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  1. #46
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    21-03-2008
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    Riferimento: Perchè desiderate diventare psicoterapeuti?

    Citazione Originalmente inviato da gieko
    La seconda è impostare il colloquio come una valutazione delle caratteristiche personali del candidato, della sua motivazione, della sua capacità di mettersi in discussione e di prendere contatto con le proprie parti sofferenti senza difendersene eccessivamente. In questo caso non ci sono risposte giuste o sbagliate, ma viene richiesta spontaneità per valutare le motivazioni di una scelta particolare e di responsabilità come quella di fare lo psicoterapeuta. Sottolineo che, almeno nella mia esperienza personale, questa valutazione può essere compiuta da entrambe le parti
    Gieko se parli di valutazione poi ti contraddici dicendo che non ci sono risposte giuste o sbagliate, perché secondo un qualsiasi metro di valutazione inevitabilmente alcune risposte saranno giudicate di scarso valore mentre altre di maggior valore. Insomma se è vero che valuti le caratteristiche personali del candidato le cose stanno così, poi se non c'è proprio questa valutazione allora continuo a non capire a te che svolgi quel ruolo perché ti interessa sapere queste cose. Cioé quando parli della capacità del candidato "di mettersi in discussione e di prendere contatto con le proprie parti sofferenti senza difendersene eccessivamente" qualcosa in fin dei conti te la aspetti anche tu dalla persona in questione all'interno del vostro breve dialogo. Parli di spontaneità e poi chiedi a qualcuno di essere capace di far qualcosa (mettersi in discussione) o di avere anche certe caratteristiche che ti interessano, io non riesco a capire bene cosa vuoi dire. Poi oltretutto se si è spontanei in un certo momento si potrebbero anche non mettere in evidenza le caratteristiche di cui parli.

    Io avevo commentato quello che aveva scritto willy61

    Citazione Originalmente inviato da willy61
    Quando qualcuno mi fa una domanda, rispondo in base alle mie conoscenze, desideri, capacità. Non vedo cosa possa importare il cosa l'interlocutore vorrebbe sentirsi rispondere.
    con

    Io a questo punto direi di cercare di capire perché in una scuola di specializzazione viene posta una domanda del genere, cosa gli interessa davvero sapere? Ed in base a che cosa una risposta potrebbe essere giudicata "scorretta".
    Sei d'accordo con quello che ha scritto willy61? Sì o No? Io No e continuo a non esserlo, in questi colloqui è molto importante tener presente il cosa l'interlocutore vorrebbe sentirsi rispondere (soprattutto è importante evitare di parlare di quello che potrebbe non interessargli affatto). E' proprio in base a questo che si cerca di preparare delle risposte preliminarmente.

    Qualsiasi metro di giudizio si usi si valutano diverse caratteristiche come migliori o peggiori, perciò io continuo a non capire se sei d'accordo o no sull'idea di approfondire cosa interessa sapere ai nostri interlocutori o se tutto sommato non bisogna preoccuparsi affatto di questo aspetto e rispondere spontaneamente magari perdendo la possibilità di mostrare certe caratteristiche che possono interessare, oppure ancora peggio facendo irritare gli esaminatori contrariandoli (può capitare anche questo quando si dice quel che si pensa). Si tratta di un breve colloquio e credo che già il solo fatto di iniziare a pensare fin da ora cosa rispondere nel caso venga fatta una certa domanda manda a farsi benedire buona parte della nostra spontaneità, già adesso prepariamo una specie di pretattica per cercare di rispondere nel modo più adeguato possibile a certe domande chiedendocelo.

  2. #47
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    10-02-2006
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    Tra le Alpi e gli Appennini
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    Riferimento: Perchè desiderate diventare psicoterapeuti?

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Proviamo a discutere in modo diverso, allora. La ritengo un'alternativa preferibile al non discutere. Perlomeno, posso provare a farlo.

    Tu dici:


    In fondo, non è una convinzione errata, a mio parere. Il lavoro di psicoterapeuta è, effettibamente, un lavoro. Con tutto quel che comporta. E' faticoso, ci vuole tempo per impararlo, se ne ricava un reddito con cui vivere. E bisognerebbe saperlo fare bene.
    Per cui non mi pare un'idea così sbagliata quella di scegliere di continuare a studiare dopo la laurea per migliorare la propria formazione e capacità di intervento.

    Non capisco bene quel che intendi dire quando affermi che l'avere problemi irrisolti è un'altra faccenda e non deve influenzare le scelte di formazione. Dato, a mio parere, che ci sono sempre problemi irrisolti con i quali confrontarci, e dato che io penso esista una dimensione della mente non cosciente che influenza il resto, ritengo che i problemi personali (qualuqnue cosa intendiamo con questa definizione) saranno comunque presenti nell'orientare le proprie scelte. Che lo si voglia o meno, che se ne sia consapevoli o meno.
    Allora, a mio parere, meglio sapere perché si fa una scelta.



    Secondo me, dipende da cosa si intende per "portarselo ad un colloquio". Un conto è che alla domanda rispondiamo piangendo e raccontando la storia della nostra vita (e credo sarebbe assurdo). Un altro è che rispondiamo alla domanda tenendo conto di questo nostro "personale", che affrontiamo il colloquio sapendo che non esistono solo motivazioni razionali alle nostre azioni, esplicitandolo anche, se è il caso.



    La questione è quali siano queste capacità e competenze. E di come e dove si imparino. La scuola, per quel che è la mia esperienza, fornisce una serie di strumenti, di tecniche e di inquadramento teorico. Tutte cose utilissime, necessarie. Ma, per me e per quanto riguarda il mio indirizzo teorico, il lavoro su di sé, attraverso l'analisi personale e la relazione con il proprio terapeuta, rimane il luogo dove si impara veramente a fare il mestiere di terapeuta.
    Per come vedo io la professione di psicoterapeuta, non si tratta di un'applicazione di tecniche, non è come fare il meccanico o il perito chimico. Qui si tratta di usare se stessi per ottenere un risultato di cambiamento. E se stessi vuol dire ogni parte di sé.

    Non so da dove ti venga il sapere quel che vogliono sentirsi dire "LORO". Peraltro, è una domanda che non mi sono mai posto, nenache agli esami in università. Quando qualcuno mi fa una domanda, rispondo in base alle mie conoscenze, desideri, capacità. Non vedo cosa possa importare il cosa l'interlocutore vorrebbe sentirsi rispondere. Come dico spesso ai miei pazienti: "Può farmi le domande che vuole, ma non può pretendere che le risposte le debbano anche piacere".



    E perché non andarci cercando di diventarlo?
    Posso sbagliarmi, ma io leggo in questa tua affermazione una visione del terapeuta come un essere "perfetto", che ha "risolto i suoi problemi" e che, per questo motivo, è in grado di risolvere quelli degli altri.
    A mio modo di vedere, però, il terapeuta è una persona come gli altri. L'unica differenza tra lui/lei e i suoi pazienti è che lui i suoi problemi li conosce meglio di loro, ed ha imparato ad utilizzarli come punti di forza, senza vederli sempre e soltanto come debolezze indesiderate. Se vogliamo usare un gergo più tecnico, direi che ha un'area di consapevolezza di sé maggiore rispetto ad altri.
    Ma è cattivo, brutto e sporco come chiunque altro. Solo che lo sa, non se ne vergogna e non lo nega. Soprattutto, non lo nega a se stesso.

    Spero di risentirti.

    Buona vita

    Guglielmo
    Ottima problematizzazione e semplificazione; bravo, ottima risposta.
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

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