistente, penso esattamente il contrario.
    Mi chiedi cosa impedisca allo psichiatra di fare lo “psicologo”. Dipende cosa intendi per “psicologo” (che non è psicoterapeuta e non è solo “clinico”) ci sono tanti campi applicativi (la prevenzione per esempio) per cui non è necessario prescrivere farmaci. A quanto ne so la specializzazione in psichiatria fornisce elementi di psicologia clinica e una approfondita preparazione di tipo biologico e farmacologico. Quindi a conti fatti direi che possa tranquillamente occuparsi di clinica come lo psicologo clinico, e che come lo psicologo clinico per fare psicoterapia debba frequentare una scuola di psicoterapia. Sia lo psicologo sia lo psichiatra quindi non possono improvvisarsi “psicoterapeuti”. Io ho scelto di non investire molti anni nell’acquisizione di quelle competenze che permettono di prescrivere farmaci ma di investire su altro, e personalmente non considero affatto lo psichiatra in quanto tale una specie di concorrente sleale…la mia idea che il corso di laurea di psicologia potrebbe potenziarsi e perfezionarsi non muove dal confronto con i medici.
    infine non so cosa spinga molti giovani ad iscriversi a psicologia, probabilmente loro stessi potranno chiarirsi le idee per strada. spero però che questo sia il segnale che non si lasciano troppo condizionare da una scadente logica competitiva.
    Ultima modifica di LiIa : 16-02-2004 alle ore 17.43.13

  12. #27
    Giurato di Miss & Mister OPs L'avatar di Parsifal
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    Non credo che il non poter prescrivere farmaci sia un problema particolarmente grave per gli psicologi.
    Il prescrivere farmaci è utile nella cura delle malattie mentali;molti campi della psicologia non riguardano la malattia mentale.
    E' più corretto,al limite,confrontare lo psichiatra con lo psicologo che si sia specializzato in una qualche forma di psicoterapia.
    Anche in questo caso il non prescrivere farmaci non è un limite particolarmente grave;chi voglia occuparsi in modo serio delle malattie mentali deve scegliere un metodo d'intervento preciso.
    A un depresso serve un esperto di farmacologia che gli dia un antidepressivo,e un terapeuta che modifichi i suoi processi di pensiero:ha bisogno di 2 operatori.Per molti disturbi,per fare un lavoro serio,ne occorrono anche tre che utilizzino strumenti terapeutici diversi.
    Lo psichiatra non è in grado di fare psicoterapia,a meno che non faccia una scuola apposita.
    E' anacronistico,ormai,pensare a un unico operatore che si occupi sia degli aspetti biologici che di quelli mentali della malattia.
    Chi vuole occuparsene dal punto di vista biologico è opportuno che studi medicina;uno psicologo non è preparato in questo campo.
    Chi se ne vuole occupare in senso psicoterapeutico è meglio faccia psicologia poi psicoterapia;occore anche considerare che gli psichiatri hanno una conoscenza discreta delle alterazioni mentali nella malattia,ma quasi nessuna dei processi mentali in sè,questo limita molto la loro capacità di comprensione dei pazienti da un punto di vista non biologico.

    Ho l'impressione che attualmente la volontà di estendere i propri campi di attività sia sbagliata;occorre puntare a una sempre maggiore specializzazione;accade così in tutti i campi della scienza e dell'istruzione.A maggior ragione riguardo a un tema complesso come la malattia mentale occorrono conoscenze perfette e relative a un'area molto ristretta,o si lavora male.
    Ultima modifica di Parsifal : 16-02-2004 alle ore 20.22.07

  13. #28
    louis
    Ospite non registrato
    "Il concetto erroneo di partenza è quello che tenta di assimilare l’intervento psicologico al “medicinale”, ossia alla panacea universale ed indiscutibilmente efficace, al portentoso rimedio perfetto (ci risiamo). Nemmeno il farmaco lo è. Non è così, ormai lo sanno anche i muri, e non so chi ti abbia gabellato questa frottola . il fatto che l’intervento psicologico sia complesso, che coinvolga tante variabili, ed il fatto che non si fregi della definizione di scienza cosiddetta “esatta”, non significa che debba rinunciare a riferimenti di rilevanz"

    Spiegami da dove evinci questo mio particolare amore per i famaci.. e come al solito non ce la fai a non partire con una lezioncina ...comunque grazie

    credo che i farmaci risolvino solo una sintomatologia
    florida e basta. L'intervento psicologico è fondamentale .. il problema è , perchè alcune professionalità possono fare tutte e due le cose e altre no.
    ... io facevo una osservazione molto più semplice ...
    ai più ... alla gente ..la figura dello psicologo appare semplicemente eterea ...a meno che non sia come dici tu uno psicoterapeuta ... vorrà dire qualcosa dunque dell modo
    in cui uno psicologo senta la sua profesionalità ?
    Io dico che non c'è bisogno di fare la guerra ai medici ... ma mi chiedo cosa impedisce agli psicologi di completare la loro professionalità ora come ora che l'università sforna corsi di formazione molto specialistici e molto fantasiosi , se non una
    cultura della salute che separa , probabilmente per questioni politiche.
    non credo debbano restare per forza separate le singole competenze , più uno può integrare più credo sia meglio ...
    tempo fa a bologna c'è stato un corso che metteva in relazione
    la psichiatria con i principi attivi delle piante erboristiche ... per capire se avessero una loro funzione dato che la chimica ha molte
    contro-indicazioni tra cui l'assuefazione e la dipendenza.
    Se funzionassero davvero , ci sarebbe credo una 'rivoluzione'
    in questo campo. E credo che gli psicologi troverebbero utile per il loro lavoro acquisire tali conoscenze ...
    Insomma è meglio una cultura che integri i due aspetti , piuttosto che considerarli separati ... in questo modo anche le le diverse
    professionalità colloquiano meglio a vantaggio del paziente laddove la 'frustrazione' del singolo può creare problemi.

  14. #29
    Postatore Epico L'avatar di Alessia Va
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    Secondo me non e' compito dello psicologo prescrivere farmaci, perche' se cosi' fosse non sarebbe piu' uno psicologo.
    Il suo scopo e la sua missione sono aiutare la persona che gli sta davanti a recupare e a guarire penentrando dentro se stessa e comprendendo dove si annidano le cause del suo malesse, un malessere che e' interiore prima che fisico.
    Se si servisse di farmaci per fare questo, tradirebbe se stesso.
    bacioni

  15. #30
    LiIa
    Ospite non registrato

    dottor Boh

    [QUOTE]Originariamente postato da louis

    alla gente ..la figura dello psicologo appare semplicemente eterea ...vorrà dire qualcosa dunque dell modo
    in cui uno psicologo senta la sua profesionalità ?


    A quanto mi par di capire, il problema di fondo a cui ti riferisci è l’ignoranza che circonda la professione dello psicologo, che contribuisce ad annebbiare il concetto di identità professionale dello psicologo di quella indistinta fetta di “gente” che citi, e che probabilmente determina quella sensazione di “inconsistenza”. Questo ha senz’altro del vero, una delle possibili cause è l’estensione delle aree applicative che impiegano lo psicologo. credo però sia una premessa insufficiente per ipotizzare la “crisi” dello psicologo realmente motivato. In altre parole non credo che quel po’ di ignoranza o di confusione che nella comune mentalità può circondare una professione, possa “frustrare” seriamente un professionista (quasi quasi lo immagino, allarmato dallo scarso “pubblico ascendente”, correre a tappezzare lo studio di diplomi, finti medicinali ed altri ameni articoli persuasivi…).
    Tanto per non sconfessare la vena di saccenteria che mi attribuisci, eccomi accorrere prontamente a dissipare le perplessità dei pragmatici avventori.
    Lo psicologo “fa” un bel po’ di cose, non necessariamente legate alla patologia mentale in senso stretto: può intervenire in momenti particolarmente critici che possono coinvolgere ciascuno di noi. può operare nelle scuole, nelle comunità, nei consultori, nelle strutture dove si fa consulenza. La lista potrebbe continuare, ma son certa che sei preparato in merito. spesso deve rivolgersi a vari interlocutori, perciò un requisito importante è la disponibilità a lavorare in equipe.
    Uno psicoterapeuta, che ha proseguito doverosamente il suo iter formativo in tal senso, interviene nei casi in cui può essere utile, a volte imprescindibile, lo psicofarmaco. in questo caso è necessario che Conosca lo psicofarmaco in modo abbastanza preciso, per capire appunto, quando si rende necessario e cosa può comportare. Una cosa è avere una conoscenza abbastanza precisa del farmaco e delle sua indicazioni (conoscenza che il corso di l. di psicologia secondo me può potenziare) altra cosa è capire cosa significa per il pz. altra cosa ancora, è prestare una assistenza medica specifica, per cui sono necessarie competenze più vaste. Quindi, a meno che non si opti per un corso di laurea in psicologia ventennale (che preveda magari anche una decina di insegnamenti di filosofia, di diritto e quant’altro) non vedo perché non usufruire della competenza medica dei colleghi psichiatri. E non vedo bene come questo possa promuovere una “cultura della separazione”, anzi. Ripeto: l’ “integrazione” è un concetto che va bel al di là del senso letterale: non corrisponde banalmente a riassumere in una sola persona qualsiasi atto terapeutico. può passare attraverso una buona collaborazione: se viene gestita bene, e il pz non è mollato a se stesso di fronte a due interlocutori puerilmente “gelosi” della propria “autorità”, i due interventi possono essere adeguatamente “integrati”. Ciò che nella realtà rende difficile questa “integrazione” non credo sia in sé l’esistenza di uno psicoterapeuta e di uno psichiatra che si occupano del pz, quanto le fantasie di onniscienza, gli agonismi o i dogmi ideologici che ostacolano la cooperazione.

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