Mi ero ripromesso di non intervenire in questo thread ma solo di leggere le vostre opinioni.
Faccio un'eccezione per il tuo intervento perchè vorrei dissipare quello che credo sia un equivoco di fondo.
Vedi, non è assolutamente questione di essere indifferente perchè penso che nessuno lo sia di fronte al dolore degli altri: sicuramente non io, ma credo che lo stesso valga per gli altri amici che sono intevenuti.... Il punto è un altro: se sia lecito continuare a vivere, ridere e scherzare PUR in presenza di un dolore così forte...L'ho già scritto e non voglio inutilmente ripetermi, sono tutt'altro che indifferente di fronte alla tragedia attualmente in atto: non voglio assolutamente sbandierare ridicole benemerenze, ma, insomma, ho già dato il mio contributo e, se necessario, altri ne darò in futuro. Non mi reco personalmente sul posto per dare una mano ( ammesso che mi fosse possibile arrivarci... ) perchè non sarei utile, anzi solo d'intralcio all'opera dei soccorritori organizzati.
Poi, certo, il grosso del lavoro deve farlo lo Stato a cui, come tanti altri, verso annualmente, una somma considerevole come tasse ANCHE per far fronte a situazioni di questo genere.
Il punto, ripeto, non è questo: mi rifaccio nuovamente alla mia esperienza di medico perchè, come ho già scritto nel mio primo post, vorrei allargare il discorso dal caso contingente del terremoto in Abruzzo: quando capita un'emergenza, un dramma, una situazione brutta che riguarda un mio paziente, IO DO L'ANIMA per aiutarlo, nei limiti delle mie possibilità, tutto sono fuorché indifferente al suo dolore ( sia in senso reale che figurato... ). Ma quando chiudo il mio studio ( e, prima, quando uscivo dall'Ospedale... ) io stacco, DEVO staccare: rido, gioco, scherzo, cazzeggio, mi diverto. Perché per me il contatto con il dolore non è una tantum, ma affare pressoché quotidiano... E non sarei di nessuna utilità ad alcuno ( anzi: diventerei, probabilmente, un peso per la Società... ) se mi annientassi nella depressione più profonda con quel processo di empatia universale che la tua psicologa, giustamente, rimprovera a te.
Certo, per molte di voi probabilmente non è così, il dolore altrui non è esperienza quotidiana ( anche se lo sarà se e quando, come vi auguro, lavorerete come psicologhe a contatto con la sofferenza peggiore, quella dell'anima... ).
Ma come è stato giustamente evidenziato ( anche da me, peraltro... ) questa partecipazione così intensa al dramma dell'Abruzzo è frutto solo della TV che ce lo porta in casa e ce lo sbatte in faccia con l'evidenza dei 32 pollici...
Ma drammi di questo tipo, e anche peggiori, ce ne sono continuamente nel mondo, solo che non arrivano nelle nostre case attraverso la tv...
E quando qualcosa non riesce ad arrivare sul maledetto teleschermo, semplicemente non esiste, non ce ne accorgiamo neppure e siamo completamente indifferenti ( lì sì...

)ad esso.
Nel tempo che hai impiegato per leggere questo mio intervento fino a questo punto, nel mondo sono morti 100 bambini di fame ( di fame, si di fame, e nei pochi minuti che hai impiegato a leggere fin qui... ): ma tu, giustamente, non impazzisci di dolore per questo perché è "normale"... E perché non c'è la TV che te li mostra morire lentamente di inedia uno per uno...
E allora quel è il senso di questo mio intervento ( e di quello che lo ha preceduto )? Che non bisognerebbe essere indifferenti MAI, che bisogna fare tutto quello che è in nostro potere per aiutare gli altri ( poco, pochissimo per i drammi più grandi di noi; molto, moltissimo per alleviare le sofferenze di chi ci sta intorno... ), ma che abbiamo, non solo il diritto, ma il DOVERE di vivere...
Finché ne avremo la possibilità, visto che, come è evidente, queste stesse tragedie, in una forma o nell'altra, prima o dopo capiteranno anche a noi.