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  1. #31
    Partecipante Figo L'avatar di tata_moni
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    21-02-2006
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    Rispondo anch'io...

    L'esempio che ho fatto prima su quanto mi capita al lavoro sta per dire che:
    - ritengo che la psicologia sia una scienza, ma non esatta, bensì probabilistica;
    - gli strumenti di valutazione che ha a disposizione uno psicologo sono molteplici, non solo i test, ma anche il colloquio e l'osservazione;
    - il colloquio e l'osservazione, benchè dipendano dal soggetto che li esegue e li interpreta, se caricati di esperienza possono diventare potenti mezzi di comprensione della realtà;
    - anche la somministrazione di un test è carica di soggettività e ne dobbiamo essere consapevoli per non incorrere nell'errore di crederla una pratica totalmente scientifica e quindi esente da dubbi.

    Insomma, per riassumere, secondo me la psicologia è una scienza che non può aspirare alla certezza matematica (ce ne sono altre, come l'etologia o la medicina stessa), ma alcuni strumenti e l'esperienza nel saperli usare bene possono aiutare a comprendere la realtà.

  2. #32
    Partecipante Assiduo
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    scusa carlotta, ma perchè è così necessario per fare bene il proprio lavoro che sia per forza "scientifico"? Mica stiamo parlando di una ricerca che deve soddisfae determinati criteri di scienza. allora l'insegnamento e la relaizone educativa, la filosofia, la letteratura, la musica e qualunue altro atto che ha a che fare con l'approfondimento ma anche con la creatività di colui/colei che lo compie? Se dobbiamo usare degli strumenti per la valutazione di un test ci preoccupiamo che essi siano oggettivamente validati, ma esiste un tipo di valutazione che attiene ad una sfera più soggettiva e che si basa sul raggiungimento di obiettivi che solo l'individuo può valutare.
    baci
    lella
    lella

  3. #33
    gil74:-)
    Ospite non registrato
    sono d'accordo con Lella.
    io sinceramente non sento l'esigenza di una maggiore scientificità, sia come studentessa che spera di lavorare in futuro come psicologa, sia come potenziale paziente.
    Non vuol dire che io non abbia dubbi o timori... spesso penso chissà se sarò capace di aiutare una persona con dei veri problemi psicologici....del resto, lavorare come psicologo non vuol dire agire come una persona che dà un consiglio ad un amico in un momento di difficoltà...è diverso, è un'altra cosa, e io saprò farlo?
    eppure, non so perché, non sento il bisogno di una scientificità che venga in mio aiuto, come strumento x fare bene il mio futuro lavoro; se andassi da un terapeuta la mia speranza sarebbe solo quella che lui possa comprendermi profondamente, che lui sia il terapeuta più adatto ai miei problemi.
    Sono solo al primo anno, di cose ne so ancora poche, magari negli anni cambierò idea.... per il momento penso che la psicologia non si possa considerare una scienza esatta, ma questo non mi spaventa. Mi spaventa il rischio di non riuscire ad essere empatica con un paziente, di non riuscire a vedere la sua realtà con i suoi occhi, facendomi influenzare da pregiudizi e problemi personali. Questo mi spaventa di più.
    Comunque, cara Carlotta, sicuramente non sei l'unica a porti queste domande sulla scientificità della psicologia, e spero che tu possa trovare un modo per lavorare secondo criteri più scientifici.

    infine, una domanda che rivolgo a carlotta e a tutti: ma l'orientamento cognitivista-comportamentale, non si può considerare più scientifico rispetto alle teorie psicodinamiche? certo, non una scienza esatta, ma forse ha strumenti che si possono considerare più rigorosi e scientifici.


  4. #34
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
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    Originariamente postato da gil74:-)
    infine, una domanda che rivolgo a carlotta e a tutti: ma l'orientamento cognitivista-comportamentale, non si può considerare più scientifico rispetto alle teorie psicodinamiche? certo, non una scienza esatta, ma forse ha strumenti che si possono considerare più rigorosi e scientifici.
    Sono d'accordo con Santiago, la domanda posta nel 3d non necessita di rassicurazioni o simili, ma piuttosto pone il problema della teoria di riferimento e del contesto epistemico in cui si muove la psicologia contemporanea. Non credo che si possa prescindere da una teoria della complessità, il che comporta il rinunciare alla causalità semplice e lineare.
    In base a queste considerazioni mi chiedo perchè l'approccio congitivo comportamentale dovrebbe essere considerato più scientifico delle teorie psicodinamiche. Peraltro ho l'impressione che la parte più avanzata del cognitivismo si stia avvicinando alle teorie psicodinamiche per quanto riguarda tutto il tema delle emozioni.

    Un saluto
    gieko

  5. #35
    gil74:-)
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da gieko
    In base a queste considerazioni mi chiedo perchè l'approccio congitivo comportamentale dovrebbe essere considerato più scientifico delle teorie psicodinamiche. Peraltro ho l'impressione che la parte più avanzata del cognitivismo si stia avvicinando alle teorie psicodinamiche per quanto riguarda tutto il tema delle emozioni.
    ho fatto questa domanda perché, basandomi su quello che ho studiato finora, ho avuto questa impressione. Ma, ripeto, sono solo all'inizio, e dei vari orientamenti ho studiato solo le basi "storiche".
    Non so, forse sbaglio a "impelagarmi" in queste discussioni, visto che di strada da fare ne ho ancora tanta, ma ho voluto esprimere la mia opinione su un argomento molto interessante.


    Gieko, potresti spiegarmi meglio quello che intendi per " teoria della complessità" e "rinunciare alla causalità semplice e lineare"?


    Vuol dire che si deve rinunciare a teorie che spiegano la psiche in termini di causa ed effetto? e che in realtà bisogna considerare diversi fattori, tra cui anche lo psicologo stesso?

  6. #36
    carlotta84
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da gil74:-)
    sono d'accordo con Lella.
    io sinceramente non sento l'esigenza di una maggiore scientificità, sia come studentessa che spera di lavorare in futuro come psicologa, sia come potenziale paziente.
    Non vuol dire che io non abbia dubbi o timori... spesso penso chissà se sarò capace di aiutare una persona con dei veri problemi psicologici....del resto, lavorare come psicologo non vuol dire agire come una persona che dà un consiglio ad un amico in un momento di difficoltà...è diverso, è un'altra cosa, e io saprò farlo?
    eppure, non so perché, non sento il bisogno di una scientificità che venga in mio aiuto, come strumento x fare bene il mio futuro lavoro; se andassi da un terapeuta la mia speranza sarebbe solo quella che lui possa comprendermi profondamente, che lui sia il terapeuta più adatto ai miei problemi.
    Sono solo al primo anno, di cose ne so ancora poche, magari negli anni cambierò idea.... per il momento penso che la psicologia non si possa considerare una scienza esatta, ma questo non mi spaventa. Mi spaventa il rischio di non riuscire ad essere empatica con un paziente, di non riuscire a vedere la sua realtà con i suoi occhi, facendomi influenzare da pregiudizi e problemi personali. Questo mi spaventa di più.
    Comunque, cara Carlotta, sicuramente non sei l'unica a porti queste domande sulla scientificità della psicologia, e spero che tu possa trovare un modo per lavorare secondo criteri più scientifici.

    infine, una domanda che rivolgo a carlotta e a tutti: ma l'orientamento cognitivista-comportamentale, non si può considerare più scientifico rispetto alle teorie psicodinamiche? certo, non una scienza esatta, ma forse ha strumenti che si possono considerare più rigorosi e scientifici.

    mi sta venendo il dubbio di non essermi spiegata abbastanza bene: so bene anch'io che l'empatia, l'ascolto, la comprensione senza pregiudizi, ecc..ecc.. sono i fattori prinicipali di uno psciologo, esenti da scientificità..MA NON E' QUESTO CHE INTENDEVO!!!!!! faccio un esempio pratico così magari è più chiaro per tutti: se avete un paziente depresso, e lo ascoltate con empatia, ascolto, ecc..ecc.. però poi questo paziente si suicida, voi come fate a pensare di aver fatto tutto il possibile, se non avevate una griglia, uno schema, un iter preciso e sicuro su cui basarvi? come fate a dire "ho fatto tutto il possibile"? capite? un medico con un suo paziente, può dire di essere tranquillo perchè ha fatto tutti gli esami possibili.. ma uno psicologo come fa??????

  7. #37
    carlotta84
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da lelluzza
    scusa carlotta, ma perchè è così necessario per fare bene il proprio lavoro che sia per forza "scientifico"? Mica stiamo parlando di una ricerca che deve soddisfae determinati criteri di scienza. allora l'insegnamento e la relaizone educativa, la filosofia, la letteratura, la musica e qualunue altro atto che ha a che fare con l'approfondimento ma anche con la creatività di colui/colei che lo compie? Se dobbiamo usare degli strumenti per la valutazione di un test ci preoccupiamo che essi siano oggettivamente validati, ma esiste un tipo di valutazione che attiene ad una sfera più soggettiva e che si basa sul raggiungimento di obiettivi che solo l'individuo può valutare.
    baci
    lella
    scusa Lella, ma cosa centra tutto questo? la filosofia, la letteratura non è certo una materia che si applica alla cura di una persona!! cosa centra tutto questo con la cura? certo, possono essere di aiuto ma non sono materie applicate alla persona per la cura, diagnosi e terapia! (ripeto: possono essere d'aiuto, ma non centra nulla con il discorso che si sta facendo).

  8. #38
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Originariamente postato da carlotta84
    ...faccio un esempio pratico così magari è più chiaro per tutti: se avete un paziente depresso, e lo ascoltate con empatia, ascolto, ecc..ecc.. però poi questo paziente si suicida, voi come fate a pensare di aver fatto tutto il possibile, se non avevate una griglia, uno schema, un iter preciso e sicuro su cui basarvi? come fate a dire "ho fatto tutto il possibile"? capite? un medico con un suo paziente, può dire di essere tranquillo perchè ha fatto tutti gli esami possibili.. ma uno psicologo come fa??????
    Non sono un medico, ne conosco pochi, ma mi viene sempre in mente un caso che mi raccontò tempo fa un amico, primario anestesista. Arriva in pronto soccorso un ragazzo di 16 anni dopo un incidente motociclistico. Cosciente, vigile, nessuna frattura, nessun sintomo di lesioni interne. Ha il casco e ha battuto violentemente la testa sfondando il parabrezza dell'auto che lo aveva investito.
    I medici lo visitano poi gli tolgono il casco. E il ragazzo muore. Perché aveva il cranio spezzato. E non c'era nessun modo per saperlo prima.
    Era tranquillo, quel mio amico? Affatto. Eppure, diceva, "avevo fatto tutto il possibile. Non potevo fargli una radiografia con il casco. Dovevo toglierglielo per fargliela. Ma non riesco a dimenticarlo."
    Ora, io ho poca esperienza di pazienti e nessuna di depressi. Ma a me pare di avere i miei strumenti, i miei punti di riferimento teorici, il mio ruolo, la mia scuola, i miei colleghi. E per me sono dei punti sicuri sui quali appoggiare la mia pratica professionale.
    Sapendo che, quando si tratta di esseri umani, non esistono mosse sicure. E' come giocare una partita a scacchi. Puoi anche conoscere tutte le aperture a memoria, ma il centro della partita non è nelle tue possibilità prevederlo. Troppe le variabili.
    E poi, a mio parere, se una persona decide di suicidarsi, lo fa. Psicologi o meno, psichiatri o meno, farmaci o meno. Perché sta nelle possibilità che ognuno di noi ha quella di decidere un giorno che non vuole più vivere. E' una scelta, né più né meno come altre che facciamo, o crediamo di fare, ogni giorno.
    Mi capitò, anni fa, ad un convegno a Gargnano, di ascoltare la relazione di uno psicoterapeuta sul suicidio di una sua paziente, gravemente depressa. Nella sua voce c'erano i sentimenti più disparati. Prevalevano il dolore, la rabbia, ma non c'era il senso di colpa. Ma non perché fosse esente da errori. Ma perché era consapevole di non essere onnipotente, di non poter prevedere e capire e sapere tutto, di no poter far sì che la sua paziente facesse quel che voleva lui.
    Perché, paradossalmente, un tuo paziente ha anche il diritto di togliersi la vita. E' sua, non tua.

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  9. #39
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Originariamente postato da gil74:-)
    Gieko, potresti spiegarmi meglio quello che intendi per " teoria della complessità" e "rinunciare alla causalità semplice e lineare"?


    Vuol dire che si deve rinunciare a teorie che spiegano la psiche in termini di causa ed effetto? e che in realtà bisogna considerare diversi fattori, tra cui anche lo psicologo stesso?
    Non credo che ti sei impelagata in una discussione sbagliata, mi sembra anzi molto importante ed attuale. Sarebbe troppo lungo spiegare cosa siano le teorie della complessità, per cui mi sento più di rimandare alla lettura di alcuni testi. Credo però che tu abbia colto l'implicazione fondamentale, ovvero:
    - l'impossibilità di considerare semplicemente una causalità lineare che rimanda ad una visione positivistica e, pertanto;
    - l'implicazione profonda dello psicologo/psicoterapeuta nella relazione con l'utente/paziente.

    Tento di rispondere, seppur parzialmente al quesito di fondo di carlotta84 che credo rimandi proprio a questo problema.

    Originariamente postato da carlotta84
    se avete un paziente depresso, e lo ascoltate con empatia, ascolto, ecc..ecc.. però poi questo paziente si suicida, voi come fate a pensare di aver fatto tutto il possibile, se non avevate una griglia, uno schema, un iter preciso e sicuro su cui basarvi? come fate a dire "ho fatto tutto il possibile"?
    Penso che in una sitazione così difficile verrebbe a tutti da domandarsi se si sia fatto il possibile. Tuttavia penso che sarebbe una linea di pensiero e di intervento che non porterebbe a grandi risultati, semplicemente perchè non si fa mai abbastanza (specie di fronte al suicidio) e ragionare in questi termini significa spesso colludere col paziente.
    Credo che sarebbe più corretto tentare di leggere ciò che sta avvenendo o che sia avvenuto nella relazione con il paziente suicida, nella consapevolezza che se è arrivato al suicidio è per tutta una serie di fattori e che noi non siamo la causa di questo. Il rimando, ove possibile, della situazione sottostante al suicidio potrebbe essere quindi l'unica tecnica in mano al terapeuta, perchè anch'egli è limitato nei mezzi. Certamente esistono poi altri strumenti, in mano ad altri professionisti, come il TSO per tentare di salvare il suicidia, ma a questo punto è bene che entrino in gioco loro.
    gieko

  10. #40
    carlotta84
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da willy61
    Non sono un medico, ne conosco pochi, ma mi viene sempre in mente un caso che mi raccontò tempo fa un amico, primario anestesista. Arriva in pronto soccorso un ragazzo di 16 anni dopo un incidente motociclistico. Cosciente, vigile, nessuna frattura, nessun sintomo di lesioni interne. Ha il casco e ha battuto violentemente la testa sfondando il parabrezza dell'auto che lo aveva investito.
    I medici lo visitano poi gli tolgono il casco. E il ragazzo muore. Perché aveva il cranio spezzato. E non c'era nessun modo per saperlo prima.
    Era tranquillo, quel mio amico? Affatto. Eppure, diceva, "avevo fatto tutto il possibile. Non potevo fargli una radiografia con il casco. Dovevo toglierglielo per fargliela. Ma non riesco a dimenticarlo."

    E poi, a mio parere, se una persona decide di suicidarsi, lo fa. .
    Mi capitò, anni fa, ad un convegno a Gargnano, di ascoltare la relazione di uno psicoterapeuta sul suicidio di una sua paziente, gravemente depressa. Nella sua voce non c'era il senso di colpa. Ma non perché fosse esente da errori. Ma perché era consapevole di non essere onnipotente

    Guglielmo
    bè insomma... non sono molto d'accordo sai.. se è come dici tu, allora scusami ma: gli psicologi a cosa servono? i medici servono per curare le malattie fisiche, gli psicologi quelle psicologiche.. non per dire "se vuole lo faccia" si certo c'è libertà, ma lo psicologo dovrebbe riuscire a curare la malattia che c'è dietro (chiamalo malessere, come vuoi) come il medico dovrebbe indagare tutti gli esami per capire cosa ha una persona e curarla, non lasciarla nella disperazione e dire "tanto se voleva, lo fa".. non mi pare molto coerente con lo scopo che lo psicologo persegue. so bene che c'è anche il sostegno, l'ascolto..ma non c'è solo questo: è questo il punto! Il medico che ha tolto il casco capisco il suo enorme dispiacere ma, come ha detto lui "non c'era altro modo che io potessi fare perche non potevo fare la radiografia con il casco" mentre, ed è questo il nocciolo della questione, IL MEDICO NON PUO DIRE ALTRETTANTO!! è tutto qua il problema...
    chi ha qualcosa da dire, sarebbe bello! :-) grazie

  11. #41
    carlotta84
    Ospite non registrato
    scusate, ho sbagliato a scrivere, l'ultima frase era LO PSICOLOGO non IL MEDICO!!

  12. #42
    carlotta84
    Ospite non registrato
    ho citato il suicidio solo come caso estremo, per cercare di fare un esempio piu chiaro possibile.. ma ovviamente questo discorso è applicabile a qualsiasi paziente ed a qualsiasi problematica

    Originariamente postato da gieko
    Certamente esistono poi altri strumenti, in mano ad altri professionisti, come il TSO per tentare di salvare il suicidia, ma a questo punto è bene che entrino in gioco loro.
    scusami l'ignoranza: cos'è il TSO?

  13. #43
    carlotta84
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da lelluzza
    scusa carlotta, ma perchè è così necessario per fare bene il proprio lavoro che sia per forza "scientifico"? Mica stiamo parlando di una ricerca che deve soddisfae determinati criteri di scienza. allora l'insegnamento e la relaizone educativa, la filosofia, la letteratura, la musica e qualunue altro atto che ha a che fare con l'approfondimento ma anche con la creatività di colui/colei che lo compie? Se dobbiamo usare degli strumenti per la valutazione di un test ci preoccupiamo che essi siano oggettivamente validati, ma esiste un tipo di valutazione che attiene ad una sfera più soggettiva e che si basa sul raggiungimento di obiettivi che solo l'individuo può valutare.
    baci
    lella
    il tuo intervento, lella, mi fa capire che non si è proprio capita la mia domanda iniziale..

  14. #44
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    PS: D'accordissimo con Willy: anche se può sembrare un paradosso, il paziente ha il diritto di togliersi la vita. A noi sta il rischio di tentare, sapendo che sbaglieremo - perchè sbagliamo sempre -, di non colludere con la sua idea pensando che dovremmo fare tutto il possibile per salvarlo, ma piuttosto di rimandargli ciò che sta avvenendo. (E in caso di avvertire chi ha altri mezzi di intervento)
    gieko

  15. #45
    Partecipante Assiduo
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    no forse sono stata confusa io, ma sono in pieno d'accordo con Willi61.
    lella

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