se alcune ti risultano vicine vacci di persona!!!!
magari un colloquio nonte lo negano
ciao
ele
se alcune ti risultano vicine vacci di persona!!!!
magari un colloquio nonte lo negano
ciao
ele
ciao, io lavoro da un po' di tempo nel sociale; ho trovato coop sociali che mi hanno inquadrata come educatrice professionale (contratto collettivo, etc) e là è richiesto il titolo di studio. Eravamo tutti laureati in scienze dell'educ. o diplomati alla scuola di educatore.
Ce ne sono altre dove basta quasi la buona volontà e la disponibilità, ma ovviamente non tutte queste sono in grado di lavorare in modo serio.
Qui in terronia poi...
Cmq prima di mandare i c.v. informati sul tipo di lavoro che svolgono le coop (ricorda che ci sono anche le associazioni, le onlus, i consorzi di coop sociali...) in modo da personalizzare il tuo curriculum , magari valorizzando le tue esperienze extra lavorative, tipo scout, volontariato, associazionismo...
In bocca al lupo
Ciao a tutti :-)
Mi permetto, in tutta umiltà di offrire un breve contributo in questa discussione.
Mi tocca premettere che lavoro nel settore socio-sanitario da più di 15anni e che attualmente opero come consulente, dedicando soprattutto a interventi di sviluppo organizzativo, in particolare (ma non solo) nell'ambito delle organizzazioni educative.
Lo segnalo non per annoiarvi ma per evidenziare che le opinioni e le informazioni che seguiranno saranno, almeno in parte, diverse da quanto è sinora girato: qualche anno in più di esperienza allarga la visione. E, aggiungo, nulla voglio togliere all'importanza delle mail già apparse: ben venga che questo tema venga discusso :-)
Vista il dibattito in corso, trasmetto due brevi info:
- il lavoro dell'educatore in sanità è ben normato è viene previsto il preciso possesso del titolo abilitante triennale, acquisibili nella facoltà di medicina e corrispondente alla classe di laurea 2S, "laurea in educazione professionale". Ne consegue che una ASL non potrà mai bandire un concorso in cui richiede o accetta altri titoli. Se lo fa (e talvolta, per distrazione, è successo) si espone a un ricorso (e lo perde). Operare in sanità senza questo titolo espone a richiami giuridici per abuso di professione.
- il lavoro fuori dalle organizzazioni sanitarie è, almeno a buon senso, coerente il profilo dei laureati in scienze dell'educazione, classe 18. (triennale + specialistica)
Detto questo il mondo del terzo settore (alias associazioni, coop & so on) vive un quadro legislativo molto confuso e con ampi spazi di manovra... e di sfruttamento. Come molti hanno affermato: sembra che tutti possano fare gli educatori. Sembra ma spesso è un navigare nelle norme al limite dell'illegalità, soprattutto in regioni (e sono molte) che da anni (sin dagli '80) hanno robuste normative in cui si definiscono i parametri per il funzionamento dei servizi sociosanitari.
Purtroppo i processi di esternalizzazione dei servizi hanno creato alcune situazioni tra il paradossale e l'inquietante.
Un esempio semplificato: se un servizio è gestito direttamente da una asl ed prevista la presenza di psi, medici, infermieri e ep il titolo è la premessa per l'accesso alla posizione.
La asl può dare in appalto il servizio. A questo punto talvolta nulla cambia (giustamente), altre volte (la maggioranza) mentre per la maggioranza delle professioni il titolo rimane lo stesso per gli ep aumenta la "liberalità" in quanto la dimensione socio-sanitaria dell'educatore è ancora un po' confusa e, soprattutto, non esiste un collegio o un ordine con funzioni di controllo e richiamo. Ed ecco la magia: se un Centro socio educativo per portatori di handicap asl aveva educatori con il titolo sanitario (prima regionale e poi univeristario) ora la coop che lo gestisce non può prender certo un laureato in sociologia sanitaria a fare l'infermiere o il medico ma può scegliere come educatore un laureato in scienze dell'educazione (che in asl non sarebbe m,ai stato accettato in un concorso).
Quando poi i servizi non son strettamente sanitari (a.e. una comunità per minori) lo scenario diventa ancor più variegato. Entro uno scenario legislativo complesso son presenti "buchi" o "interpretabilità" che rendono i giochi ancor più liberi.
A questo punto molto dipende dal contesto territoriali: in regioni dove i laureati in scienze dell'educazione o in psi abbondano si pesca in quel bacino, in altre si passa a lettere, filosofia o ... a qualsiasi altra cosa.
Di certo è di buon senso pensare che se ogni professione richiede una formazione specifica forse è il caso di lasciar fare gli educatori a chi ha studiato qualche annetto per capire un po' meglio in cosa dovrebbe consistere "l'educare". Gli psi hanno dedicato, giustamente, il loro tempo a stadiar psicologia, non metodologia dell'intervento educativo.
Altrettanto comprensibile è, in mancanza di lavoro far ciò che si trova, con però la consapevolezza che forse non è molto "deontologicamente corretto":-)
Lo sottolineo anche perchè spesso ho l'impressione che molte organizzazioni del terzo settore "acquisiscano personale" volendo psi ma inquadrandolo "ep" per ridurre i costi. Il dramma è che sono due lavori diversi e anche aver studiato per anni psicologia dell'età evolutiva non rendere competenti nelle prassi.
Forse potrebbe essere interessante immaginare e praticare delle convergenze tra i bisogni delle due categorie (soprattutto a livello di organizzazioni di rappresentanza). Sovrapposizioni improprie producono solo lo svilimento di tutt'e due i profili e una dequalificazione via via crescente dei servizi.
Mi vien poi da osservare che oggi se uno psi davvero vuole praticare la sua professione (trascuriam la questione: devo avere a tutti i costi un lavoro) iniziare come educatore, per di più sottopagato e svalutato, non predispone a grandi soddisfazioni. Vi invito a non dimenticare che sono diversi: competenze (specifiche e aspecifiche), setting, metodologie, status, retribuzione, etc, etc. Forse qualcuno può essere attratto dal "posto fisso" ma, almeno dal mio piccolo osservatorio, non ne vedo poi così tanti liberi...
Da ultimo, vi prego ;-) , non fatevi fregare dalla questione "vocazione/motivazione": tutte le professioni di aiuto (e quindi sia gli psi che gli ep) devono confrontarsi con queste deu componenti (che, peraltro, i colleghi psi del lavoro ben conoscono). Di fondo nessuna vocazione può sostituire le competenze specialistiche e men che meno può essere richiamata per giustificare meccanismi di sfruttamento economico. La vocazione/motivazione (da solo) può essere il motore di sviluppo per dei volontari, non per dei professionisti.
Nelle coop molti affermano il contrario, certo. Interpretate questo dato come un indicatore di qualità del servizio. Se la tiritera esce un po' troppo spesso, magari per far passare che anche questo mese lo stipendio è in ritardo: scappate in fretta!!! :-)
Se qualcuno desidere approndire il tema "Educazione professionale" visiti il sito www.anep.it oppure sfogli uno degli ormai tanti manuali universitari dedicati a questa area professionale. Se poi volete comprender meglio il quadro delle leggi (e quindi dei meccanismi istituzionali di riferimento) l'unica possibilità è mettersi a studiare di nuovo una disciplina chiamata "Politiche sociali", purtroppo carente nel percorso formativo di psicologia ma inserita in quello degli educatori.
Ultima osservazione: quanto sinora scritto riguarda l'area in cui l'educazione professionale opera, ossia prevalentemente l'extrascolastico. Il mondo della scuola richiederebbe ben altri spazi di approfondimento.
Con estrema cordialità, auguro a tutti di trovare luoghi in cui poter operare con soddisfazione.
Alessandro Reati, psicologo E educatore professionale, docente presso il corso in "educazione professionale" della facoltà di medicina, università degli studi di Milano.
Alessandro Reati
hai fatto benissimo a specificare bene cos'è l'educatore professionale,
io sono laureata in pedagogia con indirizzo
psicologico ed orami da 8 anni lavoro come educatore in asili nido comunali.
Conosco bene il settore dele cooperative doveho lavorato prima di passare nel pubblico, ma ti assicuro che anche in Toscana ( dove sono nata e dove vivo) molte persone che lavorano nelle cooperative sociali od altri enti privati si sono improvvisati educatori provenendo dalle più disparate facoltà ( oppure scuole superiori).
Io mi sono solo permessa di rispondere nel campo scolastico ( che è quello che conosco di più) visto che qualcuno parlava addirittura di scuole materne private dove per insegnarci ci vuole davvero un titolo di studio specifico o le nuova laurea di scienza della formazione primaria!!!
Grazie mille per i chiarimenti
Elena che la sua laurea non è nè carne nè pesce!!!!( non ci considera davvero più nessuno!!!)
Io sono molto contenta che Alessandro abbia specificato quali sono i compiti dello psicologo da una parte e dell'educatore dall'altra. Attualmente sto facendo l'educatrice, e l'ho fatta anche durante il tirocinio da psicologa (!!!) per fortuna in parte pagata. Questo lavoro mi consente come psicologa di capire come funzionano i meccanismi di gruppo (quando si lavora con un gruppo di bambini), e di acquisire un pò di sensibilità clinica nell'analizzare la situazione, ma è ovvio che è una competenza diversa quella che viene affinata. Infatti, da educatrice devo decidere rapidamente, talvolta in un contesto confuso, come rispondere ai bambini e come cambiare rapidamente una situazione a favore dei bambini, anche quando loro si oppongono. Lo psicologo ha il tempo, tra una seduta e l'altra, di maturare una certa consapevolezza dei suoi errori e delle cose che invece ha fatto bene. Questa naturalmente non è la sola differenza, ma per ora mi viene in mente questa.
Il volontariato è un'altra cosa ancora, e qui interviene la vocazione.
Per fortuna, discorsi di questo tipo nelle coop in cui sono capitata non li ho mai sentiti.
Comunque sul discorso di andare a riprendere in mano le politiche sociali e il loro funzionamento, mission e quant altro, noi psicologi abbiamo la possibilità di farlo con la psicologia di comunità. L'ottica di rete (che io ho approfondito con interesse) mi sembra un punto di unione tra le due professionilità, pur restando in tantissime altre cose due competenze diverse. Anche il concetto di enpowerment mi sembra utile da questo punto di vista.
Alessandro, sei psicologo ed educatore perchè hai entrambe le lauree?
Ciao a tutti e continuate questa discussione perchè mi piace molto!
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Ciao a tutti.
Riappaio nella discussione solo per rispondere a psicocrea e a alenamac.
Grazie dei vostri ulteriori contributi.
Voglio solo confermare che:
- certamente la realtà dei servizi è molto "varia" e, non solo in Emilia R., moltissime persone si improvvisano.
- il problema dell'improvvisazione è il danno che complessivamente viene a crearsi nella "comprensione sociale" delle diverse professioni.
Nella mia mail non era davvero presente nessun intento critico a quanto da voi precedentemente scritto :-) anzi, sono ben contento che di questo problema si discuta e si scriva. Penso solo che si tratta di richiamare con più forza qualcosa che probabilmente sinora non era ancora uscito in maniera esplicita. Ossia che solo se i diversi lavoratori comprendono al meglio le relazioni tra le diverse professioni possono davvero cercare di integrarsi per il benessere delle persone verso cui intervengono. E sono felice che la discussione che si è presentata mi sembra percorra questa strada :-)
Circa la laurea in pedagogia, che laura dice "né carne, né pesce", mi dispiace che l'attuale dimensione universitaria (e quindi non certo gli studenti e gli ex studenti...) sia altalenante nel rivendicarne l'alterità circa la prassi educativa. E' un peccato, ma temo sia anche l'effetto di un mercato del lavoro sempre più confuso e frantumato. Speriamo in meglio per il futuro ;-)
Apprezzo molto anche il richiamo che è stato fatto alla psicologia di comunità :-)
E' una delle aree che pratico è sono assolutamente convinto non solo della sua utilità in senso lato ma soprattutto delle potenzialità "rivoluzionarie" (ossia di cambiamento di paradigma) presenti in questa prassi psicosociale.
Proprio il tema dell'empowerment è quello che potrebbe tornare utile a tutti gli operatori e professionisti del settore aiuto/assistenza/insegnamento/terapia/etc. Con una piccola sottolineatura: se "empowerment" indica un processo in cui amenta il livello di consapevolezza circa il potere, ossia la possibilità di cambiare o mantenere le situazioni, beh, allora forse proprio i professionisti potrebbero trarre vantaggi nel cercare di comprendere (e cambiare) i reticoli di potere in cui, loro perprimi, sono inseriti quotidianamente ;-)
(Per psicocrea: scusa per la "firma" un po' confusiva... Comunque sì, avendo qualche annetto sulle spalle, mi sono formato sia come educatore che come psicologo; le aree di specializzazione seguite poi sono state quelle della psicologia delle organizzazioni e della psicologia di comunità).
A tutti buone discussioni e, soprattutto, buon lavoro :-)
si ma non farlo.Rischi di far danni, la professione dell'educatore è diversa dalla tua e non dev'essere un ripiego. cerca lavoro in un ambito completamente diverso e più reddittizio. in bocca la lupo
Non so a chi tu ti riferisci Niseishi, ma io continuo a provare a cercare lavoro come psicologa: ho appena provato a partecipare ad un concorso, sto cercando di attivare progetti nelle scuole sfruttando alcune conoscenze (per il prossimo anno, però!). Vorrei anche iniziare a fare riabilitazione dei disturbi di apprendimento (e stavolta da sola, non sotto una coop) per farmi un nome e mettermi in proprio ... ma non è assolutamente facile ... e non che il lavoro da educatrice sia un ripiego ... è che non ho trovato niente di meglio! E quando ho iniziato mi avevano ventilato l'ipotesi di partecipare a un progetto come psicologa ... ma solo ventilato!
Quindi il problema alla fine rimane sempre quello: i sogni sono i sogni, le bollette arrivano tutti i mesi!
Non posso neppure permettermi di fare la scuola di specializzazione figuriamoci.
Naturalmente non ce l'ho con te, il mio è uno sfogo ...![]()
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