Ciao Francesca
Per come la vedo io, il "mistero" dello psicoanalista è estremamente relativo. Il detto di Watzlavick: "Non si può non comunicare", vale anche all'interno della relazione psicoanalitica. La prosodia, il ritmo e il tono della voce, il silenzio, persino il rumore che fa quando si muove sulla sedia, sono tutti segnali comunicativi.
Mi pare che tu, come molti, dia un'eccessiva importanza ai contenuti verbali della comunicazione, trascurando gli effetti della comunicazione non-verbale. Tuttavia, se l'aspetto più propriamente "cognitivo" dell'analisi passa attraverso la parola, gli aspetti più propriamente "affettivi" sono mediati dal corpo. Dal corpo del paziente e da quello dell'analista. Nel transfert e nel controtransfert si dispiegano dinamiche comunicative
corporee e non solo verbali.
E' un dato che ci proviene anche dalla psicologia generale: un'emozione ha una componente somatica, oltre alle componenti affettive e cognitive. E anche la cognizione è una cognizione incarnata in un corpo determinato.
Esistono basi neurofisiologiche che, in qualche misura, danno conto dei fenomeni di transfert-controtransfert e, per averne un'idea, potresti dare un'occhiata all'ultimo testo di Allan Schore (La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé, Astrolabio Ubaldini Editore).
Comunque, sempre più, in tutte le correnti della psicoanalisi, sta passando una rivalutazione del corpo, anche per meglio comprendere il controtransfert dell'analista. L'attenzione dell'analista alle proprie risposte somatiche al comportamento del paziente diventa il punto di partenza per un processo di sintonizzazione, di "attunement" simile a quello studiato da Stern nell'infant research.
E viene comunicato. Verbalmente, in alcuni casi. Non-verbalmente, sempre.