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  1. #31
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Avere chiara nella testa un teoria della mente ed un orientamento che possa fare capo al modus operandi, ti assicuro non esclude che possa riconoscere le virtù, i limiti e i confronti di altre scuole di pensiero. L'eclettismo è la virtù di chi ha le idee sufficientemente chiare ed una personalità tale da non disdegnare quanto di prezioso offrono altri apporti.
    No, questo è quello che dicevo io, avere 1 epistemologia chiara eppure saper comunicare con altri professionisti e con altre epistemologie, ben sapendo che si parte da assunti diversi. L'eclettismo, invece, è la combinazione anche di assunti diversi. Ebbene, non essendo io San Tommaso, non sarei in grado - anche volendo - di fare una Summa Psicologica, mi sembra un discorso molto ragionevole.

    La rigidità, ovvero avere a mente un solo modo unico di procedere, può far diventare bravo un terapeuta.. Ma dimmi, dove sta l'invenzione, l'estro, il genio, la sensibilità se si segue una corrente quasi fosse un compito in classe dettato dalla maestra? E' vero che si può spaziare infinitamente, ma pur sempre abbracciare e sposare una scuola, esclude l'infinitudine di ricchezza e genialità di altre scuole. Per fare ciò che auspico, ci vuole quello scattino in più, il quid, che non dipende da cosa si è studiato durante la specializzazione, ma dal tipo di psicoterapeuta che sei.. Uno psicoterapeuta è sì formazione, ma anche personalità, cervello, creatività.. Dove le mettiamo queste arti, le deponiamo prima di sposarci la nostra teoria e quei quattro termini che ci insegnano a scuola?
    Hai travisato completamente, non ho mai fatto l'elogio della rigidità (anche se l'integralismo ideologico mi ispira una certa simpatia) e non ho fatto un discorso di scuola di specializzazione, ma di scelte di vita e culturali di 1 certo tipo, tutto qui.

    Saluti,
    ikaro

  2. #32
    ninfaverde
    Ospite non registrato
    Scegliere l'orientamento che più si confà alla nostra personalità e al modo in cui potremmo sentirci più capaci a svolgere il nostro lavoro è sacrosanto, ma dato che ritengo l'approccio lo specchio di un orientamento verso il mondo del terapeuta e non tanto solo la presunta migliore e comprovata validità fantasticata dal terapeuta, mi chiedo se un terapeuta con orientamento equilibrato verso il mondo possa accogliere in sè anche la ricchezza di spunti derivanti da altre scuole e saper tuttavia mantenere intatta la propria indole.. Non sarà semplice, ma forse sta lì la differenza tra il bravo tecnico e il terapeuta eccezionale.

  3. #33
    Iggy1982
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da ninfaverde
    Iggy, guarda che non ce l'avevo con te e non facevo ironia spicciola.. Stavo solo cercando di tirarti fuori il tuo pensiero, dato che nel tuo primo post avevi espresso una critica non argomentata ragionevolmente! Ma apprendo ora dal tuo profilo che non studi psicologia, quindi ti faccio le mie scuse.. Il tuo dubbio doveva essere accolto decisamente in altra maniera... Sorry...
    Non preoccuparti, non c'è nessun problema.
    Ma a prescindere da quale sia il mio profilo professionale, la perplessità dovrebbe essere trattata alla stessa maniera. O meglio ancora - proprio perché non manifestata da uno psicologo - dovrebbe essere trattata con una certa attenzione, perché riflette il modo in cui i vostri potenziali pazienti possono vedervi, da profani.

  4. #34
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    06-07-2004
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    Scegliere l'orientamento che più si confà alla nostra personalità e al modo in cui potremmo sentirci più capaci a svolgere il nostro lavoro è sacrosanto, ma dato che ritengo l'approccio lo specchio di un orientamento verso il mondo del terapeuta e non tanto solo la presunta migliore e comprovata validità fantasticata dal terapeuta, mi chiedo se un terapeuta con orientamento equilibrato verso il mondo possa accogliere in sè anche la ricchezza di spunti derivanti da altre scuole e saper tuttavia mantenere intatta la propria indole.. Non sarà semplice, ma forse sta lì la differenza tra il bravo tecnico e il terapeuta eccezionale.
    Mi sembra che continui a leggere quello che vuoi tu.
    Scegliere 1 orientamento non significa aderirvi in maniera dogmatica, soprattutto se questo orientamento si presenta come sapere non-saturo, ed io non parlavo di migliore o comprovata validità di 1 orientamento rispetto ad 1 altro, solo 1 pazzo potrebbe negare gli spunti e le ricchezze delle altre scuole, almeno su questo ci intendiamo, ma cosa sia un "orientamento equilibrato" proprio faccio fatica a capirlo, e che è, una dieta?!?

  5. #35
    ninfaverde
    Ospite non registrato
    Sto soltanto cercando di dirti che un terapeuta dovrebbe saper anche sfruttare la ricchezza di altri approcci..ma mica è difficile, ikaro! Poi se sei d'accordo con me nonostante tu sia un simpatizzante dell'estremismo , va benissimo!!

  6. #36
    ninfaverde
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da Iggy1982
    Non preoccuparti, non c'è nessun problema.
    Ma a prescindere da quale sia il mio profilo professionale, la perplessità dovrebbe essere trattata alla stessa maniera. O meglio ancora - proprio perché non manifestata da uno psicologo - dovrebbe essere trattata con una certa attenzione, perché riflette il modo in cui i vostri potenziali pazienti possono vedervi, da profani.
    La perplessità di un potenziale paziente o persona esterna che percepisce la figura dello psicologo da a altra angolazione deve essere trattata con i guanti bianchi, la perplessità di uno psicologo riguardo alla preparazione che riceviamo deve invece far partire un dibattito sulle preparazioni ricevute e non limitarsi a constatazioni o critiche, questo per far sì che ci sia un confronto anche accademico (ovviamente non possibile completamente con una persona che nella vita si occupa di tutt'altro).. diciamo che i due piani sono un po' diversi.. Comunque mi interessa capire cosa ti porta, a parte i vari post già letti, a nutrire una diffidenza, ovvero se c'è stata un'esperienza o un contatto con degli psicologi e qual'è l'idea che ti sei fatto..
    Ultima modifica di ninfaverde : 01-08-2007 alle ore 13.45.53

  7. #37
    Iggy1982
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da ninfaverde
    Comunque mi interessa capire cosa ti porta, a parte i vari post già letti, a nutrire una diffidenza, ovvero se c'è stata un'esperienza o un contatto con degli psicologi e qual'è l'idea che ti sei fatto..
    E' una risposta complessa quella che dovrei dare, e ora preferisco una riposante pausa pranzo
    Ma non dimentico di doverla dare; stasera, magari.

  8. #38
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Sto soltanto cercando di dirti che un terapeuta dovrebbe saper anche sfruttare la ricchezza di altri approcci..ma mica è difficile, ikaro! Poi se sei d'accordo con me nonostante tu sia un simpatizzante dell'estremismo , va benissimo!!
    Ma io dico, già è difficile (quasi impossibile) "sfruttare" la ricchezza del proprio approccio, conoscerlo bene, interrogarlo continuamente anche grazie all'apporto critico di altri orientamenti e/o di altre teorie, mi spieghi come sia possibile "sfruttare" la ricchezza anche di altri approcci? Se mi spieghi come si fa, al di là dei facili intenti, provo a seguirti.

  9. #39
    ninfaverde
    Ospite non registrato
    Ti faccio un esempio.. Non so come lo abbia capito, ma mi sembri orientato alla psicanalisi.. Ora se avverti nel corso di qualche seduta che ti trovi di fronte ad un paziente con forti problemi nell'avvertire le proprie emozioni e con grande inconsapevolezza dei propri sentiti, potresti optare ( se pensi che ce ne sia bisogno)per un'integrazione della ricchezza di approcci orientati al presente e potresti provocare sollecitamente delle reazioni nel paziente, al fine di invitarlo a prendere contatto con una parte intorpidita di se stesso. Da questa presa di contatto anche piuttosto energica passare poi ad uno scavo nel passato, che però questa volta parte da una sensazione differente: essere riusciti ad impossessarsi di emozioni presenti e averne acquisito una consapevolezza preliminare (potrebbe servire nei casi di forte frammentazione), per poi procedere più efficacemente ad altre vostre tecniche, senza tra l'altro i forti rischi delle spinte regressive (SPECIE in casi di forte fragilità).. Ovvio che a volte sfrutti la ricchezza di altri approcci senza saperlo, perchè la molteplicità delle scuole si interseca con altre scuole ed è complicato stabilire gli influssi esercitati, però anche teorie e tecniche molto diverse possono essere di beneficio al paziente. Quindi se si possono prendere strade più ricche perchè limitarsi ad una sola?

  10. #40
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Ti faccio un esempio.. Non so come lo abbia capito, ma mi sembri orientato alla psicanalisi.. Ora se avverti nel corso di qualche seduta che ti trovi di fronte ad un paziente con forti problemi nell'avvertire le proprie emozioni e con grande inconsapevolezza dei propri sentiti, potresti optare ( se pensi che ce ne sia bisogno)per un'integrazione della ricchezza di approcci orientati al presente e potresti provocare sollecitamente delle reazioni nel paziente, al fine di invitarlo a prendere contatto con una parte intorpidita di se stesso. Da questa presa di contatto anche piuttosto energica passare poi ad uno scavo nel passato, che però questa volta parte da una sensazione differente: essere riusciti ad impossessarsi di emozioni presenti e averne acquisito una consapevolezza preliminare (potrebbe servire nei casi di forte frammentazione), per poi procedere più efficacemente ad altre vostre tecniche, senza tra l'altro i forti rischi delle spinte regressive (SPECIE in casi di forte fragilità).. Ovvio che a volte sfrutti la ricchezza di altri approcci senza saperlo, perchè la molteplicità delle scuole si interseca con altre scuole ed è complicato stabilire gli influssi esercitati, però anche teorie e tecniche molto diverse possono essere di beneficio al paziente. Quindi se si possono prendere strade più ricche perchè limitarsi ad una sola?
    Intervenire nel "qui ed ora" della seduta (specialmente in momenti critici e specialmente in casi di forte fragilità come sottolineavi tu) è appannaggio anche della tecnica psicoanalitica.

    Saluti,
    ikaro

  11. #41
    ninfaverde
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    Come dicevo anche prima, di scuole di pensiero nettamente separate dalle altre non esistono, ci sono continui influssi diretti e indiretti. L'importante è saper integrare anche altre tecniche all'occorrenza, seppur non partite proprie da psicanalisti in senso classico... comunque ci siamo capiti!

  12. #42
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Carissimi

    Chiedo cortesemente il permesso di inserirmi nella discussione, perché la trovo interessante e stimolante.

    Devo dire che mi ritrovo più nella posizione di Ikaro che non in quella di Ninfaverde, pur se apparteniamo a scuole di pensiero notevolmente diverse.

    Iggy1982 scrive:
    "usate le stesse parole ma con esse fate capo a concetti differenti. Questo - spostandoci in una visuale più ampia - crea una eterogeneità nel vostro tessuto professionale che non trovo sia buona. Soprattutto per un paziente che non saprà mai in quali mani potrà capitare. E se volesse azzardare cinque tentativi con cinque differenti praticanti, potrebbe trovarsi con cinque diagnosi differenti e relativi inviti a seguire altrettanti percorsi di "cura". Decisamente avvilente."
    .

    Su questo punto penso che in quel che dici ci sia una parte di verità. Ma non riesco a vedere l'eterogeneità come una minaccia per il paziente. Essendo il livello di conoscenza della "mente" quello che è, preferisco esistano approcci differenti, piuttosto che uno solo. Giustamente, Ikaro sottolinea come questo sia un campo "non saturo". Un campo, cioè, che abbiamo appena iniziato a dissodare, del quale sappiamo poco, comprendiamo meno e sul quale esistono molteplici opinioni. Da sempre, tuttavia, gli esseri umani sono divisi sull'esistenza o meno della mente, sul suo status, sui suoi rapporti col corpo e col mondo.
    Inoltre, è pur vero che, se ci si occupa degli esseri umani in quanto soggetti, e on in quanto oggetti, ogni pretesa di universalità è destinata a cadere.
    A me sembra, spesso, che la richiesta di "maggior scientificità", di "unificazione", di "saturazione del campo", non sia altro che un'espressione della difficoltà (questa sì comune a ogni essere umano) di fare i conti con l'assenza di certezze predeterminate, con la fatica di essere soggetto della propria vita e della propria storia, con la consapevolezza dei propri limiti e delle proprie capacità. Navigare a vista è più difficile che seguire il computer di bordo.

    Poi la discussione ha toccato molti altri aspetti. Ne riprendo uno: quello tra specializzazione e "integrazione" (o eclettismo).
    A me sembra che la ricerca dell'integrazione potrebbe dipendere anche dalla forte pressione che l'ambiente sociale esercita verso l'uniformità. E' difficile mantenersi coerenti e fedeli a se stessi in un mondo nel quale ci viene chiesto di dimostrare continuamente - per giunta facendo riferimento a standard, livelli di misura e metodologie, decisi da altri - di essere conformi a quei parametri di efficienza ed efficacia tanto di moda. E tanto utili agli interessi di gruppi di potere, case farmaceutiche, opzioni politiche... non so quanto agli interessi dei pazienti, né degli psicologi.

    In sostanza, per riprendere il pensiero di uno psicoanalista francese che amo molto, la costruzione dell'identità potrebbe essere fondata su una doppia negazione: negazione dei determinismi biologici e negazione dei determinismi sociali. Ma è un lavoro difficile e lungo. Capisco che si cerchino scorciatoie. E mi sta bene anche che esistano e vengano utilizzate. A qualcuno sarano utili. Per me, preferisco prendermi il tempo che mi serve, cercare di padroneggiare al meglio la mia teoria di riferimento e la mia pratica. E mi accorgo, più passa il tempo e più me ne accorgo, che potrei passare anni a studiare e a indagare un singolo aspetto di questa teoria e di questa pratica senza mai sviscerarlo completamente. Forse è anche questo aspetto, questa sostanziale incompiutezza, questa interminabilità, a farci desiderare di saltare le barriere?

    Confusamente vostro

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  13. #43
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Confusamente vostro
    Per nulla confuso, caro Willy.
    Mi trovi d'accordo, completamente.

  14. #44
    ninfaverde
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    Willy, ho notato che spesso il discorso dell'integrazione e dei tempi ti provoca una certa resistenza e non credo che la tua sia una posizione semplicemente intellettuale, forse ti confronti simultaneamente con le tue esigenze personali e con il tuo essere paziente. Per quanto complicato i nostri bisogni e i nostri ritmi non sono i ritmi "giusti" che possiamo prendere come criterio di riferimento e dovremmo sganciarci dal nostro campo privato. Credo però che sia nostro compito confrontarci con la realtà sociale nella quale viviamo (è un errore secondo te? psicologia e società sono complementari). Ciò non significa lasciarsi schiacciare da pressioni e richieste irrazionali o persino dannose, bensì accogliere i mutamenti sociali nei nostri modi di lavorare. Insieme ai mutamenti culturali, muta anche il modo in cui si guarda alle funzioni sociali ( e la professione di psicoterapeuta risponde ad una funzione sociale, non si fa solo per se stessi), per cui seppur disapprovo molte strane mode e ricerche di certezze improrogabili, credo ci dobbiamo guardare intorno e magari essere più elastici e morbidi. Ciò che si piega flessibilmente spesso è proprio ciò che non si spezza.

  15. #45
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Carissima

    Nessuna posizione è semplicemente intellettuale. Noi siamo la nostra storia, non meno che il nostro racconto. Nella mia posizione c'entra di tutto, compreso il mio amore per Aristotele. Per questo dico sempre che è la mia posizione, e so - o credo di sapere - che è semplicemente diversa da altre. Non ha né maggiore né minor valore. Può essere anche completamente fuori strada. Ma è l'espressione di quel che sono, per quanto mi è possibile.

    "Per quanto complicato i nostri bisogni e i nostri ritmi non sono i ritmi "giusti" che possiamo prendere come criterio di riferimento e dovremmo sganciarci dal nostro campo privato."
    Difficile sganciarsi da un campo "privato" quando entra in gioco il soggetto. Come è possibile "sganciarsi da se stessi", mi chiedo? Soprattutto lavorando nel campo della psicoterapia? Il mio sentire è che non è la teoria a lavorare, ma lo psicoterapeuta. E che ogni psicoterapeuta è e sarà necessariamente diverso da qualsiasi altro. E questo non è un ostacolo, a mio modo di vedere, ma solo un riflesso della molteplicità esistente nel mondo umano. In fondo, io non saprò mai cosa intendi tu quando dici di vedere "un colore rosso vivo". Ma è proprio questa molteplicità che ha consentito agli esseri umani di creare bellezza nel e col mondo.

    "Credo però che sia nostro compito confrontarci con la realtà sociale nella quale viviamo (è un errore secondo te? psicologia e società sono complementari).
    Confrontarci. Che non significa aderire (né ostacolare). Confrontarci con la società è inevitabile, dato che non esistiamo da soli (e, a mio modo di vedere, non esisteremmo come esseri umani, senza altri esseri umani attorno). Questo però non significa modificare se stessi in funzione dei desiderata sociali, né delle richieste dei corpi sociali, né delle mode, né delle opinioni o dei giochi linguistici predominanti. Non mi sembra renderei un buon servizio né a me stesso né ai miei pazienti se decidessi di cambiare teoria e pratica a seconda della "moda" corrente.
    Questo non significa rimanere inflessibili sulla propria posizione. Per me, significa tentare di utilizzare al meglio le risorse di cui dispongo, e lasciare anche che siano altri, più capaci di me, o che padroneggiano approcci diversi, a lavorare con alcuni pazienti.
    Nota che questo discorso non ha molto a che vedere con le tecniche utilizzate. Ha a che vedere con la coerenza tra teoria di riferimento e tecnica utilizzata. A patto che sia coerente con la teoria cui faccio riferimento, posso utlizzare qualunque tecnica con un particolare paziente. Ma se utilizzo una tecnica che non è coerente con la teoria mi pare che ottengo come unico risultato quello di aumentare la confusione (mia e del paziente) e non si diminuirla.

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

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