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  1. #46
    Partecipante Esperto L'avatar di TheGathering
    Data registrazione
    26-04-2005
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    Milano
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    487
    Sì trovo anch'io che non si possa pensare a una psicoterapia specifica per un disturbo, quanto per un paziente, che ha la sua storia e ci fa determinate richieste..
    Il metodo di lavoro secondo me dovrebbe essere valutato costrantemente dallo psicologo durante il periodo della terapia..
    Se si vede che una terapia non funziona, si dovrebbe mettere in discussione il lavoro svolto, senza dare segni di cedimento al paziente però...
    Controlling my feelings for too long..
    They make me....
    make me scream your screams...
    (MUSE- "Showbiz")
    Just so you'll be scared of me
    behind my power
    I will hide all my fears..
    ("Locked away"- The gathering)

  2. #47
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    27-03-2004
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    471
    Forse per gli psicologi l'epistemologia sarà un taboo.
    Si chiede di lasciarla da parte in favore del "feeling", vero catalizzatore del cambiamento.
    H2O sostiene che feeling ed epistemologia sono concetti limitrofi.
    Per me non c'è niente di più vero.
    Wrubens propone ancora una classificazione ottocentesca della psicopatologia e della terapia:
    ansia=cognitivismo
    fobie=comportamentismo
    anoressia= terapia familiare ecc... ecc...
    Poi cadendo in un paradosso afferma che noi ci troviamo di fronte a Mario Rossi...
    Mistero!
    Ma se continuamo leggiamo che seconde te, wrubens, non ci sono grandi differenze tra i diversi terapeuti di diverso indirizzo.
    Questo, dal mio punto di vista, è proprio l'apoteosi: sebbene sia vero che ogni terapeuta interpreta a modo proprio l'insieme di teorie su cui si forma, è altrettanto vero che le differenze teoriche, del modo di far terapia ecc.. siano tendenzialmente maggiori fra chi si forma in contesti diversi.
    Ci potremmo chiedere se la scelta del proprio percorso di formazione rifletta, o comunque tenti di creare minor dissonanza possibile, tra l'epistemologia pregressa di ognuno e quella della scuola in cui ci formeremo.
    Insomma la teoria (quella del terapista, che evidentemente è influenzata dalle sue esperienze, dalla sua formazione) che ruolo ha nel guidare la pratica del terapista?
    E che ruolo ha (come velatamente ha fatto intendere h20) nel farci provare un feeling con qualcuno?
    Oddio se credessi che l'abusante sia uno stronzo, e non una persona che a sua volta ha sofferto, difficilmente potrei instaurare un feeling. E dunque cominciare un percorso terapeutico.

    Santiago
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  3. #48
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    17-04-2003
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    492
    Originariamente postato da Santiago

    Poi cadendo in un paradosso afferma che noi ci troviamo di fronte a Mario Rossi...
    Mistero!
    Ma se continuamo leggiamo che seconde te, wrubens, non ci sono grandi differenze tra i diversi terapeuti di diverso indirizzo.
    Questo, dal mio punto di vista, è proprio l'apoteosi: sebbene sia vero che ogni terapeuta interpreta a modo proprio l'insieme di teorie su cui si forma, è altrettanto vero che le differenze teoriche, del modo di far terapia ecc.. siano tendenzialmente maggiori fra chi si forma in contesti diversi.

    Santiago
    Rubens

    Esiste il paziente, Mario Rossi che avrà un disturbo d' ansia completamente differente rispetto che ne sò, Andrea Bianchi.
    Il terapeuta X agirà in modo completamente differente dal t. Y anche se entrambi sono dei sistemici o dei cognitivi.

    Non esiste un terapeuta puro che applichi alla lettera una teoria di riferimento ma piuttosto una persona in continua formazione che in base alle proprie conoscenze ed alle proprie intuizioni si sforza di risolvere problemi.

    ------------------------------------------------------------------------------

    L' apoteosi di cosa?
    Meglio rileggere, poi discutere!.

    Come ho scritto, è il terapeuta che fa la differenza, indipendentemente dalla scuola di formazione!.

    Questo è un concetto in cui credo e riscontro feedback all' interno di confrontazioni.

    Tu Santiago una volta specializzato, davanti ad un paziente agirai in modo differente rispetto ad un collega del tuo stesso indirizzo!.

    Mi sembra un discorso troppo banale per continuarlo ma nel caso posso fornire una serie di esempi...

    ----------------------------------------------------------------------------

    Sottoscrivo nuovamente specifica terapia per specifico disturbo.

    Attenzione a non confondere con interpretazioni troppo personali.

    Nella vostra pratica clinica non vi è mai successo di avvertire l' esigenza di interventi differenti dalla vostra formazione?.

    A me diverse volte.

    In alcuni casi una conoscenza sistemico relazionale sarebbe stata preziosa. In altri si rendevano necessari interventi cognitivi, di ipnosi, di interpretazione dei sogni, di psicodramma ecc.

    A volte puoi iniziare un certo tipo di percorso terapeutico in base alla tua epistemologia e renderti conto che possiedi alcune lacune personali ed anche epistemologiche che non ti permettono di affrontare come vorresti il problema del paziente.

    Ed arrivare anche alla piena consapevolezza che per quello specifico problema sarebbe necessaria una terapia specifica che magari non possiedi.

    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  4. #49
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    Originariamente postato da Accadueo
    [B]eccomi

    ad ogni specifico problema una specifica terapia non significa anche ragionare per compartimenti (comportamenti) stagni?

    Ciao Accadueo, Bella questa osservazione. Un esempio di quanto possa essere utile la supervisione.
    La risposta è la stessa data a Santiago.

    In più, credo sia esattamente il contrario, porsi in un' ottica di analisi e chiedersi costantemente se non vi siano strumenti più efficaci di quelli che si stanno usando, essere informati su alternative terapeutiche, investire in formazione, collaborare con una serie di professionisti di personalità e tecniche differenti dalle tue. Percepire le proprie lacune e potersi anche dire...per me questo problema si affronterebbe meglio con un terapeuta che interviene sulla famiglia piuttosto che sul singolo..


    Quindi, l' ideale sarebbe instaurare feeling con tutti i partecipanti.. in teoria facile.. ma se si tratta ad esempio, di una famiglia con un fratello quindicenne abusante nei confronti della sorellina? Prima di tutto chi è che ha un problema? Il fratello? la sorellina? I genitori preoccupati? Tutti i familiari? La maestra della bambina?

    "Prima di tutto chi è che ha un problema?"
    questo è un concetto centrale. Dipende appunto dall' epistemologia di riferimento. Chi ha un problema?..il sistema intero ?, il soggetto?, il gruppo in cui è inserito?

    Il terapeuta deve decidere. E decide in base alle proprie conoscenze. Potrebbe concretizzare che sarebbe più produttivo lavorare più sulla persona che sul sistema (diagnosi evolutiva). E per quello specifico problema proporre una terapia specifica.

    Anzi, mi viene da pensare che una volta individuato il lavoro da fare ( e qui si potrebbe aprire un altro dibattito), si dovrebbero avere conoscenze sufficienti per teorizzare una serie di percorsi terapeutici.
    Il terapeuta poi potrebbe chiedersi, ho gli strumenti per affrontare tale percorso ?, come posso rimediare a tale lacuna?...

    ----------------------------------------------------------------------------------

    Alla tua affermazione :"Credo che il feeling con paziente sia elemento determinante nella soluzione di problemi."io mi domando: chi è il paziente? E poi, sono disposto ad istaurare un feeling con un marito che bastona la moglie, per esempio?

    Potrei anche domandarmi...sono disposto a mettermi in gioco e ad affrontare la mancanza di feeling con questa persona?
    Posso proporre un lavoro proprio sulla mancanza di feeling?

    Credo che non ci siano poi troppe alternative, o si affronta il problema del feeling in seduta o si rinuncia al caso.

    Da due persone che si vedono solo per bisticciare non si raccoglie nulla. Se comprendono che il loro bisticcio può essere funzionale alla soluzione di un problema allora credo aumentino le probabilità di raccogliere qualcosa.
    In questo caso secondo me c'è feeling ed il bisticcio e solo un evento estetico.



    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  5. #50
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    Originariamente postato da willy61
    Scusami Rubens, non voglio rubare posto a Santiago (che ne sa molto più di me su queste cose). Solo insinuare un dubbio: che vuol dire "risolvere il tuo problema"? Mi viene in mente il tale che girava per Roma con una banana appesa all'orecchio sinistro. Una persona lo ferma e gli chiede "Ma perché quella banana?". E lui: "Serve a tenere lontani i leoni". "Ma qui non ci sono leoni", ribatte l'interlocutore. "Vedi che funziona?", risponde quello.

    Ciao
    Guglielmo
    Mi sono accorto che abbiamo lasciato in sospeso questo quesito.
    Poi se nessuno ha niente altro da aggiungere tornerei al tema del thread.

    Sono io a non capire il tuo punto di vista.
    Risolvere un problema, con la consapevolezza che lo hai lasciato alle spalle, lo hai risolto, non l' hai più.
    Credo sia una differenza peculiare. Quante volte sperimentando nuovi approcci possiamo essere enfatizzati dal momento e pensare di risolvere...tanti. Molte volte è solo un girare attorno ad un perno fisso...e ci si può ritrovare nuovamente con l' idea che abbiamo bisogno di altre cure, un altro orientamento, un' epistemologia nuova...e quella provata è brutta e sbagliata... .

    Sarebbe molto utile unire aspetti di verità pragmatica a disquisizioni e punti di vista intellettuali...
    chi ha risolto realmente un problema con il contributo di un terapeuta si faccia avanti, è prezioso...

    oppure...

    quale requisito deve avere un paziente per essere adatto ad un percorso psicoterapeutico?..

    quali pre requisiti il terapeuta potrebbe valutare per capire se il paziente ha realmente possibilità di beneficiare del trattamento?...





    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  6. #51
    Postatore Compulsivo L'avatar di sunflower
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    Originariamente postato da wrubens

    Risolvere un problema, con la consapevolezza che lo hai lasciato alle spalle, lo hai risolto, non l' hai più.
    Parliamo di cicatrici, ferite, difficoltà, intoppi comportamentali piuttosto, chè penso sia riduttiva l'ottica del terapeuta/terapia risolviproblemi. E che sia utopistico, irreale, pericoloso pensare che andare in terapia significhi questo.



    Originariamente postato da wrubens

    chi ha risolto realmente un problema con il contributo di un terapeuta si faccia avanti, è prezioso...
    Consapevolezza acquisita, per esempio? E' poco? O non è basilare e spesso già un miracolo?

    Originariamente postato da wrubens

    quale requisito deve avere un paziente per essere adatto ad un percorso psicoterapeutico?..
    No, per favore no; anche per andare in terapia dobbiamo corrispondere a uno standard/canone/parametro? Anche qui veniamo misurati? Crolla la mia ultima speranza di un approccio umano, dove l'Uomo è valido di per se stesso, nel suo nucleo irripetibile e originale, oltre le contaminazioni e condizionamenti esterni.
    Chi stabilirà questi parametri, qualcuno ha questa lungimirante onnipotente visione dell'Uomo? Cadiamo nel delirio

    Originariamente postato da wrubens

    quali pre requisiti il terapeuta potrebbe valutare per capire se il paziente ha realmente possibilità di beneficiare del trattamento?...
    Le nuove frontiere della magia!

    ------------------------------------------------------------------------------

    Naturalmente il tono era volutamente provocatorio e casualmente impostato sul tuo post Wrubens. Volevo solo esprimere il mio scetticismo sul tema del 3d: la possibilità di stabilire se vi siano o meno pazienti adatti alla terapia.

    Tuttavia, l'ultima tua domanda apre, secondo me, percorsi esplorabili, non nell'ottica superba di capire se sbattere il paziente fuori dalla porta, ma per correggere la nostra rotta come terapeuti, e scoprire, cercare, alternative all'approccio utilizzato, che non può mai valere per tutti.

    Allora il punto non è se siano/siamo tutti adatti alla terapia, ma individuare volta per volta la strategia migliore per il paziente in questione, unico, singolo, irripetibile.

  7. #52
    minodegi
    Ospite non registrato
    mi ritrovo molto nelle parole di Sunflower:per me la psicoanalisi è una strana forma di pedagogia e la pedagogia a sua volta è una strana forma di psicoanalisi

  8. #53
    minodegi
    Ospite non registrato
    se mai volessi indossare i panni del paziente mi piacerebbe avere come analista una persona semplice in certo senso senza potere,magari che mi sorprenda,sommessa ma anche duttile capace di non racchiudermi in una scheda clinica,reciproco,che va oltre,.....come in una storia d'amore



    Ma forse questo è argomento di un altro 3d anche se non ne sono così sicuro,perchè paradossalmente il paziente può diventare analista di chi dovrebbe guarirlo
    Ultima modifica di minodegi : 09-08-2005 alle ore 12.57.39

  9. #54
    Postatore Compulsivo L'avatar di sunflower
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    Originariamente postato da minodegi
    il paziente può diventare analista di chi dovrebbe guarirlo
    L'analista non conclude mai il suo percorso di crescita interiore, che perciò continua anche nelle sedute durante le quali mentre si occupa/cura del paziente, lavora su stesso, si rimette in discussione, talvolta dandosi la possibilità o cogliendola, di superare ulteriori eventuali scogli o di affinare la sue tecnica, accrescere intuzione ed empatia.
    E' un inter-azione, non un'imposizione dall'alto, un percorso a senso unico, piuttosto una strada a doppio senso di circolazione

  10. #55
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Originariamente postato da wrubens
    Mi sono accorto che abbiamo lasciato in sospeso questo quesito.
    Poi se nessuno ha niente altro da aggiungere tornerei al tema del thread.

    Sono io a non capire il tuo punto di vista.
    Risolvere un problema, con la consapevolezza che lo hai lasciato alle spalle, lo hai risolto, non l' hai più.
    Credo sia una differenza peculiare. Quante volte sperimentando nuovi approcci possiamo essere enfatizzati dal momento e pensare di risolvere...tanti. Molte volte è solo un girare attorno ad un perno fisso...e ci si può ritrovare nuovamente con l' idea che abbiamo bisogno di altre cure, un altro orientamento, un' epistemologia nuova...e quella provata è brutta e sbagliata... .

    Sarebbe molto utile unire aspetti di verità pragmatica a disquisizioni e punti di vista intellettuali...
    chi ha risolto realmente un problema con il contributo di un terapeuta si faccia avanti, è prezioso...

    oppure...

    quale requisito deve avere un paziente per essere adatto ad un percorso psicoterapeutico?..

    quali pre requisiti il terapeuta potrebbe valutare per capire se il paziente ha realmente possibilità di beneficiare del trattamento?...





    Rubens
    Dipende da cosa intendiamo per "risolvere". A me è capitato di vedere "risolti" non uno,ma parecchi miei problemi. È stata opera della mia psicoterapeuta? Del tempo? Di me stesso? Sinceramente, non lo so ancora adesso. So solo che, senza di lei, io sarei in una situazione molto peggiore, ora.
    Ma ritengo che, più che risolvere problemi, la psicoterapia abbia consentito a me di vedere che quelli che pensavo come limiti erano, o potevano essere, delle risorse.
    Mi ha consentito di vedere alcuni aspetti di me stesso e, soprattutto di "pensarli", invece di continuare a farmi pensare da loro.
    Mi ha insegnato a riflettere, non solo prima di fare, ma anche mentre faccio. E ad imparare da quel che mi accade. E a trasformare quelle che potevo pensare solo come esperienze "negative" in "esperienze". E basta. Arricchenti, anche se dolorose, a volte.

    Quanto ai requisiti... Rubens, che requisiti deve possedere un essere umano per venire definto come tale? La domanda che poni è, dal mio punto di vista, del tutto priva di senso. Dovresti poter conoscere il paziente prima ancora di averlo di fronte. E non scherzo quando dico che per raccontare una vita ci vuole almeno lo stesso tempo passato a viverla. Come puoi pensare di introdurre criteri a priori, non lo capisco proprio. A meno di non voler tagliare a fette gli esseri umani anche in questo campo: questo sì, questo no; questa fetta mi piace, questa no e la scarto. Comodo! Soprattutto per il/la terapeuta. Bello! Mi scelgo i casi facili, quelli che rispondono ai miei "criteri di analizzabilità" e non mi mettono troppo in discussione o in crisi. Come dire: mi guardo allo specchio, lì non corro rischi di sorta... Facile, ma inutile, secondo me.

    Scusa se sono andato un po' sopra le righe, non prendertela, è un periodo così.

    Buona vita.

    Per Sunflower:

    Ciao

    Guglielmo
    Ultima modifica di willy61 : 09-08-2005 alle ore 22.40.05
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  11. #56
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    Originariamente postato da sunflower
    Parliamo di cicatrici, ferite, difficoltà, intoppi comportamentali piuttosto, chè penso sia riduttiva l'ottica del terapeuta/terapia risolviproblemi. E che sia utopistico, irreale, pericoloso pensare che andare in terapia significhi questo.




    Consapevolezza acquisita, per esempio? E' poco? O non è basilare e spesso già un miracolo?


    No, per favore no; anche per andare in terapia dobbiamo corrispondere a uno standard/canone/parametro? Anche qui veniamo misurati? Crolla la mia ultima speranza di un approccio umano, dove l'Uomo è valido di per se stesso, nel suo nucleo irripetibile e originale, oltre le contaminazioni e condizionamenti esterni.
    Chi stabilirà questi parametri, qualcuno ha questa lungimirante onnipotente visione dell'Uomo? Cadiamo nel delirio



    Le nuove frontiere della magia!

    ------------------------------------------------------------------------------

    Naturalmente il tono era volutamente provocatorio e casualmente impostato sul tuo post Wrubens. Volevo solo esprimere il mio scetticismo sul tema del 3d: la possibilità di stabilire se vi siano o meno pazienti adatti alla terapia.

    Tuttavia, l'ultima tua domanda apre, secondo me, percorsi esplorabili, non nell'ottica superba di capire se sbattere il paziente fuori dalla porta, ma per correggere la nostra rotta come terapeuti, e scoprire, cercare, alternative all'approccio utilizzato, che non può mai valere per tutti.

    Allora il punto non è se siano/siamo tutti adatti alla terapia, ma individuare volta per volta la strategia migliore per il paziente in questione, unico, singolo, irripetibile.
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    Grazie innanzi tutto per il contributo a questa discussione

    a quanto pare mi ritrovo solo a sostenere un' idea. Ma se nessuno è d' accordo non per questo mi lascio intimorire.
    Anche se avrei giurato che alcune persone presenti in questo forum potessero sostenere alcuni dei principi esposti in questo thread. Comunque, riprendiamo il tono e il post di sunflower :

    -----------------------------------------------------------------------------------------------
    quote:
    ________________________________________
    Originariamente postato da wrubens

    Risolvere un problema, con la consapevolezza che lo hai lasciato alle spalle, lo hai risolto, non l' hai più.
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    Parliamo di cicatrici, ferite, difficoltà, intoppi comportamentali piuttosto, chè penso sia riduttiva l'ottica del terapeuta/terapia risolviproblemi. E che sia utopistico, irreale, pericoloso pensare che andare in terapia significhi questo.

    Rubens:
    Utopistico, irreale, pericoloso pensare di andare in terapia e poter raggiungere un traguardo tangibile.
    E’ proprio pericoloso, irreale, utopico il contrario!!. Anni di terapia per conservare la fobia che ti aveva portato in terapia!...ridicolo!.

    ---------------
    quote:
    ________________________________________
    Originariamente postato da wrubens

    chi ha risolto realmente un problema con il contributo di un terapeuta si faccia avanti, è prezioso...
    ________________________________________

    Consapevolezza acquisita, per esempio? E' poco? O non è basilare e spesso già un miracolo?

    Rubens
    Ma di cosa stiamo parlando ?...
    A tal proposito ricordo un aneddoto che presenta spesso P. Waltzlawick.
    Un colloquio tra due amici : “ allora dopo due anni di psicoanalisi, hai risolto il tuo problema di enuresi notturna ?” – “no, non l’ ho ancora risolto ma ora ho acqusito consapevolezza e so da dove proviene”.
    Non c’ è bisogno di spendere altre parole a riguardo.

    quote:
    ________________________________________
    Originariamente postato da wrubens

    quale requisito deve avere un paziente per essere adatto ad un percorso psicoterapeutico?..
    ________________________________________

    No, per favore no; anche per andare in terapia dobbiamo corrispondere a uno standard/canone/parametro? Anche qui veniamo misurati? Crolla la mia ultima speranza di un approccio umano, dove l'Uomo è valido di per se stesso, nel suo nucleo irripetibile e originale, oltre le contaminazioni e condizionamenti esterni.
    Chi stabilirà questi parametri, qualcuno ha questa lungimirante onnipotente visione dell'Uomo? Cadiamo nel delirio

    Rubens:
    Belle parole, davvero, attraenti per qualcuno…
    Assolutamente prive di un’ analisi tecnica, onnipotenti e deliranti.
    Quanti esempi si potrebbero fare per confutare tale ipotesi!!!..
    Manca tempo sarò stringato.
    Vi sono disturbi egosintonici (Gabbard), la cui inefficacia della psicoterapia è dimostrata…
    Un terapeuta si specializza in aree di intervento a cui un problema/paziente potrebbe non corrispondere… meglio un invio… .
    C’ è un colloqui di Accettazione per valutare o meno e sottolineiamo il meno, l’ eventuale presa in carico del paziente… ecc..
    Potrei continuare con altri esempi ma passiamo oltre…

    quote:
    ________________________________________
    Originariamente postato da wrubens

    quali pre requisiti il terapeuta potrebbe valutare per capire se il paziente ha realmente possibilità di beneficiare del trattamento?...
    ________________________________________


    Le nuove frontiere della magia!

    Rubens:
    Esattamente il contario!! Per evitare questi psicologi che assomigliano più ai Guru del 2000, un terapeuta prima di prendere in carico un paziente dovrebbe porsi proprio il quesito espresso.

    Le nuove fattucchiere sono proprio coloro che con la scusa di una crescita personale, un’ introspezione e una come dici?...consapevolezza?....si portano avanti un paziente per anni arrivando raramente a risolvere il problema che il paziente ha presentato all’ inizio…perché?....
    Rari…rarissimi insight….al costo di 80 euro a seduta, due volte alla settimana, per anni…quanto fa?....letteralmente schifo… da un terapeuta così non andrei neanche se fossi io ad essere pagato… cartomanti mancate!..

    Chiaramente il tono irriverente era voluto e conseguente a quello proposto.
    Ma il dibattito è interessante.

    A Willy rispondo in seguito.

    Rubens the fighter

    ciao

    ------------------------------------------------------------------------------
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  12. #57
    minodegi
    Ospite non registrato
    se il livello epistemologico comune è il costruttivismo e la metafora sistemica(da quanto ho capito dalle parole di Wrubens, ma se sbaglio....)allora l'abbandono del modello medico dovrebbe portare anche al rifiuto del settarismo psichiatrico a favore anche di altre metafore,magari artistiche o letterarie, che deoggettivizzano sia il paziente che il terapeuta.
    Per cui 1)non esistono entità indipendenti dal nostro osservare
    2)il terapeuta costruisce il suo paziente e da lui è costruito come terapeuta
    Conseguenza è l'abbandono di ogni concetto di controllo del sistema da parte del terapeuta e della conoscenza come condizione fondante del controllo
    Anzi è L'ignoranza a essere la condizione fondante perchè ci si dede affidare anche alla possibilità di non sapere , di ignorare

  13. #58
    Postatore Compulsivo L'avatar di sunflower
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    Rubens, la terapia non ha la sua ragion d'essere come panacea per curare una fobia. Dopo qualche lezione all'università abbiamo già buone tecniche e strumenti per QUESTO tipo di problemi, senza sobbarcarci 4 anni di specializzazione.

    Risultato tangibile? Abbiamo ora riportato anima sentimenti conflitti isterie panico alla sfera del tangibile?

    Fin qui leggo solo un'ottica comportamentista.

    "Vi sono disturbi egosintonici (Gabbard), la cui inefficacia della psicoterapia è dimostrata…
    Un terapeuta si specializza in aree di intervento a cui un problema/paziente potrebbe non corrispondere… meglio un invio… .
    C’ è un colloqui di Accettazione per valutare o meno e sottolineiamo il meno, l’ eventuale presa in carico del paziente… ecc.." scrivi tu.
    A questo ho già risposto così:... " percorsi esplorabili, non nell'ottica superba di capire se sbattere il paziente fuori dalla porta, ma per correggere la nostra rotta come terapeuti, e scoprire, cercare, alternative all'approccio utilizzato, che non può mai valere per tutti."
    Allora il punto non è se siano/siamo tutti adatti alla terapia, ma individuare volta per volta la strategia migliore per il paziente in questione, unico, singolo, irripetibile."
    Dò per scontato che un professionista serio eserciti la pratica dell'invio.

    Ancora scrivi "Le nuove fattucchiere sono proprio coloro che con la scusa di una crescita personale, un’ introspezione e una come dici?...consapevolezza?....si portano avanti un paziente per anni arrivando raramente a risolvere il problema che il paziente ha presentato all’ inizio…perché?....
    Rari…rarissimi insight….al costo di 80 euro a seduta, due volte alla settimana, per anni…quanto fa?....letteralmente schifo… da un terapeuta così non andrei neanche se fossi io ad essere pagato… cartomanti mancate!.."
    Ma io ho parlato di ciò? Queste sono le tue visioni/esperienze della psicoterapia.
    Ciò che descrivi abbatte un minimo di decenza deontologica. Fuor di dubbio: da un terapeuta così, non vi andrei nemmeno io, e non è questo che intendo per terapeuta.

    Dunque, dunque, mi sfugge una cosa: ma la questione erano i pazienti? Pare siano i terapeuti ora

  14. #59
    Giurato di Miss & Mister OPs L'avatar di Parsifal
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    Vorrei dire alcune cose che credo siano abbastanza in linea con le idee di Rubens.

    I pazienti sono tutti adatti a fare terapia?Moltissimi non lo sono,a meno che non si riesca a modficare alcune loro idee sulla terapia.
    Molto spesso le persone iniziano una terapia con un'idea molto diversa rispetto a quella di compiere un lavoro cooperativo con il terapeuta per aumentare la propria autoconsapevolezza e modificare alcuni pensieri e comportamenti.
    Spesso il paziente pensa che sarà il terapeuta a fare tutto e a guarirlo;altri pensano di avere caratteristiche psicologiche innate e immodificabili e si aspettano di essere rincuorati e apprezzati dal terapeuta,altri pensano che tutto dipenda da un trauma e aspettano l'illuminazione che farà loro ricordare tutto e guarire miracolosamente;altri pensano che il terapeuta li aiuterà a far cambiare il comportamento,non loro,ma quello della moglie;laltri ancora vanno dal terapeuta perchè insegni loro come vivere,come fosse un maestro,altri sono convinti che il loro problema sia il conflitto ragione-emozione e nella terapia cercano un metodo per tenere sotto controllo le emozioni.Altri vanno in terapia per volontà dei famigliari,altri ci vanno per dimostrare definitivamente a sè stessi che nessuno li capisce ecc ecc
    Se la terapia non modifica inizialmente questi schemi di pensiero è inutilee a volte non si riesce a modificarli.

    Vorrei poi aggiungere che la terapia serve sì ad aumentare la consapevolezza di sè (ma non sempre questo è necessario),ma serve anche a modificare alcune cose:ad esempio non è assolutamente scontato che una psicoterapia tolga gli attacchi di panico o le fobie:anzi!Direi che per molti approcci terapeutici questi risultati sono piuttosto rari.

  15. #60
    Postatore Compulsivo L'avatar di ghiretto
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    Ma, scusate se mi intrometto, Parsifal é proprio lo scopo della terapia quello di identificare e modificare gli schemi cognitivi-affettivi del paziente, cioè le sue idee sulla terapia e sul suo malessere sono materiale clinico!

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