Già, allora preferisco La Ginestra di Leopardi, se mi è permesso...... e a capire come un cactus possa anche essere superiore ad un essere umano, perchè nonostante la sua "vita" sia piena di spine cresce rigoglioso in un ambiente ostile.
Già, allora preferisco La Ginestra di Leopardi, se mi è permesso...... e a capire come un cactus possa anche essere superiore ad un essere umano, perchè nonostante la sua "vita" sia piena di spine cresce rigoglioso in un ambiente ostile.
Caro daimon; sacrificio come - e lo specifico anche nel post - la capacità di rinunciare al proprio tempo e a qualche risorsa economica affinché possa esserci una continuità di cultura, affinché sia solida e non frammentaria; tuttavia questo rimanda ad altro ancora. Rimanda alla possibilità di creare anche una storia della cultura all'interno di una famiglia; io non oso immaginare i miei figli, un domani, come possano risfogliare le pagine dei link che io ho visitato (e quindi farsi un'idea di chi sia stata la loro madre). Con tutto il rispetto, per nulla al mondo cambierei i miei giorni trascorsi a sfogliare libri nella biblioteca del nonno e a leggerne note scritte rigorosamente a matita... che ponevano interrogativi. Ecco, questo intendo per sacrificio - non ho parlato di difficoltà (come tu lasci intendere, e mi pare che sia un'altra cosa ancora): ma di sacrificio.![]()
Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero
Sono d'accordo e ti dirò di più, penso che, più che alla morte in termini stretti (forse anche ma per altri versi), sia all'esistenza che si attacca il paradosso della fede in Kierkegaard; ad una vita così viva e incontrollabile da generare un'angoscia costante che soltanto con la fede stessa può venire placata - ecco che l'uomo si lega a Dio (e non credo che il concetto in questione sia molto distante dai giorni nostri nel caso di molti Fedeli). E questo accade perché la vita ci pone davanti strade da scegliere che sono molteplici e oscure, ed è proprio grazie a questa intrinseca oscurità, a questo ignoto, che l'uomo rifugge in qualche modo se stesso e la possibilità di effettuare le scelte; per non errare, per paura di ciò che potrebbe essere, proprio in quanto tutto potrebbe essere - e non dimentichiamo che questo fu anche il modo in cui visse il filosofo: rifuggendo l'amore e i legami (di cui, se non erro, avrà rimpianto per tutta la vita); rifuggendo continuamente le scelte con l'augurio di scongiurare catastrofi - se così si può dire. Quindi non solo la filosofia o l'esercizio ad essa connesso, ma soprattutto lo studio della vita stessa del filosofo è un insegnamento profondo perché dimostra/esplicita - proprio nel caso specifico della disciplina in questione - le relazioni, i nessi profondi tra la strutturazione psichica (intuibile attraverso gli scritti, quindi i desideri, i terrori) e quelle che furono poi le sue scelte "inevitabilmente condizionate" ...come alcuni eventi cruciali della vita in questione.
E questo al di là di quello che può essere il rapporto tra religione e filosofia,
ma piuttosto, come dicevamo inizialmente, tra filosofia e psicologia.
La questione della morte è ancora più delicata, sebbene condivida tutto quello che hai scritto. Quel che vorrei dire, ecco, per quanto nessuno di noi sia filosofo (forse dentro lo siamo un po' tutti, bisognerebbe solo trovare il coraggio di rompere certe barriere); mi piace pensare che qualcuno abbia colto la mia riflessione - in questo caso tu - e che abbia avuto una briciola di interesse nello spendere una parola in merito (si parla di così tante cose, si sprecano così tante parole, che non averne una per la morte o anche per la filosofia, a me sembra un'offesa). Del resto, anche questi dialoghi, belli o brutti che siano, regalano attenzione ad una cosa che prima c'era ed era ben viva, ma che oggi, ahinoi... lentamente sta scomparendo.
E non vedo cosa possa esserci in queste discussioni, di male... inutilità?
Bisognerebbe prima chiedersi, però, da quante Inutilità siamo circondati ogni giorno.
Sulla questione morte tornerò poi, adesso scappo in analisi. Grazie per la gentile interazione Modeler.![]()
Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero
Il senso del mio discorso è che quando leggo o approfondisco un argomento che mi piace non rinuncio al mio tempo, bensì lo impiego in un modo che mi soddisfa maggiormente rispetto ad altre attività, e quindi non è un sacrificio inteso come sforzo causato dal rinunciare a qualcosa (non ho parlato di difficoltà).
Ho pure un grande rispetto per i libri, che compro e leggo (perlopiù saggi) regolarmente ormai da molti anni senza che ne sia più obbligato da esami.
Ultima modifica di _daimon_ : 02-11-2009 alle ore 18.41.41
Daimon, posso aver frainteso il tuo discorso, non lo so, forse. Opportuno sarebbe specificare che il mio discorso non è rivolto a te in quanto daimon-carente-di-passione per la cultura, e neppure a me che il tempo di sottrarre momenti utili allo Svago per dedicarli alla cultura, lo trovo. Non necessariamente mi pesa nel senso che intendi tu, ma in un altro, e te lo spiego (il mio discorso era comunque dedicato alla gente comoda e se non ti senti tale non vedo perché debba sentirti chiamato in causa). Personalmente amo avere del tempo in cui coltivare le mie passioni; amo la fotografia e mi diverto anche a scolpire e dipingere. Tuttavia si, quando sono in preda all'ispirazione artistica mi duole lasciare lo scalpello e prendere un libro di filosofia (ecco, certi vizi si pagano con il sangue del Sacrificio). Ciò significa che io, come probabilmente ogni essere umano, possiedo una scala di priorità: a me piace la filosofia, ma nella mia scala questa potrebbe venire dopo una mostra d'arte o di fotografia. Potrebbe. Sicché, non è detto che io faccia un sacrificio nell'apprendere una cultura Altra (filosofia) da quello che è il mio primo interesse (arte), ma che faccia piuttosto il sacrificio inverso, Ossia: rinunciare - saltuariamente - alla mia prima passione che già coltivo, per dedicarmi Anche alla filosofia che non è la mia prima passione, ma che io - pure - vorrei apprezzare [e di fatto, con sacrificio, lo faccio]. Questo è quello a cui io mi riferivo e mi scuso se non sono stata abbastanza chiara nel renderlo esplicito; adesso però mi resta un tarlo e riguarda te:
"Il senso del mio discorso è che quando leggo o approfondisco un argomento che mi piace non rinuncio al mio tempo, bensì lo impiego in un modo che mi soddisfa maggiormente rispetto ad altre attività, e quindi non è un sacrificio inteso come sforzo causato dal rinunciare a qualcosa (non ho parlato di difficoltà)."
1) non sai nulla di quello che non ti piace (che sarebbe tipico della gente comoda)?
2) o fai un Sacrificio e cerchi di combattere la tua ignoranza verso quello che non ti piace?
Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero
Si, hai proprio frainteso.
Non ti prendere pena, io non ce l'ho questo tarlo.adesso però mi resta un tarlo e riguarda te:
Esplicito meglio:1) non sai nulla di quello che non ti piace (che sarebbe tipico della gente comoda)?
2) o fai un Sacrificio e cerchi di combattere la tua ignoranza verso quello che non ti piace?
- mi piace leggere e approfondire determinati argomenti
- quando lo faccio non penso che sia una rinuncia
- leggendo ritengo di impiegare il mio tempo in un modo che mi soddisfa meglio rispetto ad altro
- la mia passione per la conoscenza mi spinge a comprare regolarmente libri e facendolo non penso di rinunciare a qualche spicciolo
- compro e leggo libri di Aristotele, Platone, Cicerone, Seneca, Nietzche, Jung, Wittgenstein, Russell, Wiener, Perelman, Stanislavksij, Strasberg, etc. etc.
Spero di essere stato più chiaro.
Riguardo al dare qualcosa ai figli, preferisco dargli il mio tempo e il mio affetto piuttosto che i miei appunti sui libri.
________________________
"Ars totum requirit hominem"
Theobain von Hogelande
Ultima modifica di _daimon_ : 03-11-2009 alle ore 10.54.03
Percarità, sono dell'opinione che sia necessario prendersi pena per ben altre cose - forse. In caso fosse proprio necessario nella vita prendersi pena per qualcosa (io non lo faccio quasi mai). Quanto alla tua risposta; non volevo una rassegna di quel che compri o che ti interessa, ma solo sapere se ti curi anche di quel che non ti piace, quindi a poco mi torna utile la tua risposta. Detto questo, sono convinta che l'affetto e la cultura sono due cose separate; e non vedo perché un genitore non possa fornirli entrambi - l'una non esclude necessariamente l'altra.
Per il resto, evviva la diversità.![]()
Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero
Che dire, mi sorprendi ... Prima avevi un tarlo nei miei riguardi, su una questione di poca importanza, cioè sul fatto che io non sapessi nulla di ciò che non mi piace, ed ora invece scopro che non ti prendi pena di quasi alcunchè nella vita ...
Eppure nella vita ci sono cose importanti per cui vale la pena di prendersene pena.
Ultima modifica di _daimon_ : 03-11-2009 alle ore 12.41.50
Voglio correggermi circa una cosa, con quelle parole non intendevo dire che la tua risposta non sia interessante, è comunque bello sapere che certi libri vengano ancora letti e siano motivo di interesse. Tuttavia quella risposta, nello specifico, non esaudiva le mie curiosità - ma nello specifico della mia domanda - qualche volta posso essere un poco brusca forse, e me ne scuso. Ma sai daimon, posso sorprenderti, anche negativamente se preferisci, e non me ne faccio un cruccio (sono fin troppo consapevole dei miei limiti), ma non mettermi in bocca parole che non dico: non ho mai affermato che tu non sai niente di quello che non ti piace, a mio parere esiste una bella differenza tra un punto interrogativo ed uno affermativo (non mi sarei mai permessa di Affermare cose che ti riguardano dal momento che non ti conosco). Ma se non riesci a notare la differenza che esiste tra questi due penso che tu debba prendere in mano altri libri, oltre quelli di filosofia (altrimenti finiresti per fraintendere la differenza che esiste tra le grandi domande dei filosofi, e le loro affermazioni).
Proprio perché ci sono cose importanti non mi prendo pena per gli scambi di opinione (dovrei?);
ti ricorderei che quasi non è sinonimo di nulla.
Detto questo, se hai altro da aggiungere penso sia opportuno farlo in privato (ho la vaga impressione che siamo in OT da un bel po').![]()
Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero
Ultima modifica di _daimon_ : 03-11-2009 alle ore 14.32.42
Dopo aver sventato una runaway evitando una escalation simmetrica dell'interazione, e dopo essermi accertato della "bontà"di alcune affermazioni, vorrei tornare al thread.
In merito ai contributi della filosofia alla psicologia o ancor di più alla psicoterapia, vorrei evidenziare ancora una volta il ruolo delle riflessioni sul linguaggio fatte da alcuni autori che benchè datate, sono ancora in grado di suscitare l'interesse di studiosi ed anche di clinici.
Ad es. Aristotele, con la Retorica, la Poetica e la Rethorica ad Alexandrum (anche se falsamente attribuita a lui) è oggi citato frequentemente in ambito relazionale e sistemico, e nel cognitivismo sia razionalista che post-razionalista.
Poichè inoltre credo, come Platone, nel valore pedagogico dell'interazione verbale, vorrei soffermarmi su un'altra opera di Aristotele, I Topici (in verità di difficile lettura, ma per la quale c'è una piacevole esemplificazione nei Parerga e Paralipomena di Schopenhauer), in cui vengono illustrate le tecniche dialettiche che si usano nelle dispute, che possono essere di aiuto per capire alcune tecniche di evitamento del confronto, come ad es. il fraintendimento o lo spostamento dell'attenzione su un aspetto irrilevante della argomentazione, ol'attacco (dialettico) sulla persona piuttosto che sull'argomentazione.
Sono tutte modalità che si riscontrano giornalmente ogniqualvolta ci siano scambi di opinione e ritengo importante che una persona ne diventi consapevole, sia di quelle proprie (per eventualmente correggerle) che di quelle dei propri interlocutori, sia per fronteggiarle od anche per non prenderle in considerazione.
Questo discorso vale soprattutto per chi fa della relazione il fondamento della propria vita professionale.
Anche perchè, come disse Socrate nell'Ippia Minore di Platone, potrebbe risultare migliore chi fa del "male" volontariamente da chi lo fa involontariamente.
Circa A. Schopenauer, ti riferisci al particolare libro "L'arte di ottenere......." in molte diverse situazioni con i 38 stratagemmi per il quale si rifece - vergognandosi un pò - alla retorica di Aristotele?
Quindi parlando dell'applicazione di certi "principi" alla psicoterapia, al differente utilizzo delle metafore, ad es.?
Ultima modifica di RosadiMaggio : 05-11-2009 alle ore 14.20.26
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
Si, il libro è quello che hai citato, ma si riferisce non alla "Retorica" di Aristotele bensì a "I Topici", cioè all'eristica, che è l'arte della disputa fatta in modo polemico, di cui non mi risulta che Schopenhauer se ne vergognasse.
La Retorica di Aristotele poi è maggiormente una retorica dell'argomentazione, un pò diversa da quella basata più sul "pathos".
Perelman (un logico), negli anni 40 se non sbaglio, nella sua teoria dell'argomentazione, ha operato una rivalutazione della retorica proprio riprendendola da Aristotele.
La retorica è poi uno strumento, che può essere usato pro o contro l'interlocutore, e in psicoterapia certamente puoi immaginarne l'uso.
I relazionali o sistemici se ne riferiscono continuamente, addirittura ultimamente nell'accezione sofistica che è fatta nella Rethorica ad Alexandrum.
Anche delle metafore, comunque ... principalmente al modo di presentare un'idea ...
Ultima modifica di _daimon_ : 05-11-2009 alle ore 15.08.44