Molto interessante il vostro dibattito teorico colto e raffinato, ma lasciatemelo controbilanciare con ancora qualche battutaccia poco originale: "Anch'io avrei tanto desiderio di entrare nell'utero ... di chiunque, perché l'ultima volta che sono entrato in una donna è stato quando ho visitato la Statua della Libertà" (Woody Allen, ho condensato due suoi aforismi)

.
Non mi entusiasma molto la prospettiva di ricondurre tutto ad una sorta di Edipo più estremo, al possesso della madre fino a fondersi con lei rientrando nel suo utero, o all'immagine della madre come "madre nera" del superlativo André Grrrr...een, la madre cioè mortifera, accoppiata al padre il cui bacio coincide col bacio della morte ... brrr che paura! Preferisco i film di Dario Argento ai libri di Grrrr ...een.
Indifferenziazioni, fusionalità, narcisismo primario, angosce terribili di essere divorati dalla madre, di perdere i propri confini, invidie del seno o del pene, vagine dentate e altri strumenti di tortura medievale (abbiamo dimenticato la Vergine di Norimberga), sono strumenti concettuali che non mi appartengono.
Talvolta trovo che possa trattarsi di feconde fantasie di qualche psicoanalista, o addirittura di autentici deliri, oppure si è trattato di un errore madornale di metodo, quello di partire dall’adulto malato per ricostruire la psiche normale, la naturale evoluzione del bambino sano, per poter poi ritrovare in seconda battuta modalità psichiche già note sulle quali retrocedere (regressione e fissazione). Questo al prezzo di patologizzare lo sviluppo del bambino, patologia che non trova riscontro nelle osservazioni della Infant Research e della Infant Observation.
Non sto squalificando la clinica, le osservazioni che si sono stratificate in diverse generazioni di colleghi, sto solo cercando di mettere in dubbio la supposizione che la spiegazione dello sviluppo dell’adulto con problemi sia da ricercare nelle sue naturali e normali dinamiche di sviluppo infantile; che cioè l’adulto malato adotti modalità pregresse infantili di affrontare la vita, modalità che all’epoca erano tollerabili mentre ora sono semplicemente assurde.
Una simile impostazione ci porta ad impostare la clinica nella direzione di un mostrare al paziente quanto assurde, ridicole, infantili siano le sue modalità psichiche, le sue reazioni, le sue emozioni, e quanto siano inappropriate alla situazione attuale, sperando di dissuaderlo nel mettere ancora in atto simili comportamenti.
Io non lavoro così, cerco di capire perché il paziente mantiene quell’equilibrio adesso, non gli rimando che sia inappropriato, inadeguato alla situazione attuale, gli mostro quanto vorrebbe liberarsene e quanto invece non riesce.
Non lo infantilizzo, semmai cerco di rispettare quella modalità relazionale come qualcosa di positivo perché è comunque un equilibrio, una forma di coerenza che il soggetto si è dato in questa situazione, con i mezzi che possiede.
Ho la sensazione che rimandarlo a modalità precedenti sia come spostare la questione da ciò che sta accadendo a ciò che l’analista suppone sia accaduto, certe volte i pazienti ci seguono su questa strada, in fondo siamo noi il “soggetto supposto sapere”, ma questa strada di per sé conduce o verso pseudo-guarigioni (sapessi, fin da bambino, mia madre non mi capiva, mio padre era assente, e io allora ...), oppure a delle guarigioni che passano per qualcos’altro (in fondo l’analista, per quanto asettico, c’è in analisi, qualcosa la fa, esiste un certo tipo di interazione, che passa in gran parte a livelli procedurali, attraverso linguaggi non verbali, a-simbolici e pre-simbolici, e che smuovono pur sempre qualcosa all’interno della coppia analitica, qualcosa che non necessariamente passa per una forma di consapevolezza razionale, o per una trasformazione di elementi beta in elementi alfa, accadono semplicemente molte cose che sono indicibile e impensabili (accanto a quelle dicibili e pensabili) che trasformano la relazione analitica e ciascuno dei due componenti che ne fanno parte.
Nel caso specifico, in questo gruppo di persone che ci frequentiamo ormai da un bel po’ e fra cui si sono create dinamiche piacevoli, divertenti, con concentriche trasmissioni di emozioni, sensazioni, pensieri, pareri, informazioni, scambi, come pure insofferenze, fastidi, irritazioni, piccoli narcisismi, continui distinguo, differenziazioni e fusionalità (nell’hic et nunc), interpretazione di ruoli, scambio di ruoli, ecc., io partirei da ciò che è possibile osservare adesso, da ciò che può emergere osservando o stimolando gli eventi, senza dimenticare che chi osserva e interpreta è parte integrante di ciò che osserva e interpreta e senza spostare in un altrove spazio-temporale e intrapsichico.
Ciao
P.S. Ah, voi come ve la spiegate l'improvvisa virata dal ludico verso il teorico?