
Originalmente inviato da
Megiston Matema
Cara mela.rossa,
un simbolo, per sua stessa natura, tende a travalicare il significato individuale e a porsi come strumento relazionale, per fare questo condensa in sé la nostra esperienza più intima e la rende trasmissibile ad almeno un’altra persona utilizzando immagini e parole.
L’immagine e la parola utilizzate non sono identiche però al nostro vissuto, alla nostra esperienza, ne sono una rappresentazione cristallizzata in codici che la nostra cultura ha prestabilito e che noi usiamo. Per cui, ad esempio, se parlassimo d’amore o di amicizia, il mio discorso partirebbe (e come potrebbe essere altrimenti) dalla mia peculiare e unica esperienza dell’amore e dell’amicizia e andrebbe a stimolare l’esperienza altrettanto unica e peculiare del mio interlocutore.
La sensazione di comprenderci sarebbe così più una convenzione, perché si stabilirebbe soltanto a livello di rappresentazione, una rappresentazione condivisa che però rimanda a due vissuti diversi.
Di natura diversa è però quella particolare intesa che può avvenire fra due amanti, fra madre e figlio o fra paziente e terapeuta in cui ci si coglie, ci si “sente”, ci si “tocca” reciprocamente senza l’intermediazione di alcun simbolo.
Quando questo sentire se stesso, l’altro e la relazione che ci lega avviene è un momento molto particolare e fecondo, io lo chiamo avere “presenza a se stessi”; li forse c’è un punto di universalità, che travalica ogni zeitgeist, il punto di arresto di ogni desiderio, il punto di instaurazione di un’eternità.
Sono questi “momenti”, queste particelle di kairos, che fanno muovere un soggetto (anzi, fanno muovere la coppia analitica che snoda il suo percorso nel processo analitico). Talvolta la dialettica attraverso i simboli può aiutare se stimola ad indagare, a sentire e a sentirsi, parole e immagini possono evocare sentimenti, possono far si che il soggetto stesso senta se stesso lasciando cadere come inutile e superfluo il velo di Maya del simbolo. Un soggetto che si riconosca in un simbolo o in una immagine se ne lascia determinare, un soggetto che sente se stesso, sente la sua stessa soggettività, quella adamica che da un nome alle cose e non quella che si fa determinare dalle cose e dai nomi che queste hanno.
Non si tratta, come puoi vedere, né soltanto di adottare il punto di riferimento dell’altro o di interpretare la sua realtà, non si tratta nemmeno di empatia, per quanto io possa avvicinarmi ad un’altra persona, non potrei comunque prescindere da me stesso. Non è importante che io (in quanto analista) mi avvicini, comprenda, capisca, ma che lui si riappropri di Sè, che diventi ciò che è, ciò che non è riuscito a sviluppare per svariati motivi e al cui posto c’è il sintomo e il simbolo ... di qualcosa che non c’è, che manca.
Un saluto.