
Originalmente inviato da
giulietta.o
Mela-rossa, il tuo intervento mi ha divertita e incuriosita, e lo trovo coerente. Da paziente junghiana, sono ben consapevole che ci sia un inconscio collettivo, e qualcuno parla pure di inconscio culturale.
Però concordo con gli interventi di commento seguiti al tuo intervento: ognuno di questi comportamenti, e finanche simboli, hanno anche un carattere personale e acquisiscono senso se intrepretati alla luce di ciò, e non unicamente in termini universali.
I conflitti tra parte maschile e femminile in ognuno di noi sono spesso molto sottili e sfuggenti, e non ci sono certo comportamenti codificati entro i quali possiamo catalogarli universalmente. Magari!
Ogni paziente di uno junghiano se lo augurerebbe: se bastasse fare pipì in piedi per capire la preponderanza di una parte femminile su quella maschile come tu affermi (o viceversa di quella maschile per Alejandro) non staremmo anni a cercare di dipanare le figure di Animus e Anima dai nostri sogni come dei forsennati, cercando di farci largo tra gli infiniti trucchetti ai quali ci sottopongono gli scellerati, almeno prima di un’integrazione decente fra loro.
Detto ciò, trovo corretto che tu abbia arricchito con una giusta nota storica che ha il merito, a mio modo di vedere, di farci capire proprio come la questione sia ben più complessa di un banale stereotipo al quale riferirsi.
Io non ho mai fatto la pipì in piedi, quindi per Alejandro sarei molto femminile: ho studiato danza classica per una vita e nel mio armadio ho un paio solo di pantaloni, che metto forse una volta all’anno; ho lunghi capelli biondi, mi trucco, sorrido molto; scendo dai tacchi solo per fare sport, e sono talmente abile a camminarci che posso anche correrci fino ad acchiappare il tram che molti, sulle loro scarpe rasoterra, viceversa perderebbero.
E invece, chi mi ha dato filo da torcere nella vita è stato proprio il mio Animus, e che ha tirato i miei fili per tempo immemore. Non sto a dire quanto ciò abbia sempre confuso i miei interlocutori, soprattutto nel lavoro, e dove – grazie agli stereotipi imperanti – ho assistito a innumerevoli mascelle cadenti appena si capiva che ero tutto tranne che una dolce signora malleabile.
In sintesi, non ho cambiato una virgola del mio modo di vestire o di apparire, malgrado l’analisi. Eppure, tutto è cambiato profondamente, soprattutto per quanto riguarda l’emergere della mia parte femminile, e l’integrazione di quella maschile.
In conclusione, direi che l'abito non fa (necessariamente) il monaco.