vabbe non capite che anche loro sono esseri umani e facendo un lavoro dove l'emotività è coinvolta,sappi che non sono robot,sono umani e il fatto che siano psicologi non vuol dire che siano ummini da crolli emotivi!
vabbe non capite che anche loro sono esseri umani e facendo un lavoro dove l'emotività è coinvolta,sappi che non sono robot,sono umani e il fatto che siano psicologi non vuol dire che siano ummini da crolli emotivi!
Scusate se mi intrometto, ma penso ci sia modo e modo di esprimere il proprio coinvolgimento emotivo di fronte ad un paziente...penso che piangere sia forse un po' troppo...poi dipende da cosa intendi per piangere: occhi lucidi, una lacrimuccia o vero e proprio pianto...
E poi ci sarà un motivo se la terapia non può essere fatta con psicoterapeuti amici o che comunque si conoscono intimamente...è normale che si instauri un certo legame tra psicoterapeuta e paziente, ma instaurare un vero e proprio legame di amicizia non lo trovo per niente etico!!!
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infatti non è stato un pianto disperato.....è uscita una lacrimuccia,dove tralaltro io non ho avuto il coraggio di guardarla in faccia in quel momento,quindi come dici tu c'è modo e modo!
altra cosa,non ho mai detto che sia opportuno fare terapia con un amica!so che non funzionerebbe! ho solo chiesto se è contro il codice deontologico rimanere in contatto con la propria psicologa una volta finita la terapia ed eventualmente se è a discrezione del terapeuta togliere quei limiti che prima era opportuno utilizzare di modo che la terapia fosse funzionale.
Secondo me ti conviene lasciar perdere il discorso deontologico. Piuttosto, se hai qualche dubbio che ti è sorto durante la terapia, perché sempre di terapia si tratta, dovresti chiarirlo con la tua terapeuta, così avrai anche del materiale su cui riflettere (che sicuramente sarà più caldo, anche se meno rassicurante, di una banale, anche se necessaria, regolamentazione giuridico/deontologica).
Nessuno dice che lo psicologo debba essere "immune" rispetto al contagio emotivo, anzi,ben venga, per essere poi utilizzato col paziente, al fine di lavorarci e restituirgli qualcosa di buono...
insomma farsi coinvolgere ma non travolgere è una regoletta base che rende bene l'idea, non trovate?
Se poi il "sentire" dello psicologo rispetto al suo paziente va oltre e diventa un suo problema (é lui che piange, è lui che si innamora) direi che abbiamo oltrepassato la sana empatia e siamo su un terreno molto pericoloso....in fondo lo stesso Freud riconosceva che lavorare con la psiche è un pò come avere a che fare con materiale chimico...rischia di esplodere se non si usano le dovute accortezze! La prima delle quali è saper guardare dentro di noi e vedere "di che roba si tratta"...altrimenti si fanno solo danni!
ciao
ma in realtà,il mio caso non lo definirei innamoramento,anche perchè siamo due donne e siamo entrambe "regolari"!! ci siamo solo affezionate,e vi assicuro che il nostro rapporto è diventato molto piu sano rispetto ai primi mesi.Il fatto che io non piango praticamente mai è perchè non è la mia primaria valvola di sfogo,almeno davanti agli altri è cosi,a meno che non sono veramente stremata dal dolore.Si vede che lei sfoga cosi,ma anche io ero li li per piangere,ma ho avuto piu autocontrollo.Comunque è stato un pianto molto discreto,se non l'avessi vista con la coda dell'occhio prendere il fazzoletto forse non me ne sarei nemmeno accorta.
Il mio dilemma era solo che,secondo me non c'era niente di male a continuare il rapporto finita la terapia,anche perchè ne uscirei sana nel nostro rapporto,quindi era solo questo che mi chiedevo,tutto qui.
Per altri casi di innamoramento dovreste prendere piu in considerazione la storia di chi ha postato questo thread.
Io sinceramente non mi pongo neppure il problema. L'amore e l'amicizia sono cose così rare che quando li si incontrano l'unica cosa sensata è accettarle.
Ovviamente lo psicologo dovrà o posticipare l'esternazione dei suoi sentimenti, sempre che ne sia in grado e che non sia una forzatura eccessiva, oppure molto più facilmente indirizzare il/la proprio/a amico(a)/amante da un altro piscologo.
E poi ovviamente....impostare la sveglia a 730 giorni di distanza così ci si ricorda che son passati due anni e si può chiamare il nuovo amico ---> assurdo!!
Infine...per quel che riguarda i finti amori, le illusioni...bhe...se cadete così facilmente in certe trappole allora non avete ancora capito voi stessi ed il mondo e quindi il problema non è la situazione contingente, quanto il fatto che avete ancora molta strada da fare per essere un vero psicologo o anche un essere-umano-adulto.
So che quest'ultima parte suona presuntuosa, e mi scuso anticipatamente con i molti che si sentiranno offesi, ma è così che la penso.
Saluti psicologi innamorati.
PS: la lacrimuccia...insomma....lo psicologo dovrebbe indirizzare il paziente verso nuova consapevolezza e non scendere al suo livello...quindi la eviterei dentro lo studio. Fuori si piange quanto si vuole.
Ultima modifica di Arjuna76 : 22-01-2010 alle ore 13.32.08
vabbe sono opinioni.....io sicuramente ho ancora tanto da lavorare in terapia,e magari non sono ancora del tutto sana in questo rapporto.Ma penso che ogni terapia ed ogni sensazione sia diversa da chi la vive,sia come psicologo che come paziente.
comunque,rispetto i pensieri altrui e i confronti delle esperienze di chi vive situazioni simili alle mie.
Per quanto banale possa apparire, io credo che vada analizzata caso per caso la singola situazione, nell'ambito della relazione terapeutica, dello specifico momento e della singola seduta dell'episodio.
Come è stato fatto notare un conto è se il terapeuta piange a dirotto, emotivamente invaso, privo di difese; un conto è se gli scende una lacrima...in certi casi può anche essere vista come una reazione controtransferale, l'inconscio che comunica qualcosa di estremamente potente che il paziente sente e proietta sul terapeuta.
Ad esempio un mio collega, con un paziente che lamentava problemi di impotenza, ha avuto un'erezione spontanea: in alcuni casi non è importante la reazione in sè, ma il suo significato profondo.
Per questo dico che bisogna analizzare caso per caso...per quanto riguarda il codice deontologico, in caso di "innamoramento" o "amicizie", a prescindere dalla valutazione se siano o meno reali, eventualmente con un supervisore, io sapevo che, una volta inviato il paziente a colleghi, nulla vietava di frequentare la persona la di fuori dello studio...non sapevo dei due anni fuori dall'italia.
In ogni caso non so voi, ma io ne sento in giro di cotte e di crude a questo proposito, molto al di la di colleghi che frequentano ex pazienti.
Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice fatto di aver incontrato il nostro cammino. Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l'altro. (Paul Montes - Missionario sudamericano)
Dr.ssa Agnese Tiziana Magno
http://www.drssamagno.beepworld.it
quanto bigottismo ragà.....
trovo che sia terapeutico anche un coinvolgimento emotivo da parte di entrambi,e ripeto che è stato fatto in modo discreto,tanto è vero che non l'ho nemmeno guardata in faccia quando gli è scesa quella unica lacrima!
quindi smettiamola di scandalizzarci,perchè se fossi al posto loro crollerei dalla mattina alla sera!
Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice fatto di aver incontrato il nostro cammino. Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l'altro. (Paul Montes - Missionario sudamericano)
Dr.ssa Agnese Tiziana Magno
http://www.drssamagno.beepworld.it
Però, però, però....
Agnese, mi spieghi come sia possibile "non farsi coinvolgere" dal dolore del paziente? O dalle sue ansie? O anche da un suo momento di felicità?
Può essere che io sarò un pessimo psicoterapeuta, ma io, quando un paziente prova un'emozione, non sono un macchinario che si limita a registrare quanto accade. Così come, peraltro, accade al paziente.
Noto, infatti, che la discussione verte sul terapeuta, e che il paziente, e le sue reazioni al terapeuta, vengono completamente dimenticati, come se il flusso emotivo fosse a senso unico.
Ma chiunque si sia trovato sulla sedia del terapeuta sa che quanto il paziente dice, quel che fa, come è vestito, come si muove, che profumo ha scelto, se ha cambiato acconciatura o si è fatto crescere la barba, sono tutti aspetti che elicitano emozioni nel terapeuta. Sensazioni, pensieri. E a questi il paziente reagisce, perché possiamo inventarci di tutto ma, essendo le emozioni uno strumento di comunicazione, il loro lavoro lo faranno comunque.
Sinceramente, preferisco un terapeuta che sappia commuoversi e, se il caso, anche versare lacrime, ad un terapeuta che si commuova e si massacri gli zebedei perché "è una cosa che non si fa". E chi l'ha mai detto che "non si fa"?
Buona vita
Guglielmo
Dott. Guglielmo Rottigni
Ordine Psicologi Lombardia n° 10126
guglielmo..... grazie!!
Condivido in toto quanto scrive Willy,
sarò anch'io un pessimo terapeuta, ma credo di essere una risorsa per i miei pazienti, non solo "rispecchiandoli" in modo neutro, ma partecipando in modo attivo alla relazione con loro, con il mio pensiero, la mia sensibilità, la mia emotività, il mio humor, la mia preparazione, ecc.
Io non lavoro cercando di rendere evidente ai miei pazienti "come sono fatti", ma come stanno in relazione con me anzi, come "noi" stiamo in relazione e non penso di dover purificare il setting dalla mia presenza per non inquinare la "verità" (altrimenti potremmo pensare ad un dispenser-terapeuta, che eroga in modo standardizzato la sua funzione), né penso che sia in gioco una qualche forma di rispetto per non suggestionare la persona.
Credo, anche, che persino la chirurgia ci guadagnerebbe se il chirurgo fosse più in contatto con la sua umanità e non si proteggesse con una maschera di cinismo.
Ah, la questione dell'amicizia è un'altra cosa, non sono solito fare partite a tennis con i miei pazienti, perché la relazione terapeutica è una relazione professionale (anche se molto profonda), ma in linea di principio non stabilirei regole a priori, tutto ciò che accade (incontri occasionali fuori dallo studio, enactment o self-disclosure del terapeuta) può essere utile perché ci si può lavorare, il limite è costituito da tutto ciò che la coppia analitica pensa di non poter affrontare (anche se momentaneamente) con gli strumenti analitici, per qualsiasi motivo ciò possa avvenire.
Un saluto.
Ultima modifica di Megiston Matema : 03-03-2010 alle ore 11.09.45