Facendo delle differenze molto grossolane, le nevrosi sono caratterizzate da un conflitto intrapsichico. Di solito hanno un modo di stare al mondo che potrebbe essere definito, in maniera profana, wannabe (voglio ma non posso). Le difficoltà che vivono sono spesso dovute a censure, di stampo morale, all'interno della loro testa. Nell'isteria di solito la faccenda viene sessualizzata, perciò qualsiasi conquista, sia essa passionale, lavorativa, scolastica, può essere interdetta (ogni testa poi sceglie a seconda delle sue preferenze quale sarà la "meta proibita"). Da lì vari sintomi di conversione. Nelle strutture ossessive la dinamica è quella del controllo degli affetti: il desiderio proibito scatena un rituale di controllo e pulizia (sia esso a livello verbale, con una cura minuziosa delle parole, che vengono cesellate per eliminare qualsiasi "affetto", sia, progredendo verso una gravità maggiore, a livello comportamentale, con rituali veri e propri). Per introdurre subito un chiarimento: si intenda questa classificazione come una semplificazione. La realtà clinica presenta svariate sfumature (si parla, ad esempio, di livelli di isterizzazione nelle strutture ossessive). Sempre nella nevrosi ossessiva, si osserva un ulteriore scivolamento verso strutture più patologiche nel caso in cui il rituale perda "in definizione": dal controllo sulle parole si passa al controllo sull'ambiente circostante, dall'ambiente circostante al "mondo", dal "mondo" al delirio di contagio (e siamo già fuori dal continuum nevrotico).
Le fobie dovrebbero rappresentare il limite inferiore della nevrosi: se si tratta di fobie specifiche, in cui l'oggetto fobico (insetto, luogo specifico, cavallo di Hans) è ben definito, siamo sul versante nevrotico. Anche gli attacchi di panico dovrebbero rientrare nel continuum nevrotico, ma non ne sarei così sicuro (vedi, ad esempio, il concetto di "nevrosi attuali", con tutto ciò che ne consegue).
Seguirà a breve una descrizione dei casi-limite e della psicosi.
Lascio spazio e tempo a tutti per correggere![]()
Effettivamente in me c'è qualcosa di conflittuale.Io la farei ''semplice'' (cioè spiegherei la questione dal punto di vista del paziente): mettendo in parentesi ogni linguaggio ''tecnico''...sei nevrotico perchè, generalmente, hai dei sintomi più o meno evidenti, magari da un pò di mesi (e hai dei sintomi più o meno evidenti perchè sei nevrotico, naturalmente). Questa è pressochè l'unica dimensione (condita più o meno originalmente da ciascuno) a cui accede il paziente che porta una sofferenza (del resto lui non ne sa altro e non può sapere): è una dimensione innanzitutto conflittuale e la fenomenologia di tale conflitto si esprime, anche superficialmente, in opposizioni continue tra istanze personali inconciliabili e irrisolvibili con i mezzi che finora abbiamo adottato anzi, sempre l'ipotetico paziente 'medio', può notare da sè un franco investimento regressivo, per così dire (non riesce più, è come se, non faccio quello che dovrei, ecc ecc...). Senza troppi giri di parole, questa è la situazione ''grezza'' da cui dovrebbe o potrebbe scaturire quel movimento di domanda di analisi che porta il paziente sul lettino, per così dire. Del resto del mondo che t'importa? L'importante è andare in analisi, prendersi cura di sè, qualunque sia l'area di sofferenza che si propone come problematica. Generalmente, i sintomi (in senso psichiatrico) non tardano ad attenuarsi già da subito e a volte a ''svanire'' ben presto...che succede allora? Sei ''guarito''? Qui si apre un problema che ancora scolvolge il tessuto della clinica...ma sarei curioso di vedere cosa ne pensi, alla luce della situazione 'tipo' che ti ho esposto e che poniamo si verifichi spesso...dimmi tu!
Tutto il conflitto lo si può condensare nel fatto che la realtà, così come credo che sia, la sento eccessivamente "stretta" nei confronti di un mio possibile "viver bene". Cioé non sento che le mie istanze sono inconciliabili, mi sento io in conflitto con il mondo così com'è, le istanze si scontrano contro quella che in genere chiamiamo realtà e non tra di loro.
I desideri li sento come qualcosa di mio ed in genere non tendo a reprimerli, se io desidero cose che non trovo, non scindo le istanze cercando una cosa che ha certe qualità ed un'altra con altre qualità... Visto che cerco una cosa sola concludo che è là fuori che non ci sono cose soddisfacenti per me, e mi sento in conflitto con questo "là fuori", non tengo nemmeno "comportamenti contraddittori", sento soltanto una forte insoddisfazione nel non riuscire a trovare situazioni adatte in cui queste mie aspirazioni possano realizzarsi.
Io non mi sento in guerra con quel che desidero, mi sento in opposizione con quella che credo sia la realtà.
Sono nevrotico o no? E se lo sono come dovrei guarire, che significa guarire?
Saluti
Ultima modifica di Char_Lie : 07-01-2010 alle ore 21.43.29
Esattamente, capisco. Ma qui siamo ancora in pieno terreno psicodinamico!
Per risponderti: io assumo infatti che ciò che chiami ''realtà esterna'' non sia affatto tale. Cioè, si assume, in sostanza, che questa ''realtà'' sia il frutto di un continuo e perpetuato investimento energetico, dialettico 'dentro-fuori' che di conseguenza fa cadere quei classici confini in cui l'uomo cartesiano si era ritirato. La realtà non è mai ''reale'' o non è più reale di un impasto rappresentativo-affettivo a cui noi partecipiamo fin dalla nascita. Per cui anche il mondo esterno è una faccenda molto intima. Quindi come la mettiamo? In questa ottica, tutti sono ''in opposizione con la realtà''...
Saluti,
Luigi
Blog: Spazio di Psicoanalisi
Comunque nella mia divisione distinguo tra quella che è l'immagine che ho della realtà e quel che desidero e voglio. Se l'immagine fosse un'altra sarei sicuramente più felice, però ho bisogno di prove che smontino quelle che ho raccolto. Ad esempio per me lalangue risultava convincente quando ha detto che lamborghini in buono stato a 30 euro non se ne trovano molte, quindi se desiderassi cose del genere saprei di sicuro che resterei insoddisfatto...Quindi come la mettiamo? In questa ottica, tutti sono ''in opposizione con la realtà''...
Oppure no? La realtà potrebbe essere anche in questo caso qualcosa di diverso dall'immagine che ce ne siamo fatti? Si può essere sbagliato anche lalangue?
C'è qualcuno proprio là, dietro al mercato della frutta che vende lamborghini a 30 euri, alcuni modelli addirittura a 25... Penserete che son macchininette scadenti della Burago o della Hot Wheels... No No, son vere, altroché, venite a dare un'occhiata anche voi.
Lo psicotico è lui!!!![]()
Saluti
Ultima modifica di Char_Lie : 08-01-2010 alle ore 15.31.52
Ehi, no, piano: a me piacciono le Hot Weels, un po' per quell' "hot" che già da solo vale il pensiero, e poi per le paraboliche!![]()
Quindi possiamo definire la psicoanalisi in base a parametri esterni? E' psicoanalisi solo se si usa il lettino, si fanno 5 sedute alla settimana e simili? Suvvia, lasciamo queste rigidità ed il discorso dei "parametri" a Kurt Eissler e agli anni '50... Da allora le cose sono cambiate per fortuna (troppo poco nei testi universitari).
Certo, se poi siamo ancora a fare distinzioni sulla psicopatologia come questa, allora stiamo freschi...Originalmente inviato da lalangue
Saluti
gieko
Ah si?...e che differenza c'è tra un'immagine della realtà e un desiderio? Il tuo desiderio abita per caso una ''realtà''? Suvvia...la realtà è sempre un investimento, una traduzione 'segnica' (differenziata, condivisibile, vivibile, sensata) di una origine indifferenziata, violenta, da cui la coscienza dell'uomo fugge da migliaia di anni (la storia dell'evoluzione qualcosa ce l'ha insegnata)...e fortunatamente direi: nel caso contrario saresti nei pressi di quella ''oggettività'' che, di tanto in tanto, vediamo baluginare nella mente psicotica. E si perchè lo schizofrenico è a conoscenza di quel qualcosa di tremendamente ''oggettivo'' (cioè lontano da ogni attribuzione di significato, di direzione, di senso) sulla cui base sarebbe emerso un giorno quello che comunemente chiamiamo ''Io'', con tutte le sue debolezze.
Saluti,
Luigi
Blog: Spazio di Psicoanalisi
Ovviamente facevo distinzioni molto grossolane, e l'ho specificato.
Tu in che maniera definiresti un nevrotico a un non addetto ai lavori?
Le cose sono sicuramente cambiate, sia nei testi universitari (poco) che nella mentalità degli addetti ai lavori. Mi chiedo quanto siano utili alla pratica analitica questi cambiamenti e quanto siano ragionati ed abbiano avuto delle ricadute sulle teorie implicite degli analisti.
Continuo a pensare che al di là della nevrosi, per come si instaurano alcune dinamiche di transfert, la modalità classica dell'analisi non è adatta (sedute frequenti, interpretazioni di transfert, interpretazioni tout court). Le dinamiche transferali di pazienti narcisisti e border (e qui ce li mettiamo tutti, tanto ormai le etichette non servono più a nulla) sono troppo intense per essere "interpretate" (e, con i border, si rischia più di ottenere un pugno in faccia, meritato, piuttosto che di risolvere qualcosa).
Certo, occorre accordarsi sui termini: se per psicoanalisi intendi una teoria del funzionamento della mente, allora ci facciamo stare di tutto, da Melanie Klein a Anna Freud, da Loewenstein a Lacan, da Kohut a Kernberg, a Ferenczi, a Winnicott, passando per Atwood e Stolorow e finendo con Bowlby e Stern, rischiando di fare un gran calderone di teorie, tecniche, stili personali e chi più ne ha più ne metta (e non mi si dica che occorre essere eclettici). Se intendiamo una tecnica, l'impostazione classica è quella. Se intendiamo... scusa, gieko, ma... a questo punto sta a te spiegarmi cosa tu intenda per psicoanalisi e in che cosa sarebbe cambiata (fatto salvo che anche io penso sia cambiata ed abbia potuto confrontarsi, come teoria del funzionamento psichico, con le patologie che in precedenza erano escluse, raggiungendole con opportune espansioni teoriche e con i relativi accorgimenti tecnici).
Ricapitolando: a te la definizione di nevrosi e, in seconda battuta, di psicoanalisi "attuale" (ovviamente, dopo la tua risposta).
In ultimo, il criterio di guarigione: se riesci a lavorare e a fare l'amore, OK.
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Ultima modifica di lalangue : 08-01-2010 alle ore 00.57.04
Giusto lalangue, per Freud lo scopo della psicoanalisi era quello: "restituire la capacità di lavorare e godere la vita" .
Ho preso un libro di Mitchell, l'analista preferito di M.Matema, veramente ho capito per che non m'interessa ... in quattro pagine ho trovato quaranta volte citato Freud !!! Che voglia di far "legna" con la sua opera ! Che modo quasi elementare ! E che si fa con Green, Bion, Winnicott, Lacan... e tantissimi altri esempi di post freudiani !? Veramente pensavo trovarmi qualcosa di meglio e iluminanti...e mi sono trovato con un riassunto tutto contro.
Tornando al transfert mi è venuto un bell ricordo a modo di vigneta (si dice cosi in italiano?) , una Signora viene da me anni fa, una certa età, un compagno malato di tumore, una figlia con problemi della sfera sentimentale. Non trovai niente che una donna di cultura , anziana, e con un percorso analitico precedente di più di dieci anni non potesse risolvere da se. Gli dissi questo mio pensiero e li chiedo, secondo lei, il motivo della sua richiesta. Tra le varie idee elencate la mia condizione di straniero , mi viene in mente il libro di Camus e gli dico: "L'straniero inizia dicendo il mio padre è morto..." , lei fa la correzione " No, no , inizia dicendo mia madre è morta!"... rispondo, "ha ragione, questo è il mio edipo, vediamo il suo... cosa centra la sua madre?" ... Lei mi guarda con sorpresa e dice: "La mia madre è morta a la età che avrò il prossimo anno, è mia Nonna, sua madre, pure"...abbiamo capito cosa la portava a lavorare.
Si inizio a lavorare e fu operata di un tumore al seno al seguente anno. Sono passati già otto e oggi gode di una intensa vita.
L'intuizione, il credere a quello che balena in mente del analista, la comunicazione inconscio/inconscio, il processo terziario ... transfert reciproci, il transfert...
Saluti.
Alejandro.
Ammazza Alejandro, l’hai liquidato in sole quattro pagine, già ti vedo uscire dalla libreria dopo l’acquisto, correre spedito a casa, mettere il libro sul tavolo e, come Alberto Sordi nel film Un americano a Roma, dirgli: “Mitchell, m’hai provocato? E io ti distruggo, mo’ me te magno!!!”.
YouTube - Alberto Sordi - Macaroni io ve distruggo!
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Con il "processo terziario", ti riferisci all'importanza della creatività già sottolineata da Freud in primis, poi da altri (Klein, kris, Kubie, ad es..) nel processo analitico e nella sua costruzione e comprensione di ciò che vi avviene, anche nel qui ed ora? (transfert reciproci, per es?).
Però, se è così ci "smonti" tutte le" illusioni in avvenire"!
O ti riferisci anche ad altro?
Avrei una richiesta per te: ti dispiacerebbe introdurre anche il "tema del terzo"?Ciao![]()
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
Ciao Alejandro,
sono sicura che hai sintetizzato al massimo il caso clinico della signora che hai descritto, per cui forse la mia domanda ti sembrerà banale, ma vorrei capire un po' meglio.
Non so se il percorso analitico che precedentemente aveva fatto era stato affrontato insieme a te e, nel caso non fossi stato tu il suo analista di allora, sai con quale tipo di approccio era stato portato avanti e se era stato interrotto?
Ad ogni modo la mia domanda è un'altra. Dici che non trovasti niente che una donna con un precedente percorso di analisi non avrebbe potuto affrontare da sé, ma ti riferisci alle difficoltà inerenti la malattia del marito (nel suo ruolo di moglie) e a quelle dei problemi sentimentali della figlia (nel suo ruolo di madre). Parrebbe che i problemi che esulassero dal suo ruolo di moglie e madre, invece, nel suo precedente percorso non fossero mai stati considerati. A meno che sia la madre della signora, sia la nonna non siano morte alla stessa età ma nel periodo compreso tra il primo ed il secondo percorso analitico (lo vedo alquanto improbabile), mi chiedo come sia stato possibile non intuire che la paziente si potesse trovare in una condizione di “crisi” nell'età che coincide a quella in cui la sua linea femminile è morta. Eppure non posso pensare che il complesso edipico non sia stato analizzato nel primo percorso. Errore di interpretazione dell'analista precedente? Scotoma? Limiti di una teoria di riferimento?
Mi piacerebbe anche sapere, se possibile, secondo la vostra esperienza quanti casi di donne isteriche (che apprendo essere ancora attuali dall '800 e curati sempre seguendo lo stesso riferimento teorico di 100 anni fa) sono arrivati alla conclusione della terapia, senza bisogno poi di ulteriori percorsi terapeutici per altre patologie (perché altrimenti non capisco: gli analisti criticano i cognitivisti che spostano il sintomo invece di agire sulla struttura e poi leggo casi simili anche per quanto riguarda l'analisi stessa).
Grazie
Ultima modifica di benedetta14 : 08-01-2010 alle ore 17.30.08
Buongiorno amici:
Ho sintetizzato velocemente il caso clinico, le vostre domande sono interessantissime e inesauribile. Cercavo di mostrare un modo mio modo di lavorare, non importa, al mio modo di vedere, il marco teorico che lo sostiene. Uno è analista con tutto il corpo e al momento dil lavoro non bisogna fermarsi a pensare a quello , forse dopo , a volte prima, con tutto ciò che si a letto, i seminari, convenni, congressi, i propri percorsi analitici, le discussioni. Si vive nella psicoanalisi e non si fa lo psicoanalista.
In buona fede bisogna transmetere la propria esperienza non a partire di una teoria pulita, liscia, senza ostacoli e completa.
Beethoven diceva che la musica c'era nei silenzi , Debussy che la trovava tra le note e non nella melodia... ma !? Che importa!? C'è musica? Allora funziona !!!
Noi siamo fatti di tutte le teorie che ci arrivano ed e questo che si mete in atto al momento di lavorare (non fuori!!, c'era un vecchio scherzo che riguardava il delirio dei psicoanalisti e diceva cosi: "si trovano due psicoanalisti alla uscita della SPI e si salutano, uno dice come stai, l'atro dice bene...tutte due proseguono la sua strada e ogni uno di loro pensa: cosa avrà voluto dirmi ??)
In relazione al caso rispondo che la nostra dama aveva fatto un percorso classico , ortodoxo, non vorrei dilungarmi per che lo scopo de la citazione riguardava al pensiero di cosa fare con I PROPRI LAPSUS !!!!! E cioè il mio edipo (sustantivato da me senza maiuscula...l'edipo è diventato cosa). La paziente non voleva morire e si uscirne di quel "destino". Da un'altra parte care colleghe, l'edipo tramonta, non viene sepelito -traduzione in spagnolo che non trovo appropriata invece si in italiano- La idea di tramonto fa pensare a qualcosa di provvisorio , il sole tornera priama o poi.
Io non critico i cognotivisti , non li conosco. Difendo , come ogni uno di noi, quello che si conosce e li serve per lavorare (non per fare filosofia) ed aiutare alle persone , anche minimamente.
Più tardi rileggerò le vostre domande e se mi viene qualcosa vi scrivo.
Grazie, buona giornata e buon lavoro.
Alejandro.