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  1. #31
    ah dimenticavo.... io ho buttato lì il modello di clark del dap... la discussione diventerebbe interessante se venisse descitto un modello sistemico o di qualsiasi altra scuola...
    sarebbe una buona occasione per entrare nel concreto, farsi una cultura su altri approcci e non basarsi sull'ideologia e basta.

  2. #32
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    27-03-2004
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    Avrò letto clark tra i tanti cognitivisti (faccio una tesi sul dap), ma ora non lo ricordo precisamente.
    Tuttavia il modello, pur funzionando, nelle sue linne essenziali, non risponde alla domanda capitolare, che fa sì che tale disturbo rientri a tutti gli effetti in un modello psicologico e non medico:

    "Perchè quell'individuo, in quella data situazione, in quel suo momento storico avverte una profonda percezione di minaccia, che so, magari in fila al supermercato?"

    Dato che il supermercato non era stato minaccioso fino ad allora significa che in quella situazione si sono espressi significati simbolici impliciti che hanno scatenato la percezione inconsapevole e la sintomatologia manifesta...

    Tu hai risposto alla mia banale questione in maniera ironica, ma in modo molto verosimile, secondo me...
    Il discorso è che chiunque provasse tali sconvolgimenti fisici improvvisi, nei termini descritti, correrebbe all'ospedale...
    Non è l'interpretazione ad essere catastrofica, quanto l'emozione che la stimola!
    L'interpretazione mi sembra più che congrua e proporzionale alla propriocezione!
    E' coerente , non è sproporzionata ne tanto meno irrazionale o distorta... è semplicemnte una risposta cognitivo-comportamentale adeguata rispetto all'entità del disagio avvertito!
    E' ovvio che il ripetersi di tali accadimenti susciti il rinomato circolo viszioso che hai ben descritto, il discorso è, che per me, per estrometterlo, non è sufficiente lavorare sul catastrofismo, perchè è un catastrofismo legittimo!
    Semmai bisogna lavorare sulla percezione di pericolo che ha scatenato il vortice.
    Ed io credo profondamente che quella percezione è precognitiva e si riferisce alla posizione del sofferente all'interno del suo sistema familiare, di coppia ecc....
    Mi piace citare una frase che evidenzia la concezione dell'ansia all'interno della terapia sistemica:

    "L'ansia è la risposta ai cambiamenti che si verificano nelle relazioni". M. Donley

    Santiago
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  3. #33
    e allora se la percezione è congrua alla situazione perchè tutti quelli che hanno un attacco di panico poi non sviluppano un disturbo da attacchi di panico?
    come può essere congrua un'emozione che serve quando si ci trova davanti a un leone se la si vive in un super mercato?
    anchio ogni tanto derealizzo ma lo trovo piacevole... perchè non lo interpreto come terribile?
    la mia risposta sul 118 era ironica ma assolutamente calzante: è legittimo che io scambi un attacco di panico per un infarto (i sintomi sono gli stessi) ma il primo dop massimo 20 minuti finisce... per quanto disagio provochi perchè dovrei temerlo più di un forte mal di testa se non per le inferenze che io faccio sull'attacco di panico?
    E ancora, sono d'accordo sui significati impliciti... ma che altro sono se non credenze, pensieri, valutazioni (forse) inconsapevoli?
    è proprio l'interpretazione a essere distorta, il disagio finisce e l'emozione è congrua con l'interpretazione... ma se io interpretop il disagio senza ricorrere a euristiche in effetti non c'è assolutamente bisogno dell'ospedale...
    il catastrofismo non è legittimo... se catastrofizzi per un attacco di panico se rischio la vita sul serio che faccio?
    la percezione di pericolo che è? secondo me ancora una volta sono credenze, pensieri, valutazioni su un determinato stimolo....
    la persona è nel suo contesto (famiglia, coppia, amici, ecc.) e sicuramente queste hanno un ruolo nel problema.... ma mi sembra poco parsimonioso coinvolgere tutti e mi sembra più utile dare gli strumenti al protagonista per capire cosa non va... se io familiare non voglio venire in terapia perchè ho il mio equilibrio che strategia si usa? mi fai sentire in colpa perchè non aiuto l'altro membro della famiglia? oppure questo si deve rassegnare?
    la fobia del ragno... dipende dalla mia relazione col ragno mia madre e mia sorella? facciam venire tutti e tre in terapia o il ragno sta a casa? e se vengono tutti e tre è desensibilizzazione dal vivo oppure terapia sistemica?

    insomma tante domande... ritengo che ci siano cose buone e utili nella terapia sistemica... soprattutto nell'infanzia credo sia imprescindibile analizzare il sistema.... però non mi fare delle considerazioni come nel messaggio privato in 4 sedute su un soggetto... risultato emozionante ma varrà per tutti?

  4. #34
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    Sollevi alcune questioni, che mi sono posto parecchie volte.
    E a cui credo di aver risposto grazie a letture che esulano dal cognitivismo , se ti interessa, posso farti partecipe. Ma mi piacerebbe che, al terzo tentativo, mi rispondessi a questa domanda:

    "Perchè quell'individuo, in quella data situazione, in quel suo momento storico avverte una profonda percezione di minaccia in contesti che RAZIONALMENTE non giustificherebbero tali reazioni?"

    In effetti dalla domanda che poni (come può essere congrua un'emozione che serve quando si ci trova davanti a un leone se la si vive in un super mercato?) sembra che le cognizini risultano distorte perchè sono incongrue al contesto, ma io (in effetti molti altri prima di me) affermo che le cognizioni non si preoccuapno di essere coerenti con i contesti, quanto con le emozioni che i contesti suscitano.
    Ma se i medesimi contesti (ad esempio supermercato) risultano minacciosi in un certo periodo della vita e non in altri, ho ragione di credere che quel contesto sia SIMBOLICO.

    Santiago

    P.S. Col solo accentare quella parola potrei aver risposto a tutte le questioni che poni nel post precedente... evidentemente la comunicazione ha anche altri codici di espressione, specie la comunicazione EMOTIVA
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  5. #35
    ma non credo che hai risposto alle mie domande o almeno non ci arrivo...
    alla tua domanda pensavo di avere risposto... cmq questa è la risposta:
    Predisposizione genetica+storia di apprendimento+stile di attaccamento+contesto interpersonale+stressor ambientali+schemi cognitivi=attacco di panico non ritengo che se questi si sviluppi in un supermercato o in casa o in tram non nasconda significati simbolici particolari...
    andando sul funzionamento della mente quindi alla parte più squisitamente piscologica: le persone non sono razionali nel senso che non utilizzano teorie normative per risolvere i problemi... spesso utilizzano euristiche cioè scorciatoie che con scarsità di mezzi e tempo possono essere cmq funzionali... a volte però queste causano dei problemini...

    l'errore che si fa è proprio questo: pensare che ci sia un evento a cui segue un emozione e un comportamento a cui seguono dei pensieri.... in certi limitati casi può essere così ma generalmente non funzioniamo così (questo secondo molti ricercatori prima di me) sullo stesso evento se io ne do interpretazioni diverse avrò emozioni e comportamenti diversi...

    cmq al di là di questo... se tu dici che i pensieri sono conseguenti alle emozioni... mi potresti spiegare come lavorare sulle emozioni senza utilizzare il pensiero?

  6. #36
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    Nel tuo schemino semplice semplice non riesco a trovare la risposta alla mia domanda.
    Io non ti ho chiesto le cause e il decorso del dap (d'altra parte alcune di quelle che elenchi sarebbero altamente criticabili, così come sarebbero criticabili alcune omissioni...)
    Ti ho chiesto come mai, di "punto in bianco, una persona avverte questa sintomatologia in un dato momento."
    Potrei dedurlo dalla tua risposta:
    "Se io sono tarato geneticamente e perciò stesso vulnerabile all'ansia e in più sono sfigato ad aver vissuto con genitori con cui ho insaturato relazioni di attaccamento insicure, e se sono ancora più sfigato che in certo periodo della mia vita sono stressato, ecco l'attacco di panico".
    Eddai Vincent, alla visione medica del panico hai aggiunto solo il concetto di attaccamento...
    Questo è il motivo perchè i medici, qualora decidano di intraprendere una formazione psicoterapica, scelgono la tua scuola di formazione...

    Vengo ora al rapportro emozione-cognizione-contesto.
    Quello che ci differenzia gli uni dagli altri potrebbero non essere le interpretazioni, vincent, ma gli stili percettivi.
    La percezione per definizione è antecedente alla cognizione, e il suo rapporto con l'emozione è reciproco e simultaneo.
    A tutt'oggi i modelli neurobiologici (con la sviluppo delle originarie teorie di Cannon-Bard e di James-Lange) non sanno dare risposta a questo quesito, tutavia è innegabile che sia filogeneticamente che ontogeneticamente le strutture sottocorticali deputate all'attivazione emozionale sono precedenti alle zone corticali deputate all'elaborazione cognitiva delle stesse.
    Il pretendere di credere che queste ultime governino le prime è solo una possibilità, e a mio dire, pure azzardata.
    In effetti potrebbe benissimo darsi che tali valutazioni si sviluppino di conseguenza (almeno storicamente).
    E più presumibilmente che esse siano in continua interazione, senza soluzione di continuità.
    Anche in questo campo, per giungere a delle semicertezze, le variabili da controllare sarebbero infinite.
    Detto questo un modello alternativo prevede appunto che la percazione e l'emozione, nel loro scambio, determinerebbero la cognizione, gli stili di personalità e quant'altro.
    Ma tale percezione non ricalca la realtà ( in questo spazio ci sta l'umanità e l'individualità umana), ma è una somma di sotto processi che rispondono alle regole contestuali e ai SISTEMI, a cui l'individuo appartiene, ancor prima di sviluppare una cognitività matura, e che conseguentemente questa risulta essere continuamente malleata e originata dai tali.
    In questo senso rispondo alla tua ultima domanda, che comunque poni scorrettamente ( la questione non è lavorare sulle emozioni senza utilizzare il pensiero... è impensabile non pensare... il discorso è come i terapisti sistemici si avvalgono del pensiero, in modo certamente differente dai cognitivisti, come tento di spiegarti di seguito):
    Se l'emozione è un prodotto individuale in risposta alle regole di un sistema, cambiando tali regole, portando in seduta i sistemi, l'emozione di sofferenza, in nuove storie, in nuovi contesti co-costruiti, acquisirà nuova valenze, e nuovi modi di esprimersi.
    Mi preme qui solo ricordare che la famiglia, come istituzione biologica, presente anche in organizzazione di vita animale è precedente la comparsa sulla terra dell'uomo e risale a più di 180 milioni di anni fa.
    La famiglia rappresenta il primo sistema di regolazione emozionale individuale.
    L'uomo è essere sociale, e le sue emozioni, comprese quelle definite (da altri) patologiche, devono essere comprese e risolte all'interno degli scambi relazionali da cui si originano. Scambi sistemici, dove non interagiscono solamente le individualità, ma anche entità culturali e microculturali "fra mentis", che hanno un ruolo determinante nello scambio stesso.
    E qui che prende di senso il detto tanto studiato ma poco compreso o dimenticato dove il "tutto è più della somma delle parti".

    Santiago
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  7. #37
    I due modelli che citi sono abbastanza vecchiotti... a me piace molto il modello di LeDoux:
    stimolo emotivo>talamo sensoriale poi due strade una alta e una bassa
    strada bassa>amigdala>risposta emotiva
    strada alta> corteccia>amigdala>risposta emotiva
    la strada bassa è più breve ma non sfrutta l'elaborazione corticale, è un percorso veloce e imprecisoche ci consente di rispondere a stimoli potenzialmente pericolosi prima di sapere esattamente cosa siano. E' molto utile nelle situazioni di pericolo (non il supermercato). Tuttavia il percorso corticale deve essere in grado di prevalere sul percorso diretto.
    Intendi questo per stile percettivo? gli ansiosi utilizzano tendenzialmente di più la strada bassa in effetti.
    Ma che io agisca sul livello alto ci sta perchè è l'unica strada... portando il sistema in terapia cambi cmq delle cognizioni e dei comportamenti nel sistema... alla fine siamo sempre lì...
    e torno a ribadire la domanda... se il sistema se ne frega di fare tanti anni e ti dice tiè in terapia non ci vengo... risolviti tu i tuoi problemi?

  8. #38
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    I modelli che cito sono evoluzioni delle originarie teorie, come ho scritto sopra, tra le quali figuar anche quella di Le Doux...
    Sul cambiamento cognitivo-comportamentale di in individuo, ho già detto che un cambiamento a questo livello è imprescindibile da qualunque forma di psicoterapia, e non la utilizza certamente solo la corrente teorica a cui tu ti rifai.
    Il discorso è che la terapia sistemica predilige un cambiamento sistemico a cui segue il resto.
    La terapia sistemica, per certi aspetti, comprende il cognitivismo, e lo fa uscire da un ottica solipsistica.
    Mentre il cognitivismo esclude proprio la rete semantica e affettiva (a volte persino in seduta stessa), dichiarando il suo ambito di interesse privilegiato: sua maestà il pensiero.
    Una filosofia piuttosto cartesiana, sostituita dal più moderno concetto "Sento ergo sum"...
    La tua ultima domanda è consequenziale al mio discorso.
    Nel senso che sembra tu abbia ammesso, che risiedendo il problema nel sistema, cosa fare qualora il sistema non collabori?
    Per questo ti consiglio testi sulla conduzione di una terapia sistemica...

    Santiago
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  9. #39
    l'unico problema è che è nel tuo pregiudizio di fondo che "il cognitivismo esclude proprio la rete semantica e affettiva (a volte persino in seduta stessa), dichiarando il suo ambito di interesse privilegiato: sua maestà il pensiero." questo tuttavia è un tuo pensiero irrazionale che ti crea un emozione di odio verso il cognitivismo
    Io non ho pregiudizi sull'approccio sistemico... ma alla domanda non hai risposto... facile dire leggiti un libro... io mi son messo in gioco a spiegare modelli (anche male se vuoi) te hai sempre risposto con l'ideologia... mi sembra un po' troppo comoda!
    E qui chiudo il discorso.

  10. #40
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    Ecco la patologizzazione tipica di certi cognitivismi.
    Il mio è un pensiero irrazionale, dici. Ti elevi a giudice di un mio pensiero e conseguentemente di una mia emozione (Nel tuo esempio)
    E' ovvio che mi viene da dire.... : "Ma chi sei?"
    Ecco una semantica relazionale che esplicita una dinamica di potere implicita.
    Che in terapia fa danni incommensurabili.

    In questo senso mi piace citare Lpd, in altra sede:

    Beh, credo che la critica di Santiago a "Beck-Ellis" sia proprio quella: l'idea che esista un modo di pensare (ed essere ?...) "giusto" (cioè quello del terapeuta, la cui cognizione, capacità di discriminazione e rappresentazione del mondo è "perfetta", "oggettiva" e "corretta") vs. quello "sbagliato" (cioè quello del paziente, che avendo "cognizioni irrazionali" sperimenta "emozioni patologiche"). E' una visione discretamente ottocentesca e positivista della psicologia umana... in cui la dimensione "storica, semantica e simbolica" della mente viene completamente negata...


    E scusa se, tra l'altro, non ho pregiudizi sul cognitivismo, i miei sono post-giudizi.
    Ho una discreta conoscenza teorica e clinica di tale orientamento, che non credo tuttavia sia da buttare, ma quanto meno ampiamente da ridiscutere, alla luce di nuove prospettive.

    Mi spiace che tu voglia chiudere il discorso, d'altra parte spiegare una teoria della terapia delle fasi iniziali, delle chiamate di altri membri, quando non presenti fin da subito ecc... mi sembrano oggetti di discussione eccessivamente ampi e non generalizzabili.
    Tutt'al più posso dire che spesso quando si prendono contatti col terapista è la persona che chiama (anche se non coincide con chi è sofferente) che viene chiamata in prima seduta, insieme al paziente...
    Ma è un'indicazione, non sempre valida, esposta in questo contesto, estremamente banale.

    E' difficile e poco utile parlare senza "Il caso".
    La cultura del tuo indirizzo ti permette di farlo, che so, parlare della tecnica dell'amoviola, utile spesso in chi soffre d'ansia, e quindi discutibile al di là del soggetto sofferente...
    In terapia sistemica il centro è il soggetto sofferente e il suo sistema allargato, non i pensieri che circolano intorno al suo disturbo, pertanto le tecniche si costruiscono continuamente intorno al caso e alla sua realtà.
    La questione semmai pregnante che si pone la teoria sistemica non è tanto di ordine di tecnica, quanto di metodo. E il metodo può chiarirsi solo sul campo.
    Se porti un caso, tuttavia, chi ne sa, potrà chiarirti come si muove un terapista sistemico.

    Santiago
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  11. #41
    mi terrò il mio dubbio.... ma se il sistema dice al protagonista risolvitela da solo... che si fa? il caso è gigi che sofre di attacchi di panico, gigi ha 32 anni vive coi genitori e questi non ci pensano proprio a venire in terapia... che si fa?

    ah meno male che sei psicoterapeuta cognitivo comportamentale che hai anni di esperienza che puoi dare post giudizi.... so gia cosa mi risponderai... ma è proprio questo il limite delle ricerche su caso singolo....

    poi le critiche che fai al cognitivismo sono dell'epoca degli autori che normalmente citi... non vale nemmeno la pena di rispondere...

    dico solo che non si parla di ragionamento normativo in seduta sull'esempio del ragionamento deduttivo o della logica e nemmeno del ragionamento probabilistico... gli ultimi sviluppi del cognitivismo si basono sul ragionamento pragmatico (vedi Baron) dove è razionale ciò che ci permette di raggiungere i nostri scopi... e per scopi non si intendono quelli del terapeuta ma quelli del paziente... capisci la differenza?
    non esiste il giusto oggettivo... esiste il funzionale a raggiungere gli scopi del paziente.... spero sia chiaro!!! secondo baron questò è razionale anche se logicamente il ragionamento è sbagliato è cmq razionale...


    il paziente valuta i suoi pensieri... sono funzionali allo scopo di stare bene? il terapeuta non è un giudice ma è una guida...



    ha ragione lpd nella sua critica ma è come criticare la psicoanalisi citando freud o il neocomportamentismo citando watson... sono passati degli anni in mezzo....
    "in cui la dimensione "storica, semantica e simbolica" della mente viene completamente negata..."
    non capisco in termini operativi cosa è negato cmq sarà che sono stupido io...

    il caso lo cerco poi apro una discussione nuova....

  12. #42
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    Io non sono terapista cognitivo, questo non significa che non conosca la teoria cognitiva.
    O si può conoscerla solo attraverso uno specifico corso di formazione?
    Mi sto laureando in psicologia e penso che 5 anni di studio mi diano almeno la possibilità di saper muovermi nella letteratura esistente...
    Sto facendo anche una tesi sul panico, e ho studiato la teoria cognitiva del panico nei dettagli.
    "Panico" di Rovetto, i testi di Sassaroli-Lorenzini (La paura della paura ecc...) il testo di Rachman (L'ansia), e diversi articoli, capitoli, in manuali specialistici.
    Questo non significa che io sia esperto, ma certo non sono un sprovveduto, dato che io stesso sono stato a contatto con una terapista cognitiva razionalista per un anno e mezzo.
    E da questa esperienza posso dire che ciò che ora verbalizzo apertamente e che ho reso esplicito grazie a libri che ho letto postumamente, precedentemente ll'avevo vissuto coi sentimenti.
    Nella mia storia posso dire di avre inventato il costruttivismo, nel senso che ho lasciato la terapia prima che venissi a contatto con la sua teoria della conoscenza. A maggior ragione ci credo.
    Ho trovato nelle teorie costruttiviste le critiche che avevo per conto mio esperito, nel vivo.
    Certo, il mio è "solo un caso".
    Ma la teoria costruttivista e le criche al razionalismo non provengono dal mio caso, nè tanto meno da un solo caso, e tanto meno ancora da non esperti in materia di cognitivismo.
    Per criticare qualcosa bisogna conoscerlo.
    Nel mio piccolo penso di poter avanzare delle critiche e appoggiare gli esperti che criticano incessantemente tale orientamento.
    O credi che il cognitivismo possa essere criticato solo dai cognitivisti?
    Se fosse così il mondo sarebbe pieno di teorie perfette, autarchiche e senza confronto.
    Per fortuna non è così...

    Quanto dice Baron potrebbe anche essere condivisibile (da ciò che riporti perchè non lo conosco), ma certamente non hai interiorizzato questo aspetto, dato che due post fa ti sei comportato perfettamente come un razionalista!
    E per me non è certo un complimento!

    Santiago
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  13. #43
    ma caro santiago il problema è che banalizzi e dici delle inesattezze... quindi non la conosci, non hai ancora capito cosa significa razionale!!! Beh certo in 5 anni avrai imparato tuttissimo sul cognitivismo (a parte Baron, la teoria degli scopi...)
    un secondo........................................ ah ecco scusa c'era un esperto che mi criticava incessantemente e l'ho dovuto cacciare......
    non credo che il cognitivismo possa essere criticato solo da cognitivisti... ma se chi lo critica si rifà a 40 anni fa gli chiedo di aggiornarsi e poi eventualmente continuare a criticare...
    per quanto riguarda l'essere razionale... che vuoi mai sono così....
    interpreterò positivamente il tuo non complimento e non svilupperò una depressione!!
    Interessanti tutte le critiche manca ancora la risposta alla mia domanda... (scusa se martello) se il sistema se ne fotte del protagonista?

    cmq andiamo alle critiche... io rispondo al contrario di te:
    sono andato a vedere il sito di cionini e cosa leggo? che per certi pazienti è meglio l'approccio di beck ed ellis, per altri quello sistemico e per altri ancora il suo.... e allora qual'è il problema? mi sembrava che il cognitivismo standard fosse un'arma non convenzionale e giò scopro che per certi pazienti può andare bene....
    ma non mi basta... proseguo la ricerca... le critiche sono un po' imboscate ma alla fine le trovo...
    1^ imprecisione(mi scuso con cionini ma dice una falsità quindi va smentita): il cognitivismo standard non deriva dal comportamentismo ma dalla psicoanalisi... sia beck che ellis erano psicoanalisti;
    la prima critica evidente che ho trovato riguarda il concetto di razionalità: ho già spiegato cosa si intende oggi per razionale facendo riferimento alla teoria pragmatica della razionalità... è razionale un pensiero se ci permette di raggiungere i nostri scopi... quindi non razionale in senso normativo ma contestualizzato... quindi non un punto di vista esterno al paziente ma basato sulle sue credenze e sui suoi scopi!

    le altre sono un po' mimitizzate quindi per essere chiaro prenderò quelle storiche fatte da mahoney... lo farò però domani perchè adesso vado a cena!



  14. #44
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    Mi sa ad che sia tu a non conoscere che cosa sia il razionalismo all'interno della psicoterapia cognitiva, e questo per uno specializando per l'appunto cognivista, lo trovo un tantino imbarazzante.
    Ricapitolo con le parole di chi hai criticato, come se tu ne sapessi più di lui.
    Il tale è Lorenzo Cionini, docente di psicologia e di psicoterapia all'Università di Firenze e Siena, direttore di una scuola di psicoterapia di Firenze e didatta SITCC e AIPCC.

    "Nelle terapie cognitivo-razionaliste, il primato attribuito ai processi razionali e l'assunto che sia possibile stabilire oggettivamnete - da un punto di vista esterno al paziente - quali comportametni siano più adattivi in determinate situazioni di vita e quali elaborazioni cognitive più corrette e idonee, comportano, come si è visto, che il terapeuta si ponga come detentore di qualche tipo di "verità";
    verità che il paziente deve giungere a riconoscere e fare propria.
    La prospettiva razionalista, quindi, se da un lato condivide la considerazione che le rappresentazioni sogettive della realtà corrispondano a processi costruttivi indivisuali e peculiari, presuppone contemporaneamente che esistano modalità più corrette (derivanti dalla logica della razionalità) e meno corrette di costruire le proprie esperienze."

    Per chiarire meglio:

    "Nella terapia cognitvo razionalista i criteri della logica e della razionalità vengono utilizzati dal terapeuta per "correggere" le rappresentazioni irrazionali o le modalità distorte di elaborare l'informazione, e l'acquisizione da parte del paziente della capacità di utilizzarli per costruire le proprie esperienze diviene l'obbiettivo della psicoterapia.
    Una volta identificati gli "errori logici" processuali o l'irrazionalità dei contenuti, si ripropone l'atteggiamento degli approcci sintomatici:
    per eliminare la sintomatologia e migliorare le capacità adattive del paziente, gli errori devono essere corretti e i contenuti irrazionali sostituiti con altri più razionali, proposti in gran parte dal terapeuta."

    L. Cionini, Psicoterapie. Modelli a confronto, ed Carocci

    Le terapie razionaliste come vedi sono altra cosa dei concetti da te esposti.

    La risposta alla tua domanda è che i terapeuti del soggetto decidono volta per volta cosa fare, come ti ho già scritto sopra. A volte può essere un problema, altre la trafila è più scorrevole.
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  15. #45
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    E poi con la tua ironia sulle mie conoscenze cognitive che non reputi sufficienti (ed io mi chiedo come fai a giudicarle?) dimostri una presunzione da maestrino, tanto per rimanere in tema, e a mio dire anche ingiustificata, tanto che non conosci nemmeno che significa razionalismo...

    Posso dirti che dalle 45 sedute della terapia che ho fatto e di cui tu diverrai specialista, l'unica cosa che ho capito è la teoria sottostante... Pensa che ero diventato talmente bravo che, in base alla settimana che trascorrevo, riuscivo a prevedere perfettamente cosa la terapista mi avrebbe detto.
    Ad un certo punto ho deciso di smettere di buttare i soldi, per qualcosa che riuscivo a farmi da solo...
    Il parziale fallimento che ne ho ricavato non lo attrtibuisco certo alle sue indiscusse qualità metateoriche, ma proprio alla sua cultura psicologica...
    Questo per parlare di me. Non era forse necessario che puntualizzassi su miei vissuti, ma mi sono sentito preso in giro dalla tua ironia, che evidentemente aveva la funzione di discreditatare chi sostiene posizioni scomode per l'equilibrio fasullamente coerente (almeno per me, altrimenti non avresti motivo di ironizzare) della tua metacognizione psicologica!


    Santiago

    P.S. qui ho risposto al tuo tono, ma su ho risposto ai contenuti.
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