Infatti nel mio ultimo post scrivevo:
"Guarda in effetti sotegno e tecniche supportive non sono sinonimi perchè il primo non può avere un significato 'a priori'. E l'interpretazione il più delle volte mira all'insight e non al sostegno"
Non sono tanto d'accordo con gieko per il fatto che 'la comprensione' non possa mai condurre al cambiamento. Questa è una diatriba aperta tra i teorici del conflitto, come Kemberg, e i teorici del deficit, come Adler, secondo cui è importante fornire al paziente (soprattutto se border), soprattutto in una prima fase, l'immagine di un terapeuta supportivo, essendogli mancata la possibilità di interiorizzare tale immagine a causa di carenze genitoriali, rotture empatiche ripetute, abusi. Kernberg ritiene che non sia così facile comportarsi in questo modo perché continuamente il paziente mette alla prova con aggressività questi atteggiamenti supportivi del terapeuta. Non solo, ma Kernberg ritiene sbagliato fornire supporto in quanto non esiste, anche concettualmente, un supporto privo degli aspetti cognitivi. In altre parole, il paziente legge ogni cosa alla luce del suo transfert, per cui può percepire come persecutorio anche un atteggiamento benevolo (prendo in considerazione per il discorso sempre i pazienti border).
Occorre distinguere, secondo l'autore, due tipi di supporto, molto diversi l'uno dall'altro: una cosa è il supporto come effetto di un intervento espressivo, ad esempio come effetto di interpretazione, e questo è proprio quello a cui si mira nella psicoterapia focalizzata sul transfert, e un'altra cosa è il supporto ricercato in quanto tale, e questo è quello che non andrebbe fornito per Kernberg. Addirittura Kernberg ritiene che il desiderio, da parte del terapeuta, di fornire supporto al paziente possa già rappresentare un dato controtransferale da analizzare, un indicatore di una dinamica relazionale, una potenziale trappola tesa inconsciamente dal paziente, una possibile controidentificazione proiettiva, una spinta ad abbandonare quella che Kernberg chiama "neutralità tecnica" dell'analista.
Altri autori (Gill, 1996; Horwitz et. al, 1998), la cui posizione condivido, sottolineano che conflitto e deficit, interpersonale ed interpsichico, non sono concetti o approcci terapeutici mutualmente escludentisi, ma sono entrambi importanti (anche per il cambiamento) anche se la loro proporzione va decisa per ogni caso.
Tuto questo per dire che nel mondo psi, è fuorviante dare definizioni generali e bisogna sempre consideare contesto e coppia terapeutica al lavoro..
Forse sono andato OT
