secondo me, a parte il fatto che dare per ovvie le prassi non mi pare il caso, l'obiettivo è fare stare meglio il paziente. Punto.Originariamente postato da Lulla62
A parte l’analisi della domanda che insomma è ovvia prassi, secondo te l’obiettivo dell’intervento terapeutico è “convincere” il paziente? Mi pare di no, “condividere” è diverso, molto diverso da “convincere”. Condividere presuppone empatia, capacità di sentire come sente l’altro, non calargli addosso costruzioni teoriche e convincerlo della coerenza delle stesse rispetto alle sue costruzioni personali.
Certo che non lo convinco che è fobico, ma cosa faccio non lo tengo presente nel mio agire teraupetico? O non cerco di seminare dubbi nella lettura e visione di sè stesso e dei suoi sintomi? Allo scopo, per essere chiara, non di validare la mia ipotesi, ma per costruire verificare e ovviamente modificare con il paziente il percorso intrapreso, in base ai rimandi che ne ho.Originariamente postato da Lulla62
Hai preso un bell’esempio, un fobico può arrivare a costruire la sua esistenza in termini di evitamento, magari arriva da te portando chissà quale altro problema.
Allora che fai? Lo convinci che è fobico? Che in realtà il suo problema non è quello che crede ma quello che gli spieghi tu? Certo che no, almeno spero. Quale che sia il tuo o il mio orientamento, l’opera di convincimento la lascerei agli imbonitori, ai venditori porta a porta e via di seguito.
Certo che ciascuno di noi ha il suo modello di riferimento, utile per la diagnosi, per la scelta d’intervento, per l’impostazione stessa della relazione terapeutica ma che c’entra questo con un’affermazione come quella di cui stiamo discutendo?
Convincere il paziente?
Semmai comprendere, raggiungere consapevolezza, riconoscere, ma “convincere” mi sembra agghiacciante, ripeto decisamente agghiacciante.
Apro un inciso, approfitto così per darti il benvenuto in questa comunità, io interagisco con le persone che scrivono qui da un po' di tempo, e forse per questo avendo maggiori parametri non ho letto questa cosa del "convincere" in modo così duro, come penso lo abbia interpretato tu, vedrai da sola che a leggere gli interventi c'è da imparare tutti e da tutti, che ottime teste pensanti girano quivenditori e imbonitori sono banditi
Ok, è vero, così come però è innegabile che comunque uno squilibrio nelle posizione ci sia comunque, almeno nella testa del paziente, altrimenti se non avesse almeno una fantasia di competenza da noi posseduta e da lui non maneggiata perchè dovrebbe rivolgersi a noi? Potrebbe essere interessante far diventare questo materiale clinico?Originariamente postato da Lulla62
Nel momento stesso in cui io tento di “convincere” te di qualcosa ti squalifico, nego cioè il tuo valore, ti sistemo giusto giusto sotto di me, a dimostrare che io so ciò che tu non sai, ti induco ad accettare la mia come l’unica verità perseguibile.
Qui invece dissento, per primo comunque quel di più quell'altro si sia sistemato come dici tu, se il paziente è da me, vuol dire che non funziona proprio. Anzi che deve esserte diventato abbastanza ingestibile visto che il paziente è ricorso ad un aiuto.Originariamente postato da Lulla62
Non ultimo, il paziente arriva da noi quando il sintomo è disfunzionale, alle volte noi possiamo anche intuire che c’è molto di più, ma quel di più, in un modo o in un altro, si è sistemato in un sistema che funziona, e funziona bene anche se ne riconosciamo l’aspetto “patologico” da un punto di vista teorico. Che fai? Convinci il paziente che la sua vita è uno schifo? No lo rispetti e lascia quell’individuo alla sua libertà e autonomia cercando di aiutarlo a ritrovare l’equilibrio.
Posto che la terapia abbia successo, almeno per il problema portato dal paziente secondo me il nostro lavoro è finito, andare oltre sarebbe ingiusto e scorretto e soprattutto sarebbe irrispettoso dell’altro.
Sull'andare oltre quanto richiesto io reputo che questo sia un problema molto delicato e soggettivo, mi spiego, in linea teorica sono daccordo con te, ma comunque credo sia anche corretto per me, nei limiti di quanto l'altro possa sopportare e/o gestire, dire che si potrebbe lavorare su questo e quell'altro che appaiono non risolti, lasciando comunque al soggetto la capacità di autogestirsi.
Mi pare che l'unica verità sposabile sia quella della nostra umanità e caducitàOriginariamente postato da Lulla62
Poi scusate, ma io quest’idea di psicoterapeuta come portatore di verità assolute, di guarigione e chissà di cosa ancora la trovo anche pericolosa e molto poco utile da un punto di vista d’immagine di categoria. Tanto più se consideriamo la nostra dimensione umana ovvero la nostra personale probabile dimensione patologica. Secondo me è la “relazione” la vera dimensione terapeutica e per costruirla non si può partire dall’idea di dover “convincere” i pazienti delle nostre verità ( vedi Freud e l’abuso sessuale infantile in versione fantasia), piuttosto riconoscere le loro “verità” e il significato che nella vita del nostro paziente hanno quelle verità.
Come sono prolissa oggi!! Non starò diventando logorroica? (a proposito di dimensioni patologiche
)
Ciao
Pat







venditori e imbonitori sono banditi 
Come sono prolissa oggi!! Non starò diventando logorroica? (a proposito di dimensioni patologiche
Rispondi citando
....."MORBOSOooo"
se rammento avevi detto di non essere abituata a farlo...
comunque il caro buon vecchio Freud tiene ancora banco
, se leggo il punto di vista di Santiago, che comprendo, perchè lui si spiega bene in italiano e io qualcosa rammento dei miei studi, per la transitiva sto necessariamente sposando la sua teoria? 
