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  1. #31
    Originariamente postato da Accadueo

    Un po per racconti, un po per colleghi che ho conosciuto mi è parso che ci sia la tendenza da parte degli appassionati del profondo, che lavorano in strutture pubbliche, ad essere istruttivi e direttivi nella relazione con l' utenza. Che questo modo di operare... sia scattato proprio per la mancanza di tempo?
    Perchè i cognitivo comportamentali o i sistemici (per usare bieche semplificazioni ) non sono "istruttivi o direttivi"? (e poi bisognerebbe vedere cosa si intende appunto per istruttivi e direttivi!). Ogni terapia ha la sua dose di suggestione e induzione e ciò dipende anche da svariati fattori: personalità del terapeuta/paziente, obiettivi della terapia, tempo a disposizione, setting ecc.
    Inoltre credo che ogni "metapsicologia" induca nel paziente una visione del sintomo, della risposta alla sofferenza, (delle tentate soluzioni) differente e caratteristica dell'approccio utilizzato dallo psychoterapeuta
    Per esempio mi pare che Hillman abbia rilevato che chi fa un'analisi freudiana fa sogni freudiani, chi va da uno junghiano fa sogni inerenti l'Ombra e via dicendo
    Se io mi concentro sull'analisi del modello di attaccamento, piuttosto che sull'analisi dell'Edipo o delle relazioni familiari non è già indurre una causalità psicologica precisa nel paziente?
    Che poi l'essere istruttivi e direttivi è proprio un paradosso visto che gli analisti sono noti per il supposto "lassismo terapeutico" ovvero interventi rari, libere associazioni, emersione libera dei contenuti...addirittura Bion parlava di analista "senza desideri e senza memoria!"
    Insomma poi ognuno interpreta la terapia come crede, questi analisti che conosci avranno la loro griglia di comprensione su cui non voglio entrare.
    L'importante è l'utilità del percorso terapeutico per il paziente, no?


    Per Rasputin: un mio supervisore in Asl è lacaniano...ho seguito qualche seminario ma a dirti la verità non ci sono entrata molto nella sua teoria...però è vero e interessante il discorso sulla brevità. Magari se ti va puoi spiegarcelo a noi profani!

    ciao!!!
    "io sono Pessoa e...la Quarta...!"
    ....."MORBOSOooo"
    "Amo il rigore Bauhaus...cravattina nera, camicia bianca...stailosisssima"

    "...mi disturbi esteticamente..."

    http://www.radiodd.com

  2. #32
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
    Data registrazione
    31-03-2003
    Messaggi
    2,536
    Originariamente postato da castagna
    Perchè i cognitivo comportamentali o i sistemici (per usare bieche semplificazioni ) non sono "istruttivi o direttivi"? (e poi bisognerebbe vedere cosa si intende appunto per istruttivi e direttivi!). Ogni terapia ha la sua dose di suggestione e induzione e ciò dipende anche da svariati fattori: personalità del terapeuta/paziente, obiettivi della terapia, tempo a disposizione, setting ecc.
    lo sapevo che lo dicevi
    allora... un discorso è che la direttività fa parte della epistemologia, un altro è predicare bene e razzolare male (scusami, ma è un periodo che mi escono le frasi standard). Mi spiego meglio.. il sistemico che effettua una prescrizione paradossale fa parte di un contetto teorico di base oltre che dei pregiudizi del terapeuta.. il dottore del profondo che dice come comportarsi è solo questione di pregiudizi del terapeuta.. non c'è nessuna base teorica che 'legittima' la direttività.
    Attenzione.. la mia critica non è sulla direttività in sè, anche perchè ripeto che in certe occasioni è utilissimo, ma su quello che affermi anche tu:
    Che poi l'essere istruttivi e direttivi è proprio un paradosso visto che gli analisti sono noti per il supposto "lassismo terapeutico" ovvero interventi rari, libere associazioni, emersione libera dei contenuti...addirittura Bion parlava di analista "senza desideri e senza memoria!"
    . Siamo tutti d'accordo che nelle strutture pubbliche il concetto di tempo è importante? Un "palombaro" DOC che analizza gli sviluppi dei sogni, che fa interventi rari, che scava, scava scava scava scva scva scva scava ci sta anni! Il "palombaro" DOC che lavora in una struttura pubblica invece di ipotizzare che si tratti di conflitto edipico dopo 30 sedute.. per forza di cose, lo deve ipotizare al massimo dopo la decima (e sono stato gentile con i numeri). Insomma, il tempo manca perchè l' utente decida 'da solo', ad esempio, di chiarire la relazione conflittuale con i genitori... si ci dice.. provi a chiarire la relazione con sua madre, con suo padre ci parli.. ecc. ecc...
    Naturalmente, sto rivolgendo il discorso al livello epistemologico di alcune teorie in relazione alle strutture pubbliche. Non parlo e non voglio parlare delle capacità dei singoli psicoterapeuti.. concetti di elasticità, empatia, creatività, intuizione, ecc..

  3. #33
    Originariamente postato da Accadueo
    lo sapevo che lo dicevi
    allora... un discorso è che la direttività fa parte della epistemologia, un altro è predicare bene e razzolare male (scusami, ma è un periodo che mi escono le frasi standard). Mi spiego meglio.. il sistemico che effettua una prescrizione paradossale fa parte di un contetto teorico di base oltre che dei pregiudizi del terapeuta.. il dottore del profondo che dice come comportarsi è solo questione di pregiudizi del terapeuta.. non c'è nessuna base teorica che 'legittima' la direttività.
    Ma infatti un qualsiasi terapeuta NON dice come comportarsi, non c'entra che sia analista o meno! Forse le persone che conosci magari utilizzano consigli suggerimenti "aiutini" come direbbe qualche becero della televisione...ma questo non c'entra con la terapia..i consigli li da pure mia zia!
    Mi potresti fare degli esempi, per capire meglio cosa intendi, di interventi in cui il terapeuta abbia detto al pz. come si doveva comportare?
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    Originariamente postato da Accadueo
    .Siamo tutti d'accordo che nelle strutture pubbliche il concetto di tempo è importante? Un "palombaro" DOC che analizza gli sviluppi dei sogni, che fa interventi rari, che scava, scava scava scava scva scva scva scava ci sta anni! Il "palombaro" DOC che lavora in una struttura pubblica invece di ipotizzare che si tratti di conflitto edipico dopo 30 sedute.. per forza di cose, lo deve ipotizare al massimo dopo la decima (e sono stato gentile con i numeri). Insomma, il tempo manca perchè l' utente decida 'da solo', ad esempio, di chiarire la relazione conflittuale con i genitori... si ci dice.. provi a chiarire la relazione con sua madre, con suo padre ci parli.. ecc. ecc...
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    Ma parliamo a livello ideale o della pratica della terapia analitica nel pubblico? Perchè ti assicuro che non c'è uno scavo per il godimento perverso di uno psicoterapeuta con fissazione alla fase anale . Io non ho visto nel pubblico analisti scavare per anni anni e anni, ti ripeto l'intervento e l'interpretazione è sempre rispetto al conflitto centrale e qui non ci vogliono anni (occhio però al tipo di disturbo!)...quelli li lasciamo a chi, nel privato, ha obiettivi diversi (e anche obiettivi economici del terapeuta!!)
    Chiaramente anche il mio discorso sul "lassismo paradossale" è sempre in via teorica, è chiaro che in Asl non cè un setting ideale, il tempo è deciso dall'istutuzione e dall'urgenza del sintomo quindi la modalità relazionale è differente....vedi anche la profonda differenza stra-sottolineata tra Psicoanalisi e Psicoterapia Psicodinamica o espressiva.
    Insomma credo che la prassi sia la migliore risposta al quesito: ci sono psicoterapeuti psicodinamici nelle Asl? Si
    Lavorano con adolescenti, adulti, bambini, anziani?Si
    Analizzano i sogni e i conflitti? Alcuni si
    Quindi si può dedurre che Dinamica e Pubblico non siano dimensioni inconciliabili rispetto al Tempo Istituzionale e del Paziente.
    Ciaoooo! (come sono logorroica oggi!)
    Ultima modifica di castagna : 23-07-2005 alle ore 14.59.27
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  4. #34

    La terapia cognitiva -comportamentale

    è efficace, almeno a leggere gli studi di settore.
    Ecco perché in ambito clinico psichiatri e psicologi sono prevalentemente orientati in questo senso.

    Per quanto mi riguarda, nella pratica ospedaliera arrivano tanti di quei pazienti con sei, sette anni di "psicoanalisi" alle spalle, cominciano a parlare delle consapevolezze raggiunte, del complesso di Edipo, delle grandi verità scoperte in anni di lettino e di silenzio del terapeuta ma gli attacchi di panico sono rimasti, le fobie persistono, i disturbi alimentari si aggravano.

    That's Freud bellezza!
    ma anche Jung...

  5. #35
    Johnny
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da Accadueo
    rasputin io ricordo che Lacan era famoso perchè non si capiva una mazza di quello che scriveva... come me del resto . Per il resto, non so se considerare la possibilità dello psicologo di interrompere la seduta in qualsiasi momento come un punto di forza o di debolezza... ti ricordi, epistemologicamente parlando, perchè afferma ciò?
    em.....Lacan è famoso xke è un frudiano convinto, e scrive in modo molto chiaro..... solo ke era "un pò narcisista"....cmq epistemologicamente cerco di spegartelo in poche parole: l'inconscio è strutturato come un linguaggio, e quindi può essere colto nel linguaggio (lapsus, libere associaz., sintomo,...), dovunque vi sia la "parola vera". La terapia non mira alla guarigione, ma alla verità, che si colloca al di là della relazione immaginaria che il soggetto ha con il mondo. Per Lacan infatti la relazione col mondo è immaginaria, dal momento che l'Io (JE) si struttura a partire dalla fase dello specchio, quando il bambino vede la sua immagine allo specchio e la assume x vincere l'angoscia di frammentazione. Il vero io (MOI) è nell'inconsico, che non è immaginario, ma simbolico, e si forma grazie al Padre che separa la coppia narcisistica madre-bambino, davorendo l'individuazione del bambino.
    La seduta breve favorisce la "parola vera" dell'inconscio. L'interruzione della seduta è una frustrazione che incrina le difese narcisistiche del paziente per far emergere il vero soggetto (dell'inconscio). Altrimenti la coppia paziente-terapeuta rischia di diventare una seconda coppia immaginaria madre-bambino . La frustrazione dell'interruzione della seduta evita questo, istituendo l'ordine simbolico.

  6. #36
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
    Data registrazione
    27-03-2004
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    471
    Mi è piaciuto molto 'intervento di castagna all'inizio di questa pagina, specie quando cita Hillmann.
    Infatti il terapeuta, con le sue osservazioni/descrizioni, cocostruisce con il paziente la realtà terapeutica. Se è vero che il terapeuta, per la sua condizione, ha un potere di influenza notevole significa anche che tenderà determinare le cornici entro le quali significare le emozioni, le relazioni ecc...
    Il punto basilare, secondo me, è che mentre le teorie psicoanalitiche non si fondano su un'epistemologia condivisa dal paziente (a meno che egli non sia un aspirante, e questo in effetti giustifica perchè i pazienti della psicoanlisi al giorno d'oggi sono specie studenti specializzandi), e quelle cognitive si basano su criteri di logica aristoteliana che svilisce l'emozione e la relazione tanto da divenire meri percorsi di apprendimento ( e qui la direttività è massima sebene il paziente comprende implicitamente l'epistemologia del clinico cognit), quelle a stampo sistemico consentono di comunicare con il paziente con lo stesso linguaggio, perchè già di per sè, per natura e cultura, è predisposto ad un utilizzo di un linguaggio "familiare" per interpretare le proprie emozioni, comportamenti ecc....
    Es. (come ogni esempio incorre nel rischio della generalizzazione):

    Se sono in ansia lo psicoanalista classico andrà a spiegare la condizione in base ad una regressione a stadi infantili dove si è fissata la libido a causa di un qualche evento traumatico che fissatosi in memoria dovrà essere richiamato così da liberare l'affetto angoscioso legato alla rappresentazione rimossa, che dovrà dunque essere riportato alla coscienza e consentire un'elaborazione.
    Il cognitivista, coerentemente al senso comune, cercherà quei pensieri angosioso che sostengono l'emozione ansiosa e cercherà di convincere il paziente della loro inaderenza alla realtà.
    Il terapeuta sistemico cercherà di contro di reiserire l'ansia in un contesto semantico-relazionale, con la possibilità di coinvolgere quei "sistemi" da cui origina l'ansia e reinvetare storie nuove, ma plausibili che consentano di ridistribuire le relazioni tra i soggetti entro uno stesso frame, almeno in parte condiviso, e tale per cui non orienti modalità di rapportarsi che siano minaccianti l'identità di uno dei membri.


    Nel primo orientamento paziente e terapista non condividono la stessa epistemologia. Nel secondo può darsi di si, ma in effetti un percorso di apprendimento svilisce l'emozione "patologica", nel senso che tenta di sopprimerla qualificandola come "sbagliata" (il livello epistemologico è per lo più implicito), il che può di fatto alimentarla, mentre nell'ultimo orientamento entrambi condividono le travi della stessa epistemologia. Il paziente riconosce sempre che il suo disturbo è inevitabilmente connesso al suo contesto relazionale.
    Quest'ultima a differenza delle altre due è un'epistemologia "locale".
    Difficilmente la psiconalisi potrebbe far breccia in altre culture, così come difficilmente il cognitivismo potrebbe incontrare modi di pensiero arazionali diffusi in oriente.
    La famiglia, di contro, unifica tutte le culture e di fatto le fonda.
    //E' il suo funzionamento che diverge dall'una all'altra (cultura e famiglia).//
    Pertanto ognuno potrà comprendere l'epistemologia del clinico sistemico perchè nessuno può evitare di confrontarsi con la famiglia.


    Santiago
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  7. #37

    Re: La terapia cognitiva -comportamentale

    Originariamente postato da Lulla62
    è efficace, almeno a leggere gli studi di settore.
    Ecco perché in ambito clinico psichiatri e psicologi sono prevalentemente orientati in questo senso.

    Per quanto mi riguarda, nella pratica ospedaliera arrivano tanti di quei pazienti con sei, sette anni di "psicoanalisi" alle spalle, cominciano a parlare delle consapevolezze raggiunte, del complesso di Edipo, delle grandi verità scoperte in anni di lettino e di silenzio del terapeuta ma gli attacchi di panico sono rimasti, le fobie persistono, i disturbi alimentari si aggravano.

    That's Freud bellezza!
    ma anche Jung...
    Grazie per la bellezza! ..in ogni caso è una considerazione giusta dal tuo punto di vista, che non voglio certo smentire perchè ne vedo di persone che dopo anni di terapia concludono poco o nulla...ma sparare a zero a cosa serve??? Arrichisce la discussione? non tutti i pazienti hanno avuto la stessa triste esperienza con l'analisi e lo stesso si può dire su pazienti che tolto un sintomo se ne ritrovano altri, tanto per generalizzare e che poi entrano in analisi!, o fanno terapia familiare!. Ma io non mi sogno di dire la cognitivo comp è una buffonata: 1) perchè non lo credo e non lo è 2) perchè ogni epistemologia ha i suoi pro e contro.

    Ciaoooooooo
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  8. #38
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
    Data registrazione
    27-03-2004
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    471
    P.S. La diffusione dellorientamento cognitivo-comportamentale nel campo psichiatrico mi sembra giustificato dal fatto che entrambe le discipline ( e coloro che vi fanno parte) condividono la stessa espistemologia "empirista" e la stessa metodica terapeutica direttiva dove la relazione paziente - terapeuta scandisce fino alla nausea i ruoli di entrambe le posizioni.
    Mi chiedo (provocatoriamente) se non vi sia una sorta di velata onnipotenza in chi sceglie di aprocciarsi al malato tenendo ben stretto il suo fantomatico ruolo di salvatore, di esperto, di dispendiatore di cure miracolose e "scientificamente" (o meglio empiricamente, visto che la scienza non è ateorica) comprovate.
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  9. #39
    Originariamente postato da Santiago

    Il punto basilare, secondo me, è che mentre le teorie psicoanalitiche non si fondano su un'epistemologia condivisa dal paziente (a meno che egli non sia un aspirante, e questo in effetti giustifica perchè i pazienti della psicoanlisi al giorno d'oggi sono specie studenti specializzandi), e quelle cognitive si basano su criteri di logica aristoteliana che svilisce l'emozione e la relazione tanto da divenire meri percorsi di apprendimento ( e qui la direttività è massima sebene il paziente comprende implicitamente l'epistemologia del clinico cognit), quelle a stampo sistemico consentono di comunicare con il paziente con lo stesso linguaggio, perchè già di per sè, per natura e cultura, è predisposto ad un utilizzo di un linguaggio "familiare" per interpretare le proprie emozioni, comportamenti ecc....
    Es. (come ogni esempio incorre nel rischio della generalizzazione):

    Se sono in ansia lo psicoanalista classico andrà a spiegare la condizione in base ad una regressione a stadi infantili dove si è fissata la libido a causa di un qualche evento traumatico che fissatosi in memoria dovrà essere richiamato così da liberare l'affetto angoscioso legato alla rappresentazione rimossa, che dovrà dunque essere riportato alla coscienza e consentire un'elaborazione.
    Ciao Santiago! ci incontriamo dopo tanto tempo! ...dunque io parlo sempre della MIA esperienza relativa alla terapia e nello specifico seguo il modello Junghiano (anche se frequento una scuola Strategica per integrare).
    La prospettiva deriva dall'analisi freudiana ma se ne distacca per un elemento principale: la visione di Freud è causale_meccanicista mentre Jung propone un modello sintetico-costruttivo che interviene e analizza la visione del presente e del futuro della persona ("Anima non solo come divenuto ma come Divenire"). In questo ho trovato moltissime affinità con il Costruttivismo. Inoltre Jung poneva la sua attenzione ai Significati Personali che il paziente attribuiva agli eventi e infatti nei suoi scritti non esiste una teoria o una spiegazione univoca per i vari disturbi. E qui ritorno all'esempio dell'ansia da te giustamente citato: perchè questa ragazza entra in ansia? cosa succede ORA nella sua vita? che relazioni ha con gli altri? (e qui rientra il giustissimo peso che si deve accordare all'analisi del sistema relazionale...la realtà esiste, a differenza di molti che credono nell'assoluto primato del mondo interno!) a cosa serve l'ansia nell'assetto di vita della persona? ecc.
    Lo stesso vale per i sogni...non ci sono costruzioni univoche ma immagini che si costruiscono insieme al paziente.

    Originariamente postato da Santiago

    Difficilmente la psiconalisi potrebbe far breccia in altre culture, così come difficilmente il cognitivismo potrebbe incontrare modi di pensiero arazionali diffusi in oriente.
    La famiglia, di contro, unifica tutte le culture e di fatto le fonda.
    //E' il suo funzionamento che diverge dall'una all'altra (cultura e famiglia).//
    Pertanto ognuno potrà comprendere l'epistemologia del clinico sistemico perchè nessuno può evitare di confrontarsi con la famiglia.
    Santiago
    Sul fatto delle culture posso dirti che Jung ha parlato di Inconscio collettivo, della psiche che si struttura a livello transgenerazionale...quindi moltissima importanza è data proprio all'insieme dei significati unici della struttura psichica della persona e del suo retroterra socio-culturale (vedi gli studi fatti con le popolazioni indiane o sull'oriente ecc).
    Sicuramente la sistemica lavora con un linguaggio più interattivo e processuale rispetto alla dinamica...ma credo che siano tutti punti di vista che non si autoescludono...i punti di contatto ci sono e molti più di quanto pensassi!

    Benedetta
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  10. #40

    Non si tratta di sparare a zero

    si tratta di tentare una lettura di dati clinici.
    Mi spiace ma mi attengo a questo e all'esperienza, di recente ho tirato giù un po' di letteratura degli ultimi 4 anni (2000-2004- psicoterapie a confronto nel trattamento dei pazienti bipolari) e in termini di risultati clinici la psicoanalisi è sotto una soglia minima di attenzione.
    Proprio meno di niente.
    Questo è un dato che puoi verificare tu stesso, risultati analoghi sul piano del trattamento di pazienti DCA e Fobici.

    Insomma muovendosi in questo senso, non si tratta di sparare a zero si tratta di tentare una lettura di validità in termini di efficacia.
    Il resto è "fuffa"

    p.s. leggo un po' di imprecisioni grossolane qua e là in merito a posizioni "direttive" in terapia cognitivo-comportamentale, spero di aver frainteso io, ma quanto a posizioni terapeuta-paziente, one up - one down credo che la psicoanalisi meriti l'Oscar.

  11. #41

    x Santiago

    “Il cognitivista, coerentemente al senso comune, cercherà quei pensieri angosioso che sostengono l'emozione ansiosa e cercherà di convincere il paziente della loro inaderenza alla realtà.”


    Nella terapia cognitivo-comportamentale si tenta di “Convincere” il paziente della inaderenza alla realtà dei pensieri angosciosi che sostengono l’emozione ansiosa?
    Santiago, ma stai scherzando vero?
    Non entro neanche nel merito perché non ha senso, credimi.
    Mi riferisco soprattutto al “convincere” che è operazione fuori dal mondo, fuori dal setting, fuori da ogni contesto di rispetto reciproco, vale per la relazione terapeuta-paziente come per quella amicale.

  12. #42

    Re: Non si tratta di sparare a zero

    Originariamente postato da Lulla62
    si tratta di tentare una lettura di dati clinici.
    Mi spiace ma mi attengo a questo e all'esperienza, di recente ho tirato giù un po' di letteratura degli ultimi 4 anni (2000-2004- psicoterapie a confronto nel trattamento dei pazienti bipolari) e in termini di risultati clinici la psicoanalisi è sotto una soglia minima di attenzione.
    Proprio meno di niente.
    Questo è un dato che puoi verificare tu stesso, risultati analoghi sul piano del trattamento di pazienti DCA e Fobici.

    Insomma muovendosi in questo senso, non si tratta di sparare a zero si tratta di tentare una lettura di validità in termini di efficacia.
    Il resto è "fuffa"

    p.s. leggo un po' di imprecisioni grossolane qua e là in merito a posizioni "direttive" in terapia cognitivo-comportamentale, spero di aver frainteso io, ma quanto a posizioni terapeuta-paziente, one up - one down credo che la psicoanalisi meriti l'Oscar.
    Non capisco perchè tutta questa voglia di proclamare il PRIMATO di un modello...per quanto mi riguarda più vedo/imparo/conosco il mondo e le esperienze della clinica MENO certezze ho...che non vuol dire avere il dubbio dell'ossessivo ma essere aperti al confronto con la "fuffa" (??) propria e degli altri!
    Per quanto riguarda la posizione up/down della dinamica (e non parlo di lettino ecc) non è nè più nè meno delle altre forme di terapia.

    PS in quello che ha scritto Santiago non trovo nulla di grossolano...
    "io sono Pessoa e...la Quarta...!"
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  13. #43

    Primato? e perchè?

    Tu parli di “primato”, non io.
    Io sto parlando di terapie a confronto in termini di efficacia e di risultati clinicamente apprezzabili e documentati. Personalmente non mi pare interessante altro in ambito clinico e, visto che si discute di attualità di Freud o di Jung, pur riconoscendone il valore e il merito, in ambito clinico la psicoanalisi non risulta efficace in modo significativo in letteratura scientifica.
    Questo non significa stabilire un primato significa prendere la giusta distanza obiettiva, quella necessaria a valutare, senza preconcetti e/o pregiudizi questa o quella teoria da un certo punto di vista, nello specifico quello clinico.

    Tutto qui. Anzi no, sul one up-one down non concordo con quanto affermi, assolutamente.

    p.s. quindi anche tu, come Santiago, pensi che “convincere” di qualcosa un paziente sia un obiettivo terapeutico? E non trovi nulla di agghiacciante in questo? ( grossolano mi sembra minimizzante, data l’enormità dell’affermazione.) Mi viene voglia di chiederti chi è, secondo te, lo psicologo per pensare di possedere verità con le quali “convincere” i pazienti? Dico in generale, quale che sia l’orientamento del terapeuta, quale verità del terapeuta può essere migliore di quella del paziente, in quale contesto di vita? Quello del terapeuta o quello del paziente? E le verità che noi psicologi dovremmo sostenere in quale contesto di relazione, di storia personale dovrebbero essere considerate? Forse a prescindere, tanto per riconoscere il primato delle verità? Vuoi vedere che a me con il certificato di laurea hanno dimenticato di dare quello di detentrice di verità assolute con cui andare in giro a convincere la gente!
    Noooo, ho capito. Stai scherzando, vero?

  14. #44
    Postatore Compulsivo L'avatar di ghiretto
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    ma se un paziente manifesta mettiamo una fobia, tipo una di quelle che condiziona la sua vita, ad esempio non riesce neppure più ad uscire di casa perchè ha paura delle scale... io come psicologo che penso? Metti che lui affermi che però la cosa non gli arreca "molto" fastidio, ma intanto è da te, cioè da un psicologo Cioè, indipendentemente dal mio approccio teraupetico, visto che il paziente ha sicuramente lesa parte della sua qualità di vita, non ho un retropensiero riguardo a ciò? O mi muovo senza alcuna progettualità rispetto la sua fobia? Forse non è che il paziente vada "convinto" ma con lui, non su lui o per lui, si deve costruire una condivisione, altrimenti il lavoro diventa poco produttivo a mio avviso. Senza la sua partecipazione attiva al processo, qualunque azione noi si voglia intraprendere, io trovo resti lettera morta qualsiasi intervento si faccia e con qualunque finalità. Non credo si tratti di verità assolute, ma almeno di verità parzialmente condivise tra terapeuta e paziente, altrimenti e come se si parlasse due lingue differenti, cioè senza un minimo di terreno condiviso io credo sia tutto inutile. E lo ripeto, indipendentemente dai vertici epistemologici adottati.
    Spero di essermi spiegata

  15. #45

    Sì Ghiretto, ma qui parliamo di "convincere"!

    A parte l’analisi della domanda che insomma è ovvia prassi, secondo te l’obiettivo dell’intervento terapeutico è “convincere” il paziente? Mi pare di no, “condividere” è diverso, molto diverso da “convincere”. Condividere presuppone empatia, capacità di sentire come sente l’altro, non calargli addosso costruzioni teoriche e convincerlo della coerenza delle stesse rispetto alle sue costruzioni personali.

    Hai preso un bell’esempio, un fobico può arrivare a costruire la sua esistenza in termini di evitamento, magari arriva da te portando chissà quale altro problema.
    Allora che fai? Lo convinci che è fobico? Che in realtà il suo problema non è quello che crede ma quello che gli spieghi tu? Certo che no, almeno spero. Quale che sia il tuo o il mio orientamento, l’opera di convincimento la lascerei agli imbonitori, ai venditori porta a porta e via di seguito.
    Certo che ciascuno di noi ha il suo modello di riferimento, utile per la diagnosi, per la scelta d’intervento, per l’impostazione stessa della relazione terapeutica ma che c’entra questo con un’affermazione come quella di cui stiamo discutendo?
    Convincere il paziente?
    Semmai comprendere, raggiungere consapevolezza, riconoscere, ma “convincere” mi sembra agghiacciante, ripeto decisamente agghiacciante.

    Nel momento stesso in cui io tento di “convincere” te di qualcosa ti squalifico, nego cioè il tuo valore, ti sistemo giusto giusto sotto di me, a dimostrare che io so ciò che tu non sai, ti induco ad accettare la mia come l’unica verità perseguibile.

    Non ultimo, il paziente arriva da noi quando il sintomo è disfunzionale, alle volte noi possiamo anche intuire che c’è molto di più, ma quel di più, in un modo o in un altro, si è sistemato in un sistema che funziona, e funziona bene anche se ne riconosciamo l’aspetto “patologico” da un punto di vista teorico. Che fai? Convinci il paziente che la sua vita è uno schifo? No lo rispetti e lascia quell’individuo alla sua libertà e autonomia cercando di aiutarlo a ritrovare l’equilibrio.
    Posto che la terapia abbia successo, almeno per il problema portato dal paziente secondo me il nostro lavoro è finito, andare oltre sarebbe ingiusto e scorretto e soprattutto sarebbe irrispettoso dell’altro.

    Poi scusate, ma io quest’idea di psicoterapeuta come portatore di verità assolute, di guarigione e chissà di cosa ancora la trovo anche pericolosa e molto poco utile da un punto di vista d’immagine di categoria. Tanto più se consideriamo la nostra dimensione umana ovvero la nostra personale probabile dimensione patologica. Secondo me è la “relazione” la vera dimensione terapeutica e per costruirla non si può partire dall’idea di dover “convincere” i pazienti delle nostre verità ( vedi Freud e l’abuso sessuale infantile in versione fantasia), piuttosto riconoscere le loro “verità” e il significato che nella vita del nostro paziente hanno quelle verità.

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